Lunedì 01 Giugno 2020 | 06:17

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Alcuni racconti iniziano dalla fine. Dalla fine di una grande certezza. Il mio nome è Lucrezia. Mia madre Vita mi ha messo al mondo sul tavolo della cucina, illuminato dal sole, tra gli sguardi impazienti di chi sperava fossi un maschietto, mentre fuori, il mondo, trepidava d’attesa per il cambiamento promesso dall’arrivo del nuovo secolo. Vivevamo in una bella villa con giardino, in un paese bagnato dal mare del sud ed esposto al vento dell’est, che in inverno si mescolava alla brezza marina, dando all’aria un sapore salmastro. Mio padre Giuseppe era un ferroviere, così in casa non c’era mai, crebbi in fretta, tra gli studi scolastici e le tante preghiere da recitare con mamma, nonna, zia, e mia sorella maggiore Aurelia.

I miei unici svaghi erano i giochi con le mie compagne, inseguivamo un cerchio spinto da una bacchetta, e cercavamo tra le fitte ombre degli alberi, segreti che nella realtà non esistevano. Le giornate estive non rinnovavano il ritmo abituale di quell’esistenza: faccende domestiche, suonate al pianoforte, qualche bisticcio con Aurelia e con la mamma che mi rimproverava sempre: «dritta con la schiena o diventerai gobba e nessuno ti sposerà!»

Andare al mare con le mie amiche, sorvegliate dai parenti, era l’unica evasione dalla realtà. Insieme, trascorrevamo i mesi caldi della nostra adolescenza sulle rive dorate intrise di sale, la mia pelle chiara carezzata dal sole come in un abbraccio, e i lunghi capelli scuri fluttuanti nel vento tiepido dell’emozione. Ogni onda sulle gambe risvegliava in me il fremito di una scoperta, il ritorno da un sogno, la ricerca della fine di un’attesa. Come un Apollo col sole giunse Francesco. I suoi grandi occhi verdi da bambino in cerca d’amore, addolcivano il volto dai lineamenti già decisi, rivelatori del suo carattere. «Studio medicina, diventerò un grande medico». Ci innamorammo.

Il tempo scorreva e si celebravano già i 50 anni dall’Unità d’Italia. Le mode cambiavano velocemente, e io facevo modificare gli abiti di Aurelia, da mia sorella minore Regina, che sapeva cucire. «Stringimi quel corpino! Scendi giù il punto vita! Accorcia la gonna!» Aspettavo sei interminabili giorni perché arrivasse la domenica. Ci incontravamo a messa e ci scambiavamo timidi sguardi per tutto il tempo. All’uscita dalla chiesa facevamo una lunga passeggiata, poteva tenermi il braccio. Mi piaceva ascoltare i suoi racconti e per la prima volta ero trascinata dalla gioia di vivere, questo nostro giovane amore era limpido come i progetti per il futuro insieme. «Presto sarò medico! E ci sposeremo. Voglio tanti bambini, 4, 5, ti va?! Vivremo felici, lavorerò per voi e per salvare vite umane e combattere il colera!» Era l’anno di quel terribile morbo che si espandeva e impauriva, e non conosceva limiti. Sui giornali non si parlava che dell’epidemia e di una grande nave, che come una speranza lontana, era pronta a varcare i limiti del possibile. Questa nave grande quanto una grande città, avrebbe fatto il giro del mondo, e spalancato a tutti le porte di paesi lontani. Mentre io e Francesco parlavamo di quella città galleggiante, fissavamo l’orizzonte quasi potessimo intravedere quei posti sconosciuti, me li indicava col dito «ecco, andremo in America, quello è un Paese evoluto, moderno, lì potrò essere un grande medico e tu la mia sposa felice!»

Ero turbata da quei disegni ambiziosi, sarei stata capace di renderlo un uomo felice? E la mia vita in America come sarebbe stata? Lasciavo che i giorni si scavalcassero nell’atonia delle scelte, quando un presagio oscuro guardò per la prima volta nella mia esistenza. Quella grande nave naufragò poco dopo essere salpata, trascinando sul fondo degli abissi la vita e i sogni di tante persone, e un fremito mi percosse.
Quando poteva, Francesco veniva a farmi visita. Sfinito dai turni nelle corsie, mi descriveva instancabile ogni dettaglio di quel lavoro, la felicità insorgeva dai suoi grandi occhi, vibrando nelle parole. Mia madre, mio padre, erano colmi di speranza per il nostro avvenire insieme, così dopo pochi anni di fidanzamento organizzarono le nozze. In quel clima concitato, il nuovo secolo scopriva con furore risvolti fatali che scompaginarono di colpo l’immobile armonia del mondo.
Una paurosa guerra esplose, strumento di morte strappò dalle braccia di ciascuno l’amore, la vita, restituendo solitudine e disgrazia.

Francesco era medico al fronte, mi giungevano lettere colme di sfolgorante nostalgia. Mi rassicurava: «tornerò, e ci sposeremo, è questione di giorni, non avere paura». Cercavo sulla carta tracce di lui, un capello, un profumo, un’impronta nell’inchiostro. Mi scriveva di aspettare il suo ritorno e di fare attenzione, un nuovo virus si stava diffondendo ovunque, anche se i giornali non ne davano notizia. Questa influenza - mi diceva - era pericolosissima, procurava un’improvvisa febbre e gravi difficoltà respiratorie, era un nemico sconosciuto e mortale.

