Sul ponte sventola bandiera rossa. Ed è proprio così nel bianco e nero contrastato, drammatico e auspice di uno dei massimi classici della storia del cinema, che compie in questi giorni cento anni esatti e chiude in gloria pregressa l’intero 2025 donando luce riflessa: La corazzata Potëmkin di Sergej Michajlovič Ėjzenštejn venne infatti presentato in prima assoluta il 21 dicembre 1925 al teatro Bol’šoj. Rivederlo correttamente in versione integrale con quella bandiera rossa empatica che fa capolino dalla fine del terzo atto, prima che sopraggiunga il quarto feroce con la scena memorabile della “Scalinata di Odessa”, lo si deve al restauro dalla Cineteca di Bologna, con tanto di complementare edizione in volume a cura di Paola Cristalli e Alessandro Cavazza, accompagnata nel cofanetto da due dvd ragionati.
Il rosso, sangue più rivoluzione, spezza il chiaroscuro di eventi storici riplasmati da Ėjzenštejn per non rincorrere la storiografia del 1905, ma prefigurare nel 1925 le sorti autenticamente rivoluzionarie a tempo indeterminato, con slancio sempre prospettico; e che l’Unione Sovietica si preparava a disattendere, diventando nel mutare degli scenari geopolitici e nell’avvicendarsi dei secoli nei decenni un soggetto dittatoriale che ancora oggi attacca Odessa e a insanguina la storica, quindi cinematografica Scalinata. In Italia il film, tallonato dalla censura democristiana, arrivò solo trentacinque anni dopo (siglando
involontariamente un secondo anniversario con l’anno che volge ora al termine), ma in una versione decurtata, abbastanza rimaneggiata nel taglio stesso delle inquadrature, purtroppo per dare la precedenza alla sostanza più che alla forma ineccepibile; eppure a suo modo era affascinante anche quella, con il commento di Arnoldo Foa e le sue militanti pecche filologiche.
La verità del film e sul film resta tuttavia quella di un’opera senza tempo, fedele all’idea goethiana di una veridicità appunto disadattata per raggiungere una profondità spirituale che sfida la storia ufficiale. Se nel 1905 la scintilla insurrezionale dei marinai del Potëmkin non sortì dunque l’esito positivo sbandierato nel finale del film, è perché al suo interno l’impeto dialettico si traduce nella controffensiva inevitabile del potere zarista che a Odessa tra gli inneggianti restaura l’ordine con il bagno di sangue di madri e figli, anziani e bambini.
Questo perfetto blocco narrativo resta da antologia, studiato doverosamente nelle scuole di cinema e soprattutto dal suo autore all’epoca nei suoi infinitesimali particolari compositivi e concettuali all’interno di una più complessa e vasta produzione critica e
teorica restituita per intero da una preziosa serie di volumi curati da Pietro Montani. Le linee incrociate, tendenzialmente diagonali che dalle brande sottocoperta investono plasticamente i profili all’esterno delle canne dei cannoni agli alberi delle barche, sono parte integrante di una lezione di vita condivisa e modulare, dalla cellula militare all’organismo sociale, nel dolore come nell’entusiasmo, all’insegna anche sventolante dei diritti umani e civili. L’intelligenza politica e artistica de La corazzata Potëmkin, prefigurando di in fucilazione ottant’anni orsono quella conclusiva di Don Pietro in Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini, non si presta al gioco delle parti in tragicommedia della propaganda, ma restituisce un’idea di cambiamento radicale, aperto e alternativo alla violenza dispensata dagli eventi in un frenetico montaggio lontano dal ritmo contemporaneo senza cognizione di causa.
Donde il caso eccellente de Il secondo tragico Fantozzi (1976) di Luciano Salce, con lo sventurato ragioniere che intercetta il presente evocando il poliziesco italiano. Trasformandosi in via del tutto eccezionale in leader implacabile, e interpretando lo spirito di ribellione a oltranza verso i classici del cinema muto inflitti dai vertici dell’azienda agli impiegati, il prode Fantozzi sdogana tre titoli liberatorii per la gioia di tutti e il dolore del dirigente cinefilo, ossessionato specialmente da La corazzata Potëmkin, ribattezzata “Kotiomkin” dai colletti bianchi ribelli che si sfogano con Giovannona Coscialunga (1973) di Sergio Martino, L’esorciccio (1975) di e con Ciccio Ingrassia e La polizia s’incazza. Dei tre l’ultimo è però un film inesistente, ma dal titolo allusivo verso la “poliziesca” rappresaglia “incazzata” sulla Scalinata di Odessa contro gli irriducibili capeggiati da Fantozzi. Con acume filologico, Salce e Villaggio mostrano i padroni cinefili che infliggono come una pena da espiare il film; come gli insegnanti odierni che minacciano di dare i compiti agli alunni se fanno chiasso, alimentando in loro la protesta in veste di disimpegno mirato e svago pulsionale.
















