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La recensione

Ecco la meglio gioventù dell’Europa di domani

Edoardo Vigna in viaggio tra speranze e timori dei «ragazzi Erasmus»

Ecco la meglio gioventù dell’Europa di domani

La notte dell’Europa è la madre del giorno? Parafrasare un titolo teatrale dello svedese Lars Norén può rendere il senso di un magnifico reportage «vecchio stampo» di Edoardo Vigna, Europa. La meglio gioventù, edito da Neri Pozza (pagg. 174, euro 13,50). Vigna è caporedattore del settimanale «7» del «Corriere della Sera» e intraprende il suo viaggio fra i venti-trentenni di dieci città europee nella stagione più incerta e tormentata per lo spirito comunitario. Già, oggi l’Europa appare orfana della feconda lungimiranza di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, che ne scrissero il Manifesto unitario e libertario nel 1944 al confino di Ventotene, come del pragmatismo pacifista di De Gasperi, Monnet, Schuman e Adenauer, i padri fondatori che avevano sotto gli occhi le macerie della Seconda guerra mondiale. Quel lascito associativo è lacerato o minacciato dai nazionalismi galoppanti in primis nei Paesi dell’Est, dal dilagante euro-scetticismo seguito alla crisi esplosa nel 2008 che ha piegato la Grecia, dall’ignavia di Bruxelles sul tema cruciale dell’immigrazione, e naturalmente dalla Brexit.

In questo scenario, Vigna non asseconda una tesi preconcetta né si limita ad argomentare sui dati statistici demografici economici, ancorché puntualmente menzionati. Piuttosto, da cronista di razza qual è, egli consuma suole e taccuini, percorrendo le rotte della cosiddetta «generazione Erasmus» battezzata dal progetto di mobilità studentesca dell’Unione europea varato nel 1987. Lo stesso «Erasmus» che è appena finito nel mirino del governo britannico di Boris Johnson, determinato a uscirne (per inciso, Londra non considera il rischio d’un declino nella diffusione della lingua inglese rispetto allo spagnolo, al cinese e al francese). Vigna nel libro preferisce parlare di «Generazione Desiderius», memore del «primo nome latino di Erasmo da Rotterdam, l’intellettuale simbolo dell’umanesimo cristiano», oltretutto perché l’etimo di «desiderio» rinvia alla «mancanza delle stelle» (de-sidera).

Le ragazze e i ragazzi dell’Europa, insomma, «appetiscono qualcosa che manca», o, se volete, coltivano una nostalgia del futuro nella quale lampeggia l’idea di un’altra comunità possibile, diversa da quella «istituzionale», ingessata in regole e parole brussellesi talora indigeste come cavoletti a merenda.

Ecco, l’inchiesta di Vigna «pedina» questo desiderio nomade da Berlino a Riga, da Siviglia a Dublino, e lo scandaglia a Copenhagen, Atene, Praga, Varsavia, Stoccolma... Fino a Strasburgo, sede del Parlamento europeo e del Consiglio d’Europa, nel cui centro si può prendere il tram che porta a Kehl, di là dal Reno, in territorio tedesco: un confine a lungo conteso tra Francia e Germania e adesso collegato dalla Passerella delle Due Rive. Ciascuna città è «accoppiata» a una parola chiave, valida lì più che altrove. Il risultato è un lessico geo-sentimentale, ma anche politico, frizzante ed efficace, ovvero un piccolo alfabeto itinerante delle ultime generazioni, delle loro emozioni ed aspettative, dei loro timori e umori.

Se Berlino fa il paio con street perché rilancia febbrilmente la propensione al mutamento nei quartieri di volta in volta rivitalizzati grazie agli artisti da strada, Siviglia si caratterizza per la «misura» che adotta come unità «la birretta» da un euro al bicchiere. Dublino è il «talento» delle start up nelle vie care a Joyce e Beckett e a Stoccolma sboccia ovunque il tech. Ah, Copenhagen è l’emblema della «felicità». Perché? Più della Sirenetta, conta la bicicletta: «Mi sembra sempre più evidente che, oltre alla presenza di fiumi e navigli, condizione necessaria alla felicità di una città sia la presenza massiccia delle due ruote, comunque vogliate metterla» (non sottovalutiamo il mare, però!).

Tuttavia la depressione economica sta abituando i nostri figli - annota Vigna - a una sobrietà dei comportamenti e dei consumi che inibisce il «pensare in grande». Il che non esclude l’ottimismo contagioso colto per esempio a Praga, nonostante la xenofobia della capitale ceca, o la voglia di conoscere che altrove si avvale ancora dei giornali di carta (un segnale di futuro, non un residuo del passato). Mentre gli italiani, troppo presi dal timor panico degli sbarchi di poche migliaia di persone all’anno, dimenticano o ignorano di essere entrati dal 2017 nella top ten dei Paesi Ocse con il più alto tasso di emigrazione (eravamo sedicesimi nel 2008). Restare o partire? Senza dubbio, la meglio gioventù va.

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