«Ora, un tesoro è una faccenda delicata», dice il capitano. Ma anche emozionante e talvolta persino pericolosa, ricca di colpi di scena e di colpi bassi. Senza dubbio travolgente. Siamo a metà del Settecento, in Inghilterra, nei pressi di Bristol, in una locanda gestita dalla famiglia del giovane Jim Hawkins. La vita tranquilla viene sconvolta dall’arrivo di un certo Billy Bones, un vecchio marinaio dal passato misterioso. A lui si aggiunge Cane Nero, pirata a cui mancano alcune dita della mano e che riconosce Bones come un vecchio compagno. I due si affrontano, Billy Bones è vittima di un primo attacco apoplettico e nei giorni successivi ne subisce un altro che lo porta alla morte. Nel frattempo, anche il padre del ragazzo è venuto a mancare. Al protagonista e a sua madre non resta che aprire il baule di Billy Bones, nella speranza di recuperare qualche soldo
che il vecchio deve loro.
Ed ecco: dal baule sbuca la mappa di un’isola dove è nascosto un tesoro: «per tutti i diavoli!», avrebbe esclamato un pirata che si rispetti. Comincia l’avventura, ma non prima di aver noleggiato una nave, l’Hispaniola, e aver reclutato un equipaggio. E qui arriva l’inghippo: l’equipaggio è costituito da un manipolo di corsari che architetta un ammutinamento per accaparrarsi il tesoro. Addio, sogni di gloria. In un niente ci si ritrova cibo per pesci!
Comincia così uno dei grandi classici della letteratura occidentale, L’isola del tesoro, di cui è appena stata pubblicata una nuova edizione nella collana Bur Grandi Classici (Rizzoli), a cura di Rocco Coronato. La traduzione è di Michele Mari: un’impresa non da poco rendere in tutta la sua vivacità la lingua di quei pirati che amano fare baldoria intorno al falò, che non ci vanno tanto leggeri con il rum (c’è addirittura chi muore di rum) e che hanno sempre un’imprecazione sulla punta della lingua. Nel 1881, in una lettera a un amico, Stevenson (1850-1894) racconta di essere riuscito a completare i primi capitoli di quest’opera senza
troppi sforzi, poi prosegue: «il problema semmai è portarli avanti senza imprecazioni».
La genesi dell’opera (un po’ vera, un po’ leggendaria) è nota. All’epoca Stevenson non è ancora uno scrittore conosciuto. Nato a Edimburgo nel 1850, è figlio di un ingegnere specializzato in porti e fari. Dopo aver brevemente pensato di seguire la professione del padre, decide di studiare legge e diventa avvocato, senza tuttavia mai esercitare. In una mattina di pioggia, si accorge che il figliastro, di dodici anni, sta disegnando una mappa.
Comincia ad aiutarlo e a individuare dei nomi per i luoghi, quindi, sull’angolo a destra, scrive «Isola del tesoro». «Ah, quanto darei per una storia su quest’isola», avrebbe esclamato il giovane. Stevenson lo accontenta e nei giorni seguenti, ogni sera, legge quello che ha scritto ai suoi familiari, accogliendone i suggerimenti.
L’Isola del tesoro è pubblicato a puntate tra il 1881 e il 1882 su una rivista per ragazzi, senza tuttavia destare l’interesse dei più giovani, contrariamente alle aspettative dello scrittore. Anzi, l’editore riceve persino alcune lamentele. Dopo essere stato rimaneggiato, il romanzo esce in volume l’anno seguente. L’accoglienza è molto calorosa e l’opera è il primo successo dell’autore scozzese. Certo, ci vuole ancora un po’ di tempo affinché il testo venga compreso pienamente: come spiega Rocco Coronato, L’isola del tesoro non è un semplice «classico d’evasione» e i pirati «rappresentano subdolamente, in un registro
fra l’orribile e il comico, l’avidità coloniale britannica e assieme la possibilità della rivolta popolare, esemplificata dall’ammutinamento in mare».
Henry James, amico di Stevenson, afferma che in quest’opera tutto è «perfetto come un gioco di ragazzi ben giocato» e in L’arte della narrativa definisce la storia incantevole, pur con un inconveniente: lui non riesce a identificarsi nella storia di Jim. Stevenson replica così: «Se James non è mai andato in cerca di un tesoro, vuol dire che non è mai stato bambino». Ma cosa vuol dire essere bambini? Semplicemente, essere disposti a correre come antilopi per andare dietro a un sogno. Lasciarsi andare alle fantasticherie anche quando queste fanno un po’ paura. Seguire le idee balzane (che poi spesso salvano tutti),
inseguendo il miraggio del tesoro. Quel tesoro, ognuno potrà impiegarlo «saggiamente o follemente», secondo la propria natura, ma quello che unisce tutti (gentiluomini, bucanieri e ragazzini) è il desiderio di ottenerlo, un desiderio potente e soprattutto contagioso. In quel desiderio non c’è nulla di infantile, ma per Stevenson, come bambini, bisogna stare al
gioco e farsi trascinare dall’euforia. E il bello, in fondo, è tutto lì. Alla fine della giostra, quello che sembra favoloso spesso si rivela ingannevole, tanto che viene da chiedersi se la promessa conti più della realtà. Che il vero tesoro sia proprio nella ricerca (e nel racconto della ricerca)? Sarà così? Per dirla coi pirati, io mi ci gioco la parrucca!
















