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I contributi a fondo perduto del Decreto Sostegni, per ora, vanno più in aiuto di imprese e professionisti del Nord, piuttosto che degli apulo-lucani. Questi ultimi, in media, avranno circa 2.500 euro, i toscani e i lombardi circa 3.600, i veneti 4mila euro. Il dato emerge dalla prima rilevazione resa disponibile dall’Agenzia delle Entrate sulle domande di accesso agli aiuti che sono arrivate dal primo giorno di attivazione della piattaforma, lo scorso 30 marzo, e fino al 6 aprile. E, visto che l’estate s’approssima, con annesse speranze di una qualche ripresa, val forse la pena di fare i conti con le tante misure a fondo perduto messe in campo da Roma in questi mesi tribolati. Si scopre, per esempio che, tra decreti Ristori, Decreto Rilancio e Decreto Sostegni, la Puglia finora ha chiesto fondi per 571.648.704 euro complessivi e la Basilicata per 80.002.180 euro. Precisamente – fonte Agenzia delle Entrate – nel primo caso si tratta di 115.788.704 euro rivenienti dal Decreto Sostegni, 320.130.000 dal Decreto Rilancio e 135.730.000 dai Decreti Ristori. Per la Basilicata invece: 12.432.180 dal Decreto Sostegni, 47.960.000 dal Decreto Rilancio e 19.610.000 dai Decreti Ristori.

Un «granello» di zucchero nel mare salatissimo della crisi. L’ultimo in ordine di tempo e, forse, quello strutturato meglio è il Sostegni. L’ultimo giorno utile per chiedere di accedere ai fondi è il 28 maggio 2021 e, a livello nazionale, le prime 604mila istanze presentate sulla piattaforma dell’Agenzia delle Entrate (domande inoltrate entro la mezzanotte del 5 aprile 2021) hanno raggiunto un importo complessivo di quasi due miliardi (1.907.992.796 euro). In quest’ultimo caso, spiega l’Agenzia, «i contribuenti coinvolti vedranno accreditarsi le somme direttamente sul conto corrente indicato nella domanda oppure potranno usare l’importo riconosciuto in compensazione» e «dal 30 marzo, giorno dell’apertura del canale telematico dell’Agenzia delle Entrate, ad oggi sono circa un milione le domande del contributo a fondo perduto inviate con l’apposita piattaforma informatica delle Entrate gestita con il partner tecnologico Sogei». «Chi» ha fatto domanda per il Decreto Sostegni? Stando ai dati dell’Agenzia delle Entrate (dati aggiornati all’8 aprile), a livello nazionale le istanze più numerose sono giunte dai commercianti (la voce esatta è «Commercio all’ingrosso e al dettaglio – riparazione di autoveicoli e motocicli») che sono il 20,4% del totale delle domande e hanno chiesto fondi per quasi 400 milioni di euro.

Seguono i professionisti («Attività professionali, scientifiche e tecniche») che sono il 17,4% dei richiedenti per complessivi 170 milioni e le attività ricettive («Attività dei servizi di alloggio e di ristorazione») che sono il 14,9% del totale per circa 421 milioni di euro, la massima cifra richiesta e che vale quasi il doppio di quella richiesta dalle attività manifatturiere (209 milioni). Gli agricoltori rappresentano il 3% dei richiedenti, per un importo di circa 44 milioni di eu ro. Sul totale dei soggetti richiedenti – spiega l’Agenzia - quasi 100 mila svolgono la loro attività in Lombardia, seguono la Campania con 70.534 operatori economici, il Lazio (68.697), la Puglia (45.926), la Toscana (42.141), la Sicilia (41.763), il Veneto (40.620). Fra le altre regioni spiccano il Piemonte (39.411), l’Emilia-Romagna (38.556), la Calabria (20.987) e la Sardegna (17.657). La Basilicata (4.656 richiedenti) è terzultima, prima di Molise e Valle d’Aosta. È andando a calcolare l’importo medio per richiedente che si scopre come la Puglia e la Basilicata siano, finora, ben al di sotto del dato nazionale, che è di 3.156 euro. Per la precisione, l’importo medio per i 45.926 richiedenti pugliesi ammonta a 2.521 euro (come i siciliani, mentre ai calabresi vanno 2.140 euro). Fanno meglio, seppur di misura, i 4.656 lucani con 2.670 euro in media. Per capirci, ai toscani vanno 3.665 euro, ai lombardi 3.607, agli emiliani 3.279, nel Lazio si arriva a 3.488, in Piemonte a 2.836 e i veneti raggiungono quasi quota 4mila euro. La differenza potrebbe essere letta in vario modo.

