Lunedì 27 Settembre 2021 | 22:01

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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Dalla finestra di casa nelle giornate con il cielo pulito, al limite delle possibilità dei miei occhi vedo un campanile, dovrebbe essere quello della Chiesa di Modugno, almeno mi pare. La finestra guarda ad occidente, inquadra via Valdocco con il passaggio a livello di San Giorgio. Il tramonto è molto bello da questa posizione, non ci sono palazzi difronte. La luce del giorno che si spegne però mi fa paura, ogni volta mi intristisco. Il campanile che diventa tremolante per il filtro dell’atmosfera è una sagoma scura colpita alle spalle dai raggi ormai radenti del sole. Il rumore del passaggio dei treni e le proteste dei clacson delle auto in attesa di attraversare i binari mi ricordano che si sono fatte le sette.

Sono un ragazzo di 16 anni, quasi 17, è sabato 29 marzo 1975, non ho voglia di studiare anche se devo recuperare il quattro che ho preso all’interrogazione di Filosofia. Decido quindi di uscire di casa.

«Dove vai a quest’ora?»
«Esco mamma.»
«Come sarebbe a dire esco mamma. Hai finito di studiare? che non so come ti vedo quest’anno. Babbo sta salendo e fra poco si mangia.»
«Esco mamma, torno subito.»

Già, torno subito… in realtà non so nemmeno dove e con chi andare. Peppino il mio compagno di banco è stato fatto prigioniero da sua madre per gli stessi motivi, potremmo dire «filosofici»: ha preso quattro anche lui. E poi abita all’altro capo della città e non mi va di prendere la bicicletta, il rischio che me la arronzino di nuovo è troppo grande e mi scoccia usare catene pesanti.

L’aria è buona, fa freschetto ma è piacevole. C’è stato il maestrale e la primavera si sente che è arrivata. Un passaggio da Piazza Umberto? Può essere, ma che ci faccio senza Peppino che conosce tutti? E poi lì parlano di politica e io ci capisco poco o niente. Mi sento impreparato e per non farmi scoprire dico in giro che mi interessa poco.

Ma non potevo nascere a Firenze o che ne so pure a Modena? Invece no, sono nato in via De’ Bernardis nel quartiere Libertà e la sola cosa buona è che posso vedere i tramonti con l’aggiunta del passaggio a livello incasinato di macchine. E poi a me non piacciono nemmeno i tramonti.

Nel frattempo sono già arrivato in piazza Garibaldi. Ecco, sono in centro. Ora dove vado? Non credo di avere un solo soldo in tasca quindi niente focaccia, mi sono rimaste tre sigarette «Roy», una l’ho già fumata in via Francesco Crispi. Invece di proseguire per il Corso giro a sinistra per via San Francesco d’Assisi e mi appare imponente il campanile della Cattedrale. Da noi i campanili sembrano tutti uguali, penso sul momento avendo negli occhi quello di Modugno. Mica come quello di Giotto a Firenze o come la «Ghirlandina» di Modena che mi ricordo com’è perché c’è la foto sull’Argan, il libro di storia dell’arte. Ho fatto bella figura all’interrogazione dell’altro giorno. Mi piace molto la storia dell’arte e dell’architettura e poi ho una professoressa super. A me piace assai nonostante faccia paura a tutti e in classe non vola una mosca.

È buio ormai, Barivecchia è illuminata poco e male, macchine parcheggiate dappertutto e motorini che ti passano pure da sotto le gambe. Ecco a sinistra il Castello, a destra la pizzeria di Gigino. Cinque ragazzi poco più grandi di me sul parapetto del fossato mangiano la mitica pizza con la sugna. Beati loro, ho fame ma mi devo stare, non ho i soldi per la focaccia, figuriamoci per la pizza. Accendo un'altra sigaretta per far credere che sono grande e mi accorgo che mi sono rimasti due cerini.
Ma sotto sotto Barivecchia com’è? Tutti le danno addosso però a me piace, ci vengo spesso anche se è un casino. Tra l’altro qui non corri il rischio di fare brutti incontri come qualche compagno di classe in giro al centro con la ragazza, io che la ragazza non ce l’ho.

Ma non è questo il motivo: mi piace e basta. Mi piacciono le pietre vecchie, bianche sotto la corazza grigia del tempo, mi piacciono le edicole dei Santi sotto gli archi con i fiori di plastica impolverati, mi piacciono i sottani con gli ingressi lisciati dalla varichina, mi piacciono le musiche napoletane e gli odori di cucinato che escono imperiosi dalle finestre. Non mi dà nemmeno fastidio la puzza acidula che sale dai locali alla strada dove si beve la birra, si fuma e si vendono le sigarette. Ebbene sì mi piace assai ed è una cosa che tengo per me. E poi vuoi mettere la Cattedrale e San Nicola? Le stanno finalmente restaurando. Chissà come sarebbe se fosse tutta rimessa a nuovo! Sarebbe come l’isolato 49 – ma poi perché lo chiamano così? – che hanno aggiustato da poco e ci hanno messo dentro il Museo che prima stava vicino a San Nicola e c’era pure un aereo con le ali tagliate che chissà che fine ha fatto.

Guardo meglio in tasca e trovo 50 lire. Cacchio che fortuna! Di corsa mi precipito al panificio Fiore prima che chiuda. Attento a non scivolare per il tappeto di pomodori scartati dai bestioni che comprano la focaccia e non si mangiano la parte più buona, entro e con 50 lire risolvo la mia cena. Vabbè che poi a casa mangio di nuovo sennò mia madre mi pianta una pippa. La focaccia di Fiore mi rimette di buonumore, favorito dalla sensazione di primavera che alimenta la tempesta ormonale dei miei diciassette anni. Ho l’ultima una sigaretta, ora l’accendo. Non devo sbagliare perché ho pochi cerini e la carta vetrata della scatola è tutta rovinata. Primo tentativo cilecca, me ne resta uno solo. Striscio, macché, sono rimasto senza. Uffa, mi vergogno a chiedere da accendere alla gente per strada, la mia faccia tradisce i miei anni, capace che mi dicono che a quell’età non si deve fumare.

