Che cosa intendiamo davvero quando parliamo di performance? Non soltanto esecuzione, spettacolo o prestazione. Nel volume Performance. Un itinerario filosofico e storico- artistico (Ed. Castelvecchi), lo studioso Giacomo Fronzi affronta uno dei concetti più abusati e, al tempo stesso, più sfuggenti del lessico contemporaneo, restituendogli spessore teorico e densità filosofica. Ne emerge un libro importante, ambizioso estratificato, che invita a ripensare la performance non come categoria settoriale, ma quale dimensione costitutiva dell’esperienza umana. Un’opera destinata a diventare punto di riferimento per filosofi, studiosi delle arti, musicologi e operatori culturali. Un testo che non si limita a descrivere la performance, ma la attraversa, mostrando che essa non riguarda soltanto l’arte, ma il nostro stesso modo di stare al mondo.
Fronzi è professore di Estetica e di Estetica delle arti performative all’Università di Bari. Musicologo, critico musicale, conduttore radiofonico per Rai Radio3 e pianista, ha dedicato gran parte della sua ricerca alla musica del Novecento e al pensiero filosofico
contemporaneo. In questo volume, però, lo sguardo si amplia ulteriormente: la performance diventa il luogo in cui convergono azione, corpo, relazione, storia e vita quotidiana. Il punto di partenza è dichiarato fin dall’introduzione: non si tratta tanto di rispondere alla domanda «che cos’è la performance?», quanto di comprenderne il funzionamento. Fronzi sottolinea che la performance, «in virtù della sua costitutiva instabilità, variabilità e tendenza alla continua trasformazione, sfugge a ogni tentativo di incapsulamento sistematico». La filosofia, tradizionalmente orientata verso ciò che permane, ha a lungo trascurato questa dimensione fluida; il libro nasce dunque dall’esigenza di colmare tale vuoto, proponendo una vera e propria filosofia della performance.
La prima parte del volume - introdotta da una illuminante prefazione di Massimo Donà - costruisce l’ossatura teorica del discorso, chiarendo i concetti di performativo, performatività e performance, e insistendo sulla centralità del vissuto, inteso come originario, patico e relazionale. La seconda parte segue invece un itinerario storico- artistico che attraversa teatro, performance art, musica e danza, ricostruendo i momenti chiave della cosiddetta “svolta performativa” del Novecento.
Uno dei nuclei più originali e fecondi del libro è il capitolo «Tassonomia della performance», in cui Fronzi propone una lettura alternativa rispetto alle interpretazioni più diffuse. La performance, chiarisce l’autore, «non è solo esecuzione/prestazione, non è solo azione artistica, non è solo interpretazione». È, piuttosto, «morfologicamente molto di più».
Da qui la distinzione tra diverse tipologie: performance ordinaria non artistica, performance extra-ordinaria non artistica e performance artistica, a sua volta articolata in performance specifica e performance assoluta.
Quella ordinaria non artistica è un’azione complessa della vita quotidiana, dotata di intenzionalità, capacità trasformativa e potenza relazionale. Scrivere un diario in vista di un percorso di autoconsapevolezza, preparare un pasto per una persona cara, organizzare un viaggio sapendo che non si potrà più tornare in quel luogo: sono esempi concreti di azioni che, pur non essendo artistiche, possiedono pieno carattere performativo. Al contrario, azioni semplici e meccaniche - quali aprire una finestra, versare dell’acqua o rimettere il tappo a una penna - non possono essere considerate performance.
Diverso è il caso della performance extra-ordinaria non artistica, che comprende ambiti come lo sport, la politica o l’organizzazione aziendale: azioni misurabili, valutabili, fondate su una relazione diretta tra prestazione e risultato, e sempre inserite in un contesto sociale e comparativo.
Infine, la performance artistica, che Fronzi distingue in specifica e assoluta. La prima coincide con l’esecuzione-interpretazione, necessaria affinché un’opera esista e venga comunicata: recitare Shakespeare, suonare Bach, interpretare Mozart. La seconda,
invece, riguarda quelle pratiche - dalla performance art a molte esperienze contemporanee di musica e danza - nelle quali atto creativo, esecuzione, interpretazione e rapporto con il pubblico coincidono nello stesso processo. È qui che la performance
diventa davvero arte che accade.
A completare il quadro è la nozione di meta-performance, rielaborata attraverso il concetto di meta-operatività di Emilio Garroni: livelli diversi di performatività che coesistono, si intrecciano e si rispecchiano. Una visione complessa ma estremamente efficace, che consente di leggere la performance come fenomeno stratificato e dinamico, mai riducibile
a una sola funzione.
















