Mercoledì 07 Gennaio 2026 | 11:04

Ludovico Einaudi, la musica empatica

Ludovico Einaudi, la musica empatica

 
Nicola Morisco

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Nicola Morisco

Ludovico Einaudi, la musica empatica

Ogni artista che attraversa il tempo con un consenso tanto vasto quanto controverso porta con sé una domanda irrisolta: Ludovico Einaudi non fa eccezione

Lunedì 05 Gennaio 2026, 18:46

23:53

Ogni artista che attraversa il tempo con un consenso tanto vasto quanto controverso porta con sé una domanda irrisolta: Ludovico Einaudi non fa eccezione. Da questa tensione prende avvio Ludovico Einaudi – La musica, le origini, l’enigma (Cluster A, Collana Prisma), primo volume interamente dedicato alla vita e alla carriera del compositore e pianista torinese, pubblicato nel 2025 in coincidenza simbolica con il suo 70° compleanno.

Con prefazione dell’arpista Cecilia Chailly e postfazione dell’architetto Stefano Boeri, entrambi amici dell’artista, il libro di Enzo Gentile sceglie consapevolmente di evitare la biografia celebrativa per costruire invece un’indagine. Gentile parte dalle radici, non solo musicali. Le origini familiari di Einaudi - il nonno Presidente della Repubblica, il padre editore - delineano un ambiente in cui la cultura è intesa come responsabilità civile prima che come successo individuale. È in questo crocevia di storia, borghesia illuminata e tensione intellettuale che prende forma la prima identità dell’artista, ben prima della sua affermazione globale. Il racconto si addentra poi nella formazione musicale, lontana da qualsiasi linearità: gli studi al Conservatorio di Milano, l’incontro decisivo con Luciano Berio, figura esigente e stimolante, ma anche le esperienze meno canoniche legate al
progressive rock e a gruppi come i Venegoni & Co., che restituiscono l’immagine di un musicista inquieto, ancora in divenire. Tra i passaggi più significativi emergono episodi spesso marginali nella narrazione ufficiale: i viaggi in Mali, il progetto Diario Mali, il confronto diretto con tradizioni sonore non occidentali. Non semplici parentesi esotiche, ma momenti di dislocazione che mettono in discussione l’idea stessa di musica occidentale e che contribuiscono a spiegare, senza mai esaurirla, l’empatia universale della musica di Einaudi. Il valore documentale del volume è rafforzato da una fitta rete di
testimonianze - circa 45 voci tra amici, colleghi, musicisti e registi - affiancate da materiali d’archivio, fotografie rare e dichiarazioni tratte da interviste e lettere.

Gentile, ha compreso perché nessuno aveva mai scritto un libro su Einaudi?
«Un po’ sì. Lui non lo vuole assolutamente: non ci tiene, prende tempo. Gli ho chiesto se volesse farlo insieme, ma mi ha risposto che aveva un progetto su di sé; di fatto, però, non è mai uscito nulla. È restio e riservato, scontroso con i media: non va in televisione, fa pochissima radio e non si trova a suo agio con la parola. Così cerca in tutti i modi di scoraggiare la realizzazione di un libro. Infatti, gli ho detto che i motivi per farlo c’erano. Mi ha risposto: “Fate quello che volete”. È probabile che a qualcuno in passato sia venuta l’idea di realizzare un libro, ma lui ha fatto di tutto per raffreddare l’iniziativa».

Perché la musica di Einaudi piace così tanto in tutto il mondo?
«È stato abile e anche in parte fortunato. La sua musica non circola solo attraverso dischi e concerti, né esclusivamente grazie alle circa ottanta colonne sonore per film di grandi registi, anche internazionali. Viene utilizzata a più livelli. La si ascolta nelle palestre, durante le pratiche di yoga e meditazione, nelle sfilate di moda, nelle RSA; era presente persino nella camera ardente di Giorgio Armani, oltre che in ascensori e taxi. Questa diffusione così “orizzontale” ha contribuito a moltiplicarne enormemente gli ascolti, inclusi quelli nelle scuole di musica».

Quali sono le sue radici e i meriti reali della sua poetica musicale?
«Le radici sono le cose che più mi interessavano, infatti nel libro parto proprio da questo. Lui parte come chitarrista, fa del rock prog, jazz, poi stacca con tutto questo e decide di andare a studiare in Conservatorio e diventa anche assistente di Luciano Berio, circondato dalla musica contemporanea, dall’avanguardia. Ancora una volta decide che quella non è la sua storia, che è anche avara di soddisfazioni. Così, negli Anni ‘90, decide il passaggio ad album come “Stanze” e “Onde”. La sua formazione è molto varia, dettata da tantissimi ascolti: minimalismo, Jarrett e altro».

Perché nel titolo è evocato l’enigma?
«Nasce da una domanda che mi fanno da tanto tempo: ma perché Ludovico Einaudi ha tanto successo? Non è del tutto originale, non è virtuoso, non è il primo a fare quel tipo di musica, però ha un successo globale. Quindi, l’enigma è quello che poi giro ai tanti che ho intervistato, cioè: cosa c’è nella sua musica? Ed è un po’ la somma delle risposte dei vari
personaggi che ho sentito e che sono nel libro».

Questo libro, comunque, più che chiudere un discorso su Einaudi sembra aprirlo.
«È vero. Einaudi di questi ultimi anni è un artista che riempie i teatri, fa record di streaming. Non è interessante che lo spieghi. Per me era più importante aprire la porta su quello che sono state le sue origini: come comincia, chi frequenta, dove va. Poi tutte le cose laterali: la famiglia, il padre, il nonno, i fratelli. Tutto questo entra nella musica, nel carattere molto chiuso di Einaudi».

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