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Delusi, stanchi, demotivati, ma il 25 settembre non disertiamo le urne

Delusi, stanchi, demotivati, ma il 25 settembre non disertiamo le urne

A 4 giorni dall'appuntamento elettorale

Perché una scelta di voto non è fondata solo sui no, perché implica l’adesione ad un progetto, ad un programma, ad una visione

21 Settembre 2022

Pino Pisicchio

In un mondo dominato dalla brutta prosa del T9 sui social, la poesia viene scacciata a pedate. Peccato, perché oltre che essere un lenimento dell'anima, la buona poesia potrebbe soccorrere, con la sua parola icastica e immaginifica, nei momenti critici offrendo una traccia per capire il mondo. Per esempio, che ne direste del Montale di «Non chiederci la parola» per raccontare il nostro stato d'animo di fronte al voto di domenica 25? Alla domanda: «e tu per chi voti?», tanto per stare nell'attualità incombente, resterebbe scolpito: «Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Che dice molto di più di mille parole sull'approccio della maggioranza degli italiani al voto, dopo la fine dei partiti di massa e l'avvento della fluttuante umoralità come sentimento politico dominante.

Siamo sinceri: da quanto tempo abbiamo smesso di votare alle elezioni politiche per un nostro partito preferito, scegliendo sempre il meno «sgradito», secondo l’aforisma che Indro Montanelli offriva ai suoi elettori («Voterò DC. Turandomi il naso»)? Da quanto tempo abbiamo smesso di votare il nostro candidato preferito, perduto nel pacchetto di lista bloccata, compilata soltanto secondo il desiderio capriccioso del capo? Da quanto tempo dobbiamo accontentarci di campagne elettorali virtuali, sublimate nei pastoni dei tiggì e nei salotti di qualche guru o guretto televisivo, o tutt'al più nelle chat gestite da professionisti della comunicazione in nome del leader maximo con cui pensiamo di interagire? Da tanto: da troppo. Quel troppo che si fa prima protesta e poi, quando anche la protesta delude, si fa disincanto e poi abbandono. I sondaggisti prevedono un’ulteriore caduta della partecipazione al voto di almeno otto punti, che farebbe precipitare la percentuale dei votanti al 65%. La non partecipazione è sicuramente un’opzione possibile, ma è davvero quella giusta? Basterebbe riflettere sul fatto che non esiste, né può immaginarsi, una soglia di validazione delle elezioni in base all’affluenza alle urne per comprendere che basterebbe solo un pugno di italiani al voto per garantire la rappresentanza dei seicento parlamentari.

Magari, chessò, se vanno a votare solo i candidati e i loro stretti congiunti. E allora che si fa? Metodo Montanelli? Si, combinato con Montale. Per quel che mi riguarda comincio da ciò che non sono e dico no a chi è contro l’Europa, nostra unica chance in un mondo affetto da gigantismo bipolare; no a chi non pratica la solidarietà come obiettivo prioritario della politica, perché la politica è riequilibrio e chi è più debole ne ha più bisogno di chi è più forte; no a chi tutela il parassitismo e le rendite di posizione, perché il criterio della giustizia non può che essere quello del merito e della capacità di svolgere un ruolo attivo nel ciclo produttivo; no a chi, di fatto, sbarra la strada alle giovani generazioni, perché toglie al paese ogni speranza; no a chi umilia la Costituzione, che è il nostro «patto» tra italiani, disattendendola nei comportamenti; no, in particolare, a chi, chiamato ad adempiere funzioni pubbliche, ha dato prova di non averle svolte con «disciplina e onore», che poi vuol dire con «competenza» e «onestà», come recita l’art. 54 della Costituzione. Naturalmente una scelta di voto non è fondata solo sui no, perché implica l’adesione ad un progetto, ad un programma, ad una visione. E questo ognuno lo valuta come può. Per il resto può bastare Bergoglio quando dice «no alla politica di basso livello», aggiungendo che «la capacità di fare politica è un’arte». Proprio vero, ma di quel genere che, una volta imparata, è stata messa da parte. E poi dimenticata per sempre.

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