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Èmarzo ma non piove, anzi fuori dicono che è Primavera. Oggi mi sono svegliato presto. Pensò guardando l’orologio digitale che proiettava l’orario esatto sul soffitto della sua camera da letto. Eppure era stato tanto difficile prendere sonno, con tutti quei notiziari, quelle morti, quelle trasmissioni da cui non riusciva a staccarsi. Durante quelle lunghe giornate di reclusione domestica, tutto sommato piacevole, mai avrebbe pensato di ottenere un lavoretto (anche questo tutto sommato piacevole), al di fuori di quello ordinario -in realtà trasformatosi in stra-ordinario a causa del COVID-19- , ovvero scrivere un racconto, senza urgenza o scadenze, ma che lo costringeva ancora una volta a scrivere. Scrivere un racconto, però. Il che non era proprio nelle sue corde. Era diverso da quell’impiego considerato inutile e che tuttavia gli era tanto congeniale, come scrivere poesie.

Un racconto, perché? Per esorcizzare la paura, combattere, semplicemente con la fantasia, il virus della Paura. Gli tornò in mente una sua poesia con questo titolo:
Paura di ciò che non sappiamo
di ciò che non sappiamo fare
di ciò che non abbiamo saputo fare
Paura
Di ciò che non riusciamo a scorgere
O di quello che non siamo stati capaci di vedere
Paura della vita che cambia
E ci trasforma
Nell’identità
Paura
Della vita che cambia d’umore
Come il mare
All’improvviso.

In quel tempo si era passati senza soluzione di continuità, dall’informazione della paura alla paura dell’informazione. E se il tempo all’inizio del diffondersi della malattia sembrava arrestarsi, ora aveva solo mutato il passo. Intanto la geografia dei «suoi» passi era circoscritta in metri quadri, poche stanze, un recinto stabilito dai pochi abitanti, o meglio co-abitanti familiari.

Così, la stanza preferita del poeta era diventata una piccola area semiesterna, un minuscolo balcone cieco, un affaccio sul mondo, o come si sente più spesso dire anche metaforicamente, una «finestra sul mondo». Il poeta stava stretto in quel luogo, ma i raggi del sole lo riempivano di vita, quella vita che sembrava essere assente ormai da giorni, a causa del virus che si era impossessato della sua città e del mondo intero. Le strade erano pressoché deserte, fatta eccezione per qualche cane poco curioso, portato al guinzaglio dal suo padrone, solo che, stranamente, il padrone aveva la museruola, mentre il cane annusava il mondo in libertà.

Il poeta a quell’ora aveva tolto, solo per un paio d’ore, i panni del professore ipertecnologico suo malgrado, e aveva lasciato i suoi amati studenti ai loro pomeriggi pigri o attivi, o forse interattivi, e provava a dedicarsi a sé, e alle «parole».
Le amava. Le parole, lo sapeva bene, possono contaminare il mondo oppure salvarlo. Possono inquinarlo, sporcarlo, distruggerlo, oppure purificarlo. Si dice che i poeti siano esseri senzienti, capaci di quel sentire interiore che è come un terzo orecchio, capace di trasformare il proprio sguardo in voce, scrittura, osservazione emotiva della realtà. In quel momento provò a non guardare dall’alto in basso la strada, i pochissimi passanti, sentì il rumore di una finestra poco lontano che si apriva. Cominciò ad osservare, si affacciò un signore, mai visto prima, o mai guardato, suo dirimpettaio, eppure sconosciuto per intraprendere una qualsiasi conversazione.

Cosa di cui aveva desiderio… Poi l’uomo accennò un timido saluto e così il poeta, rispose prontamente con un sorriso, un rumoroso «Buongiorno»! Sembrava strano ad entrambi, dopo trent’anni di vita in quei palazzi, uno moderno, l’altro, il suo, d’epoca, dirsi qualcosa, donarsi per la prima volta un saluto.

Così decise che il momento era proficuo per scambiarsi… parole. La distanza di sicurezza c’era tutta, non c’era bisogno di mascherine, e forse neanche di maschere così, alla domanda del dirimpettaio «Cosa sta facendo?», si avventurò a rispondere: scrivo poesia. «Come? Che mestiere fa? Lei è un poeta?» disse il dirimpettaio. «Beh, sì». Rispose timidamente il poeta. «Continuiamo a scrivere sulle nuvole. Prima o poi pioverà».

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