Per l’economista Elbano De Nuccio forse una spiegazione è che al Nord avrebbero perso più fatturato che al Sud. Può darsi. Ciò che appare però evidente e difficilmente smentibile è come ancora oggi, a oltre un anno dall’inizio di questa tormenta pandemica, l’applicazione «lineare» di certe forme di sussidi per imprese e (solo ora) professionisti, finisca con il rinnegare le diverse condizioni di partenza. Si tenta di fare economia sì, però rinunciando a fare politica economica. Si tirano salvagenti agli operatori (e neppure a tutti), senza troppo badare che a riceverli siano provetti nuotatori o eroici nuotatori zavorrati, giacché chi faceva impresa al Sud nel 2019 (hanno di riferimento per il Sostegni) non soltanto doveva essere capacissimo ma pure eroico, a prendere il largo con addosso tutto il peso del drammatico ritardo del Mezzogiorno. Alla fine della notte pandemica, essi - i più forti tra loro - riapriranno i battenti sì, ma in un Sud peggiore, più fragile e povero che mai. 

Professor Elbano De Nuccio, da economista nonché presidente dell’Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Bari, come è possibile che i commercianti italiani abbiano chiesto finora fondi del Decreto Sostegni in quantità paragonabili a quelli richiesti dalle aziende del Turismo?

«Una delle critiche avanzate al Sostegni è che si è posto un limite ai ricavi e compensi entro cui chiedere l’aiuto, ovvero 10 milioni. E diverse attività, come le sale ricevimento, i resort a 5 stelle, che sono bloccati da tanto tempo, hanno fatturato che supera i 10 milioni. Quindi lo spirito del Dl è quello di riconoscere contributi alle attività di Pmi e micro imprese, ecco perché si trova questo dato del Commercio di 400 milioni richiesti e tutto il Turismo, che ha subito un arresto immediato, a 421 milioni. E credo che il problema sia proprio questo, dipende dai ricavi e compensi dichiarati negli anni precedenti. La modalità di calcolo del Dl Sostegni prevede un confronto tra i ricavi e compensi dichiarati nel 2020 rispetto a quelli del 2019. In pratica, si prende in considerazione il calo medio mensile del fatturato e solo se lo stesso risulta inferiore almeno del 30%, dice la norma, si accede al beneficio del contributo a fondo perduto».

Secondo lei perché il valore medio dell’importo richiesto dagli operatori pugliesi è più basso di quello richiesto dai lucani e così tanto inferiore rispetto ai «colleghi» del Nord?

«Un valore medio più basso in Puglia rispetto alla Basilicata è collegato al fatto che, evidentemente, il calo di fatturato registrato dalle imprese operanti nel nostro territorio, tra il 2020 e il 2019, risulta essere più contenuto». E nel confronto Nord-Sud? Non è che, alla fine, c’è più evasione? «Io - afferma l’economista - posso solo dire che il calo è più contenuto. Tecnicamente, avremmo bisogno di conoscere, per ciascuna delle domande presentate, quale era il dato del 2019 rispetto al 2020. Dovremmo avere dati più analitici. Ciò che possiamo dire oggi è che c’è un minore calo medio mensile di fatturato».

Quindi anche rispetto al Veneto?

«Sì magari hanno perso di più di quelle pugliesi. Oppure perché avevamo già una crisi economica latente in Puglia e in Veneto non era così marcata. Da noi nel 2019 era già un momento di crisi. Per dare risposte inattaccabili tecnicamente bisognerebbe avere dati puntuali, che non abbiamo».