Nei lunghi mesi che seguirono vissi aspettando notizie dal fronte, fin quando finalmente la guerra finì. I soldati superstiti tornarono in Italia, insieme alla voglia di vita però, con loro portarono quell’influenza che immediatamente di trasformò in pandemia: «La Spagnola». Francesco ci spiegava che era importante restare a casa, evitare ogni tipo di contatto con gli altri, ma io volevo stare con lui, e lui con me. Le informazioni sulla diffusione del virus riempivano ormai i giornali e le nostre giornate, il terrore per il contagio si trasformò presto in una nuova malattia che ci teneva inerti nel corpo, tormentati nell’animo, e in isolamento. Bisognava sbrigarsi, ripeteva mia madre: «sposatevi e andate via di qui! Ho paura per te, in questa casa è pericoloso! Tuo padre dai suoi viaggi non porta regali, ma germi raccolti chissà dove. Le tue sorelle non ne vogliono sapere di restare a casa e si incontrano coi fidanzati, come te del resto! Ho dato l’ultima paga alla domestica, non voleva starci più neanche lei qui».

Francesco mi disse che aveva messo da parte dei risparmi, che in America pareva l’epidemia fosse quasi scomparsa. «Sposiamoci presto e partiamo Lucrezia!» Ci pensai a lungo, un matrimonio senza invitati né festa, il lungo viaggio oltreoceano, una nuova vita insieme. Un mio coetaneo aveva fatto la sua scelta, e dalla Puglia ora era a Hollywood, si chiamava Rodolfo Valentino. Tutto ciò accese la mia fantasia. Anche se ero attanagliata dall’indefinibile terrore per una sorte ineludibile, proseguii la mia vita confidando nel destino, mentre un malinconico autunno colorava di giallo le strade silenziose. Mancava sempre meno alle nozze, e mia madre decise che saremmo andate in città, in treno, per scegliere l’abito da sposa, sarebbe stata una sorpresa per Francesco. Avevo paura, ma era ormai tempo, mi ripetevano tutti. Fui attenta a star seduta lontano dai pochi passeggeri, indossavo un fazzoletto stretto che mi copriva naso e bocca. Scendemmo, guardavo impaurita i volti degli sconosciuti che giravano per le strade della grande città, persone febbrili, febbricitanti forse, dovevo stare attenta. Nel bel negozio del centro non c’era gioia ma circospetto e ansia, il rimorso era padrone dei miei sentimenti, volevo andare via, vedemmo alcuni modelli e lessi negli occhi di mia madre quello che preferiva, lo scelsi senza entusiasmo, volevo andare via. Il viaggio del ritorno fu spossante, sudavo nonostante il freddo, mia madre parlava, io ripensavo ai miei movimenti, cercando tracce di eventuali errori. Non ne trovai. Il sabato seguente Francesco venne a trovarmi e restammo a chiacchierare nel giardino d’inverno, faceva freddo, gli chiedevo notizie sui contagi, lui mi chiedeva come fosse il vestito, io gli sorridevo, e il mio cuore batteva, di paura. Dopo una settimana mia madre lo informò che ero a letto, un terribile martello pulsava sulle mie tempie, e la gola ardeva.

Francesco fu da me, volle visitarmi. Ci guardammo senza parlare, entrambi capimmo. Le vampate della febbre avvolgevano ormai il mio corpo dolorante, una tosse asfissiante mi impediva di parlare, di mangiare, di dormire. Mia madre pregava, e cercava di convincersi che sarei guarita ripetendomelo senza sosta, ma nulla fermava l’avanzata di quel male che aveva deciso per noi cosa sarebbe stato. Francesco era lì, se gli occhi iniettati di lacrime e sangue mi impedivano di guardarlo io sentivo la sua presenza, non esistevano più giorni né ore, il tempo dilatato ora dissolto, mi lasciava sospesa tra la vita e la morte. Voglio vivere! Devi vivere Lucrezia, fallo per me! Andremo in America. Ricordi.

Vedevo quella grande nave piena di luci e di persone, una città che galleggiava sul mare e che ci portava lontano. Ecco i biglietti Signore! Abbiamo i biglietti! Un delirante soliloquio rimbombava nella mia stanza. Imploravo la Madonna…non voglio morire Vergine mia fammi la Grazia! E Nostra Signora all’improvviso mi apparve, serena, nella luce mi disse: «Lucrezia, non potrai sposarti qui. Verrai con me, starai bene, sarai felice. Adesso riposa senza paura». Mi voltai per l’ultima volta e vidi Francesco, rividi i suoi occhi grandi, disperati e in cerca d’amore. Gli dissi che la nostra nave era affondata, che doveva andare così. Gli chiesi di essere felice, di trovare un’altra donna da amare, e gli augurai di essere amato come meritava, gli chiesi di andare, mi mancava il respiro, mi girai dall’altro lato e sentii chiudersi la porta alle mie spalle.
Sono sul tavolo della cucina, tra gli sguardi impotenti di chi sperava in un miracolo, mamma non riesce a chiudermi l’abito da sposa sul dietro, il mio petto è gonfio. I capelli sono sciolti, il velo bianco scende sul mio volto che è sereno, prima di andare il sole è entrato dalla finestra e ha illuminato per me una strada stretta e lunga che ero felice di percorrere, senza più paura.

A Lucrezia Lapadula

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