«Unica fonte di cultura popolare nel mondo e nel suo genere. Le parole di Matteo Salvatore noi le dobbiamo ancora inventare». Ci piace ricordare il grande cantore pugliese con le parole di Italo Calvino, scrittore e intellettuale di grande impegno politico, civile e culturale, nonché uno dei narratori italiani più importanti del secondo Novecento. Lo facciamo proprio nell’anno in cui si ricordano due anniversari importanti della vita terrena del cantautore di Apricena: 100 anni dalla sua nascita (Apricena, in provincia di Foggia il 25 giugno 1925) e 20 dalla sua scomparsa (Foggia, 27 agosto 2005). Matteo Salvatore, forse inconsciamente, è stato uno dei primi (se non addirittura il primo) cantautori italiani.
A testimoniarlo, in passato e ancora adesso, straordinari artisti e intellettuali come Francesco Guccini (pare che abbia soggiornato per un mese a casa di Matteo), Eugenio Bennato, Concetta e Peppe Barra, Vinicio Capossela, Enzo Gragnaniello, Daniele Sepe, Teresa De Sio, Giovanna Marini, Lucilla Galeazzi, Lucio Dalla e Pino Daniele, il quale lo ospitò per tre mesi a casa sua all’inizio della carriera: «Ho amato la sua musica fin dall’inizio della mia carriera: Matteo e io siamo un dialogo mediterraneo», aveva affermato il Pino nazionale. Non ultimo Moni Ovadia del quale ricordiamo un suo pensiero. «Lo considero uno dei più grandi bardi della canzone di tutti i tempi. Matteo può stare alla pari con Leonard Cohen, Bob Dylan, con Vladimir Vysotskyi e con Jacques Brel. È un autentico gigante. Penso che sia colui che ha cantato nel modo più assoluto la condizione degli ultimi», quegli ultimi che poi verranno “abbracciati” dalle canzoni di Fabrizio De André. Ma lui ultimo lo è stato davvero se pensiamo alla sua infanzia segnata dall’indigenza che lo costrinsero ad accettare ogni lavoro – bracciante, garzone, banditore, scaricatore al mercato del pesce –, che ben presto divenne tema principale di un vasto repertorio di ballate tese a denunciare, con toni drammatici o d’amara ironia, le condizioni di miseria e sfruttamento imperversanti nel latifondo e nella società rurale del Sud d’Italia.
Matteo, nel 1966, incise nel suo album Il lamento dei mendicanti anche l’inno Evviva la Repubblica, che il papà Lazzaro scrisse in prigione (arrestato dai fascisti) insieme con il sindacalista Giuseppe Di Vittorio. La sua figura, quindi, si alzava a modello leggendario di artista popolare autentico, benedetto dai grandi nomi della critica, degli intellettuali, degli appassionati di musica folk e non solo.
Le canzoni del vasto repertorio della tradizione orale di Matteo, caratterizzate dallo stile “talking”, ovvero da un commento parlato all’inizio di ogni brano, in cui evoca lo stile da bluesman suonando la chitarra battente, arrivavano ovviamente del Gargano. La sua Puglia gli ha regalato la tenacia e la forza di vivere anche nei momenti più tristi della sua vita, come la pagina oscura di un femminicidio (viene accusato di aver ammazzato la sua compagna Adriana Doriani) e gli ultimi anni di malattia vissuti in carrozzina.
Tracciare un bilancio sulla sua attività artistica è quasi impossibile, ad iniziare dal suo trasferimento a Roma negli anni Cinquanta, quando il regista Giuseppe De Santis, lo chiamò a partecipare come cantore e chitarrista nel film Riso Amaro (1949) e Uomini e lupi (1957). Vanno altresì ricordate le sue partecipazione a numerosi festival, tournée internazionali con alcuni grandi della canzone italiana come Claudio Villa, suo scopritore e compagno di “fame” nelle osterie romane, Domenico Modugno, Patti Pravo e altri ancora. Innumerevoli sono anche le partecipazioni a programmi televisivi Rai.
Tra i suoi capolavori ricordiamo ballate quali Lu furastiero, Lu polverone, Brutta cafona, Padrone mio ti voglio arricchire – paradossale, disperato elogio dello sfruttamento padronale, ma anche Pasta nera, Lu bene mio e altre ancora, che rappresentano un patrimonio musicale inestimabile del Secolo scorso. Dopo la sua morte, l’amministrazione comunale della sua città, Apricena, ha intitolato un teatro in suo onore, Casa Matteo Salvatore. Nella città di Foggia, invece, ogni anno si svolge il Premio Matteo Salvatore.
Guida all’ascolto
“LIBERTÀ NEGLI OCCHI” di NICCOLÒ FABI
Da qualche giorno è disponibile “Libertà negli occhi” (BMG), il nuovo e decimo album di Niccolò Fabi. È il risultato di una residenza artistica di 10 giorni del gennaio scorso, tra le montagne della Val di Sole nello Chalet davanti al lago dei caprioli con i musicisti Emma Nolde, Roberto Angelini, Alberto Bianco, Cesare Augusto Giorgini, Filippo Cornaglia e Riccardo Parravicini. “È stato un esercizio di libertà lontano da qualsiasi aspettativa, come potrà risuonare tutto questo nella vita di chi lo ascolterà davvero mi è imprevedibile – ha commentato Fabi-. Di certo per noi è stato qualcosa di unico e irripetibile. Libertà è anche un modo di guardare le cose che determina il senso e la dignità di quello che facciamo: libertà negli occhi per l’appunto. Parafrasando quello che i motociclisti pensano prima di entrare in curva: la vita va dove va il tuo sguardo”. L’uscita del disco sarà accompagnata da un in store tour e, a seguire, da una tournée teatrale a partire da ottobre 2025. (n.m.)
“REMEMBERING NOW” di VAN MORRISON
Con il 47° album in studio “Remembering Now” (Exile Productions e Virgin Records), disponibile dal 13 giugno, il geniale “cowboy” irlandese Van Morrison ritorna a quei componimenti epici trascendenti e inclassificabili che rappresentano la sua unicità. Soul, jazz, blues, folk, country: questa è musica che dialoga con tutti questi generi, ma non è limitata da nessuno di essi. L’album, anticipato a febbraio scorso dal singolo “Down to Joy” e seguito il 1° maggio da “Cutting Corners”, è ricco dei tratti distintivi del Van Morrison classico, dai temi dominanti dell’amore spirituale, che ricordano la grandezza di “Someone Like You” (la fuga romantica di “Once In A Lifetime Feelings”, la candida autoironia di “The Only Love I Ever Need Is Yours”), a riferimenti specifici a luoghi della sua giovinezza nella title track e in “Stomping Ground”. Il titolo di un’altra canzone, “When the Rains Came”, riecheggia un verso del suo classico “Brown Eyed Girl”. (n.m.)















