Scrive Vittorio Lingiardi, illustre psichiatra e psicanalista: «Ci consumiamo in relazioni sbagliate, ci esponiamo al pericolo, ci sentiamo sempre in colpa, ci identifichiamo con l’aggressore. Invochiamo nuovi tiranni. Perché coltiviamo, dentro di noi, un sabotatore interno?». Ci sono gesti che attraversano in silenzio le vite di molti, a partire dagli adolescenti e che, spesso, non siamo pronti a guardare in faccia con lucidità. Perché sono sempre più diffusi i gesti di autolesionismo? Lingiardi, nel suo ultimo libro edito da Einaudi, dal titolo Farsi male. Variazioni sul masochismo, con un linguaggio secco, senza sensazionalismi né condanne, parte da questa domanda: «Perché ci si fa del male?».
Evidentemente tutti ci facciamo del male, in dosi diverse e con esiti più o meno gravi. La risposta non è né semplice né rassicurante, ma ci parla di identità, di amori sbagliati, di confini molto labili, di corpi che diventano l’ultimo luogo a cui rivolgersi quando il mondo è fin troppo distratto. Certamente succede a tutti, in qualche momento della propria vita, di
farsi del male, anche in maniera inizialmente inconsapevole, ma – come avrebbe detto la poetessa Wislawa Szymborska – bisogna imparare a distinguere il dolore da tutto ciò che dolore non è. Il più delle volte il farsi male è una variazione sul tema, è una ripetizione che ci fa restare su una direzione, senza avere il coraggio di cambiarla. Si resta in un amore
soffocante, ci si autoinfligge punizioni, si inseguono strade che non arrivano mai a una direzione, alimentando il “self defeating”, cioè una personalità auto-frustrante. Il farsi male ha tanti risvolti: ci si fa del male anche non eseguendo accertamenti necessari medici e non assumendo le terapie giuste. Ci si fa del male anche in nome della bellezza, piegandosi, come dice lo psichiatra, a modelli e aspettative che lasciano il segno, seguendo strade di dolori autoinflitti: anoressie di corpi da affamare, vigoressie nutrite di steroidi, piercing e tatuaggi che non risparmiano un centimetro della pelle.
Scrive Lingiardi: «Soffrire può diventare un’identità. Una forma che la custodisce. Noi stessi che ci teniamo al guinzaglio, evitando – perché non sappiamo, perché non possiamo – il lavoro di ricordare, capire, scegliere. Soffrire è un modo per tenersi vivi, avere un senso. Abbandonare la sicurezza di una relazione dolorosa per l’incertezza di una vita nuova non è facile». Analizzando quest’interessante saggio si nota, inoltre, che il corpo non è mai il contenitore della mente, ma è un luogo di iscrizione simbolica, una pagina su cui si scrive ciò che non può essere detto. Ed è proprio per questo che la cura non può essere semplicemente limitata a far smettere un determinato gesto (come, ad esempio, quello del tagliarsi). Bisogna sapersi interrogare e chiedere aiuto nell’interrogare quella ferita.
Il libro non offre soluzione facili e non sarebbe serio offrirle. Ci costringe, tuttavia, a rinunciare alla distanza rassicurante del giudicare e a riconoscere che il dolore dell’altro non mai totalmente estraneo a noi. È importante, però, intendersi sul concetto di masochismo, termine che nel saggio fa da sottotitolo. In psicoanalisi, spesso, la parola, proprio come nel linguaggio comune, è ridotta a un cliché, ma è importante smontare queste scorciatoie. Occorre comprendere che il masochismo non coincide con l’amore per il dolore, ma con il modo in cui il dolore viene investito di significato. Non è la sofferenza in sé a essere desiderata, bensì ciò che essa consente di ottenere: un legame, un riconoscimento, una visibilità. Il masochismo è da leggere, spesso, come una strategia paradossale di sopravvivenza. Il subire, ad esempio, non è sempre segno di passività, ma è una scelta di chi non vuol perdere l’altro. In questi casi si potrebbe parlare di masochismo relazionale, in cui si struttura una dipendenza verso l’altro, che viene vissuto come un soggetto “potente” o “irraggiungibile”. C’è poi il masochismo di cui parlava Freud,
che è quello della colpa che chiede punizione, dell’autosvalutazione cronica, della necessità di espiare un senso di indegnità. In quest’ottica, non agisce la componente ell’eros, ma agisce la sfera etica, in cui si vuol soffrire perché, solo in questo modo, ci si sente legittimati a esistere.
Lingiardi precisa che, stando all’osservazione clinica, l’investimento nella sofferenza è comune negli uomini come nelle donne, ma in virtù di percorsi di sviluppo condizionati dal genere, può differire nelle sue manifestazioni, soprattutto perché in molte culture, compresa purtroppo la nostra, si elogia la spavalderia del maschio e (ancora) si elogia la remissività della femmina. Interessante riflettere su quanto aggiunge il nostro autore: questi comportamenti, da adulti, sono armi a doppio taglio nel perpetuare atteggiamenti di sofferenza, di abitudini, di errori comportamentali, che assumono significati psicologici e
culturali.
