Alzo gli occhi per imprecare e mi accorgo di un particolare che non avevo mai notato prima in quella strada. Sul portale di un palazzo dall’aspetto nobile leggo scolpita nella pietra una frase in latino elementare: POST TENEBRAS SPERO LUCEM. Chissà che storia racconta! Dopo il buio spero che arrivi la luce. Intrighi, misteri, congiure? La mia fantasia galoppa, in fondo sono ancora un ragazzo che ha smesso da poco di leggere il Corriere dei Piccoli. La ripeterò per non intristirmi ogni volta che mi capiterà di vedere il tramonto dalla finestra di casa. Mi dà speranza.

«Ma lo sai che potrebbe essere di buon augurio per il futuro di questa città?»
Mi accorgo di parlare come un matto ad alta voce.
«Chissà, fra qualche anno forse in questa strada e in tutta Barivecchia non ci saranno solo auto parcheggiate malamente, motorini truccati e il coprifuoco dopo le otto di sera, sarà tutto aggiustato con la gente finalmente orgogliosa della propria identità, risultato di mille e mille anni di memoria e di storia. Chissà se mai avremo i tavolini fuori dai bar con tanti turisti come a Firenze e a Venezia?» Chissà.
Mi è passata la voglia di fumare e mi è venuta voglia di tornare a casa. Penso che andrò subito a letto. Sto leggendo i racconti di Buzzati, mi ha prestato il libro mio fratello grande, mi stanno piacendo molto e mi addormento con la luce accesa e il libro sulla pancia. Post tenebras spero lucem, me la ricorderò questa frase, giuro!

29 marzo 2020, ho 61 anni, quasi 62 e ho i capelli tutti bianchi. Un po’ di cammino ne ho fatto da allora e ho ancora molta voglia di andare avanti. È quasi sera e sono a casa davanti al computer. Stessa malinconia di ogni giorno, forse un po’ di più. A quest’ora anche se è domenica, sono spesso in ufficio a lavorare oppure al Museo Civico per qualche evento serale. Oggi invece no, fermo a casa aspettando che passi.

Sono trascorsi 45 anni da quella sera frizzante in via Palazzo di Città. L’aria fuori è la stessa ma purtroppo anche se potessi, stasera non mi verrebbe proprio la voglia di uscire anche se Bari è davvero come l’avevo immaginata da ragazzo. Pur mantenendo tutta la sua originale semplicità è tornata ad essere «una gran bella città», per usare le parole che il re Gioacchino Murat usò nel 1813 quando inaugurò il nuovo borgo e che Armando Perotti riprese nelle sue cronache. Solo che adesso è deserta, come purtroppo quasi tutte le città del mondo.

Cerco d’istinto nella libreria del salone un libro che Vito Antonio Melchiorre scrisse nel 1987 per l’editore Adda e a pagina 36 rileggo la storia di Onorato Zizzi, il medico della corte di Bona Sforza vissuto a Bari nel Cinquecento.

«È doveroso, a questo punto, fermarsi ad ammirare lo stupendo palazzo Zizzi, posto di fronte al palazzo Casamassimi. A richiamare subito l'attenzione è il magnifico portale rinascimentale, affiancato da due colonne poggianti su basi adornate da teste di leone. Ai due lati dell'arco del portale, fanno bella mostra di sé due medaglioni in pietra, riproducenti i profili dei mitici Iapige e Barione simili a quelli riscontrati sulla facciata del palazzo Tanzi, ma di fattura assai più raffinata. L'arco è circoscritto da una grande cornice quadra, sorretta dalle cennate due colonne e recante la scritta: «Post tenebras spero lucem». Secondo lo storico Giulio Petroni, il motto fu fatto incidere, nel XVI secolo, dal proprietario Onorato Zizzi di Giacomo, un medico di Minervino, dimorante a Bari, ove aveva sposato una Cassandra Nenna. Nel 1556, egli venne designato dalla Università cittadina a far parte della delegazione di gentiluomini incaricati di organizzare i festeggiamenti in onore della regina Bona Sforza di Polonia che, rimasta vedova, tornava nel suo ducato. Lo Zizzi godette dei favori della sovrana, che gli donò delle case dirute, onde potersi costruire un palazzo, ch'egli cominciò infatti a far edificare dal mastro altamurano Pietro Paolo Mangiatordo.

Mentre l'opera era in corso, il medico cadde in disgrazia, forse per l'invidia di altri cortigiani, e venne addirittura imprigionato. Stando in carcere, decise di far scolpire, alla sommità del portone, il motto di cui si è detto, sperando nella luce della giustizia dopo le tenebre della disavventura nella quale era incorso. Il desiderio da lui espresso si avverò infatti col trionfo della sua innocenza e con la riabilitazione».

Una storia antica finita bene, anche l’incubo che viviamo in queste ore finirà presto, sicuro. Ripongo il libro in libreria, controllo che ci sia ancora quello con i racconti di Dino Buzzati e vado a dare un bacio a mia moglie che mi chiede un po’ preoccupata: «perché hai gli occhi rossi e tiri su col naso?»
«Post tenebras spero lucem!» Rispondo.
Me la ricorderò per sempre questa frase, giuro!

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