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Lessico meridionale

Quando si faceva «ics» per saltare la scuola

Bitritto, dipendente di una scuola positivo: istituto annulla attività in presenza

Oggi basta dirlo a papà e mammà o proclamare uno sciopero

10 Aprile 2022

Michele Mirabella

Tra le tante scuole con cui mi sono misurato figura anche l’indimenticabile Liceo «Carmine Sylos» di Bitonto. Ammetto d’aver usato il verbo misurare stante la dialettica, per così dire, accesa che configurava il mio rapporto scolastico a segno che, dirlo frequentazione, sembrerebbe eccessivo. Mancò non la voglia d’imparare, ma la pazienza di ottemperare agli obblighi, diciamo così, statutari della scuola. Insomma facevo spesso «sega», come si dice a Roma.

L’assentarsi arbitrariamente dalla scuola assume, e ha assunto, denominazioni regionali, provinciali e dialettali. La Toscana ha prestato doverosamente il suo «salare la scuola» all’Italiano che l’ha tradotto con un più elegante «marinare» e s’annoverano «far stecca», «bucare», il genovese «far focaccia» per alludere alla pratica golosa di andare a mangiare la sublime focaccia salata ligure in riva al mare, il «far sciopero» mutuato da rissosità sindacali in tempi postbellici ed infinite altre espressioni gergali, paesane addirittura, come il mio bitontino «far divorzio» o il dilettissimo «fare x» di Bari, zona Orazio Flacco. Fare «ics», mi raccomando, e non fare «per» come sarebbero tentati di leggere i moderni e giovani utenti della messaggeria telefoninica.

Oggi, come effetto combinato e maldisposto della pandemia, andare a scuola, frequentarla fisicamente, accomodarsi nel tepore sociale della classe accudita dall’insegnante, «misurarsi» col sublime gioco dell’apprendere, è diventato un privilegio gioioso, un appassionato gesto di militanza ribelle.

La ribellione si orienta contro un evento crudele della natura le cui ineluttabili regole ci tocca rispettare anche nella furia della stramaledetta Covid 19. A nessuno studente viene più in mente di disertare slealmente la scuola che anelano di frequentare, invece, anche rattrappendosi in quella disciplina che, un tempo, anchilosava la scapestrata gioia di vivere dell’adolescenza.

E la storia era stagionata di coloriture epocali. I bimbi d’Italia, anche quando si sono chiamati tutti Balilla (io non c’ero, ma me l’hanno raccontato), subito dopo aver imparato la grammatica e le tabelline, hanno appreso l’arte di «bruciare» (ecco un’altra versione) la scuola. Metaforicamente, va da sé. L’unica volta che avrebbero volute bruciarle come simbolo di autoritarismo, certi scemi a scuola ci andavano anche troppo, per far tutt’altro che studiare, magari, ma ci andavano. Non gliene fregava niente di «misurarsi» con le scuole. E le misero a ferro e fuoco. Ma ad acqua, mai. Qualcuno, più tardi ha rimediato.

E ricordo di averne scritto: tempo fa, nell’autunno del 2004, dovemmo aggiungere un modo di dire nel glossario della scapestrataggine studentesca e nello sciocchezzaio che, in maniera inerziale ne discende, «allagare la scuola». Fu usato nel senso concreto e reale d’inondarla d’acqua, alluvionarla e non come metafora di tipo protestatorio «situazionista» (ricordate il sessantotto, compagni?) azionata contro i disastri della riforma della riforma dell’ultima riforma che stava facendo «naufragare» la scuola italiana. E l’avrei anche capito, andiamo! Sto parlando dei discolacci del Liceo Parini di Milano, oggi, probabilmente, agiati professionisti, che fecero un attentato idraulico in piena regola, otturando i cessi degli alunni per rendere la scuola inagibile, giusto il tempo necessario per evitare il compito in classe di Greco. Ma l’acqua, si sa, non rispetta le regole degli uomini, figuriamoci i disegni limacciosi di quattro scansafatiche che stanno lì a scaldare il banco: dalle toilettes tracimò, inondando il plesso intero e offrendo uno spettacolo allegorico mortificante. Ma, forse, marinare non è più tenuto in considerazione come metodo per la renitenza scolastica, sia perché, per non andare a scuola, basta dirlo a papà e mammà, sia perché ci si può divertire di più proclamando uno sciopero o un’occupazione contro la solita ennesima riforma della scuola. (ve n’è una a stagione e nessuno ricorda di aver applicato la precedente). E certi studenti possiedono automobili, soldi, garçonniere: non manca certo la scelta delle alternative.

I professori no: essi non solo non allagano, ma hanno l’obbligo di lasciare il bagno come lo vorrebbero trovare, d’essere educati, insomma, ma per salare la scuola dovrebbero ancora ricorrere al vecchio, caro strumento dello sciopero. E non ne hanno voglia perché la storia, che non si stanca di esserci magistra, ci sta insegnando ad amarla con convinzione e passione, la scuola.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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