C’è anche un problema di struttura economica e finanziaria delle imprese pugliesi che viene alla luce?

«Come in tutte le crisi economiche generali e in particolare in questa, tutti i nodi vengono al pettine, sono messe in evidenza criticità dei sistemi di impresa che operano all’interno del mercato. Nello specifico, la Puglia è caratterizzata da un tessuto economico di Pmi e nano-imprese le cui caratteristiche sono due: un forte indebitamento nei confronti del sistema bancario e una sottopatrimonializzazione. Evidente che la tensione finanziaria dovuta al blocco immediato dall’attività delle Pmi ha esasperato una condizione di difficoltà finanziaria che già era insita all’interno di queste imprese, creando un percorso di selezione naturale per cui, alla fine di questa crisi, riusciranno a superare l’impatto solo quei soggetti economici che hanno nel tempo maggiormente patrimonializzato le proprie imprese».

Un orizzonte fosco. «Infatti oggi ciò che bisogna evitare è che la crisi di liquidità derivante dal blocco delle attività commerciali/industriali diventi proprio un problema di solvibilità. Non solo per le imprese già in precedenza in difficoltà, ma anche per quelle che, prima della pandemia, avevano bilanci e prospettive solidi». E come si fa? Vaccini a tutto spiano?

«Primario è che bisogna ritornare a una normalità sul piano sociale. Agendo immediatamente sul contesto sanitario attraverso un’azione di vaccini più rigida e diffusa. Poi, nel riconoscere lo sforzo compiuto dai Governi che si sono succeduti (Conte e Draghi) è tuttavia chiaro che occorre rafforzare massicciamente la struttura finanziaria delle nostre imprese».

E come?

«Attraverso un intervento normativo che possa consentire di ridurre la tensione finanziaria oggi in essere nei sistemi di impresa o nelle Pmi. Una soluzione, infatti, potrebbe essere una norma che consenta di pagare i debiti verso l’Erario - specifichiamo “integralmente” - in un intervallo temporale di 20-30 anni. I vantaggi sarebbero che da un lato lo Stato si garantisce l’incasso integrale di propri crediti, seppur rateizzati; dall’altro l’imprenditore potrebbe utilizzare la nuova liquidità, generata nella fase di ripresa dell’attività economica, per implementare la propria capacità reddituale e produttiva, tanto da raggiungere un livello di autosufficienza. Il tutto col vantaggio complessivo di garantire la continuità e la sopravvivenza delle imprese all’interno del mercato, salvaguardando l’intero sistema economico nazionale».

Ciò vorrebbe dire che la vita media di una Pmi sia di 20 o 30 anni. I dati ci dicono che siamo mediamente al di sotto (secondo Unioncamere: la vita media delle aziende italiane è di 12 anni; ndr).

«Quando parliamo di un termine di 30 anni parliamo di un massimo. Ma, sulla base di un piano asseverato da un commercialista, l’Agenzia delle Entrate potrà valutare caso per caso la durata massima della rateizzazione compatibile con il profilo finanziario e reddituale della singola impresa».

Cosa ne pensa della dimensione del sostegno a fondo perduto?

«Sono stati svariati i bonus che il Governo ha varato nel 2020 e 2021, sotto forma di crediti di imposta o accrediti sul conto corrente. Il continuo susseguirsi dei decreti legge ha fatto sì che i diversi ristori venissero implementati o modificati in corso d’opera, non sempre in maniera coordinata e organica. Questa politica sussidiaria del governo ha avuto una sua logica, come misura emergenziale, per salvaguardare la tenuta del sistema economico nazionale. Il nostro Paese oggi, invece, ha bisogno di intraprendere una serie di riforme per favorire il processo di rilancio del sistema economico che, certamente, non possono fondarsi unicamente su sussidi occasionali, a volta anche assolutamente insufficienti a compensare le perdite registrate dagli imprenditori e dai professionisti».

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