Nella carne (titolo originale Flesh), tradotto da Anna Rusconi e pubblicato da Adelphi, è il romanzo con cui David Szalay si conferma uno degli autori più audaci e originali della narrativa contemporanea europea. Vincitore del Booker Prize 2025, il libro è un’indagine profonda sulla condizione maschile, sul corpo e sulla storia che ci attraversa, raccontata attraverso l’esistenza di un solo personaggio.
La trama è apparentemente semplice ma dalla portata ambiziosa: seguiamo István dall’adolescenza fino ai cinquant’anni, attraverso un arco di vita che si intreccia con le principali trasformazioni dell’Europa degli ultimi quarant’anni. Nato in una famiglia povera dell’Ungheria post-sovietica, István affronta traumi, guerre, spostamenti e incontri che plasmano le sue scelte e il suo rapporto con gli altri e con se stesso. La narrazione non è una cronaca puntuale di eventi, piuttosto un continuo spostamento di sguardo che lascia emergere ciò che conta davvero: gli effetti del tempo sul corpo e sull’anima, e la difficoltà
di trovare un senso in un mondo in continuo mutamento.
Una delle scelte formali più evidenti del romanzo è lo stile minimale e asciutto. Szalay adotta una prosa laconica, fatta di frasi brevi e tensioni trattenute, che rispecchia la natura quasi impenetrabile del protagonista. In molte scene ciò che non viene detto è spesso più forte di ciò che viene espresso. Le ellissi e i vuoti narrativi non sono carenze, ma strumenti consapevoli: sono spazi che il lettore deve riempire, tessere di senso che emergono dai gesti, dalle reazioni fisiche dei personaggi, più che dai loro pensieri.
Il corpo non è solo un elemento tematico, è il centro magnetico intorno al quale ruota l’intera vicenda. István è un corpo che sente, reagisce, subisce e talvolta domina. Le pulsioni, il desiderio, la violenza, il piacere e la vulnerabilità – sia fisica sia psicologica – sono aspetti che Szalay esplora con uno sguardo crudo ma mai gratuito. In questo senso, il corpo diventa una lente attraverso cui osservare la storia personale e collettiva: un corpo modellato dalla Storia, ma anche dall’istinto più profondo di sopravvivere.
Molti critici hanno notato come Nella carne sia anche un romanzo sulla mascolinità contemporanea. István non è un eroe tradizionale: non è un uomo di grande riflessione, non possiede una forte introspezione, spesso comunica attraverso monosillabi o semplici “okay”, come se il linguaggio fosse insufficiente a catturare le pieghe più intime della sua esperienza.
La messa in scena di Szalay può risultare sconcertante per chi cerca una trama lineare o un’evoluzione psicologica convenzionale. Le ellissi – cioè i salti temporali e le omissioni di dettagli narrativi – sono parte integrante della struttura del romanzo: non si tratta di un errore, ma di una scelta estetica precisa. Alcuni critici hanno notato che queste sottrazioni
narrative possono a volte dare l’impressione di una certa freddezza o “vuoto”, ma al tempo stesso sono ciò che rende il romanzo potente e unico.
La vicenda di István è spesso in bilico tra il tragico e il comico involontario: i suoi errori, le sue imprese casuali, le relazioni complicate e la sua attitudine distaccata costruiscono un ritratto che è, insieme, affascinante e respingente. István è un uomo in balia della propria carne e del corso implacabile della storia, e in questo Nella carne si rivela un romanzo in cui il corpo non è mai un semplice contenitore, ma la scena primaria in cui si gioca la questione dell’identità.
Szalay propone un ritratto estremamente oscuro e radicale, in cui l’assenza di giudizio morale diventa una forza narrativa: non c’è un eroe da ammirare né un antagonista da condannare. Al contrario, ciò che emerge è una forma di empatia complessa verso un uomo che, nelle sue ambiguità, rappresenta molte delle contraddizioni della nostra epoca.
















