Apollo e Dioniso si confrontano (si affrontano?) in un singolare tour de force per l’attenzione e per l’intelligenza dello spettatore medio in questo spettacolo dell’argentino Rafael Spregelburd, Diciassette cavallini, che l’autore e regista fautore della “teoria del caos” ha realizzato col Teatro Due di Parma e che è passato anche in Puglia (a Manfredonia al Teatro Lucio Dalla, a Bari al Teatro Anchecinema) per il nostro godimento intellettuale, nonché per l’inseguimento concettuale delle “discese ardite e delle risalite” di Spregelburd. Mentre Nietzche sogghigna e Freud si frega le mani, il primo atto, quello apollineo e all’apparenza più lineare (titolo L’oracolo invertito) propone una Cassandra contemporanea ovviamente sul lettino dello psicanalista che tenta, all’apparenza, di venir fuori dal suo destino crudele di profetessa ahimè inascoltata di catastrofi e delitti squisiti, che poi si avverano, con suo inutile scorno e disdoro.
Dialogo intermittente assai e assai schizzato, fra la Cassandra e lo psicanalista, con l’ azione e la narrazione che si duplicano, si interrompono e riprendono a mo’ di nastro intermittente, con degli altri
“pazienti” in campo, con il Mito greco in agguato e con Eroi ed Eroine (Cassandra, Clitemnestra, Agamennone, Egisto, ecc.) quasi in passerella come soubrette di un Varietè scalcinato, e intanto lo psicanalista rivela i suoi segreti più intimi e inconfessabili, che anzi li confessa proprio, ed ecco in scena il suo partner erotico molto atticciato e molto alticcio
con suoi bicchiere e bottiglia d’ ordinanza, ecco ancora un professore (il mitologo Graves, qui citato) con la sua “teoria del caos” e riflessioni connesse. Cassandra non abita più qui, in questo Mito di perenne attualità, anzi è infine lei che psicanalizza lo psicanalista, e L’oracolo invertito trafigge i canoni della narrazione lineare in un moltiplicarsi anarchico di schegge dialogiche velocissime, molto colte, molto raffinate e tutto, ma in fin dei conti anche molto divertenti e con spunti comici ininterrotti: è come un continuo solletico, fra l’intellettualistico un po’ snob e il burlesco tout court, con momenti al limite del goliardico.
Ma è anche un po’ faticoso stargli dietro.
Veniamo ora al secondo atto, quello che dà il titolo all’insieme, i Diciassette cavallini, il pezzo “dionisiaco” di Spregelburd. Intanto i 17 sarebbero i guerrieri greci nascosti nel ventre del cavallo fatidico di Troia, e in scena troneggia infatti un enorme pupazzo di palloncini gonfiati (sembra una scultura di Jeff Koons, artista noto anche come marito della nostra Cicciolina) insieme a un bric-a-brac da trovarobato teatrale infinito, con molti orologi penduli (tipo nei quadri di Dalì), canestro da basket, letto matrimoniale, scrivania con macchina da scrivere, ecc. Nel brodo scenico primordiale si sviluppano azioni e mimiche
reiterate, con voce fuori campo prima, poi con attori eloquenti: una contadina (Zoraide!) detta un testamento in cui esclude il figlio fannullone e bugiardo, un assassino (poliziotto e futuro candidato ad elezioni, spesso in tutù) uccide un marito dopo esserne stato sorpreso a letto con la moglie, c’ è poi un idraulico in cerca di cacciavite, ecc. Il tempo, i tempi, si ripetono, si addossano e si moltiplicano, in un continuum dove il passato ritorna ma intanto il futuro non passa mai. E mentre Cassandra (ma nel primo tempo si è scoperto che il suo vero nome è Assunta!) “ripete il suo verso” e le sue profezie inutili, ecco che il Giardino dei Ciliegi di Cechov effonde profumi e rumori di asce all’opera, e anche echi dall’Amleto scespiriano (fra madre zoccola, figlio indeciso, zio femminiero e padre fantasma) ci si mettono di mezzo, in combutta con Eschilo e Sofocle e il malandrino Euripide che scassa gli schemi.
È la teoria dell’eterno ritorno, o meglio dell’eterno ricomincio, in questi due atti di Spregelburd. Questi Diciassette cavallini, come un po’ tutta la drammaturgia dell’ argentino, configurano quasi una Commedia dell’Arte per il millennio 2000, una commedia che riflette il caos che ci è dato, con il “tempo fuori dai cardini”(sempre Amleto, sempre il solito Shakespeare), un tempo che disconnette le azioni dalle cause, i comportamenti dalle motivazioni, capovolgendo una volta per tutte la linearità delle narrazioni. Anche se, va pur detto, ci aveva già pensato anni fa Samuel Beckett. Piuttosto divertente però, sia
pure con momenti di stanchezza e qualche corto circuito nell’attenzione (spettacolo non breve): ciò grazie soprattutto alla bravura dei sette attori di Teatro Due in palcoscenico: Roberto Abbati, Valentina Banci, Laura Cleri, Davide Gagliardini, Luca Nucera, Massimiliano Sbarsi, Pavel Zelinskij.
In ottobre Rafael Spregelburd (che è nato a Buenos Aires nel 1970) è stato protagonista a Bari di alcuni incontri e stage a cura di Puglia Culture e dell’Università di Bari.
















