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In Puglia e Basilicata

Il ricordo

Addio Irene Papas, un'icona nell'Olimpo delle dee

Addio Irene Papas, un'icona nell'Olimpo delle dee

Dote naturale? La sensualità

15 Settembre 2022

Pasquale Bellini

È morta alla stessa età della regina Elisabetta, 96 anni, essendo nata anche lei nel 1926 dalle parti di Corinto, e scusate se è poco! A differenza della regina, però, Irene Papas sarà piuttosto ricordata in qualità di Dea, di quelle che aleggiano fra l’Olimpo e i sottostanti territori abitati dai mortali, con i quali le Celesti eventualmente si mescolano con amabile condiscendenza. E per forza!, dico io, con quella faccia da greca che di più non si può, manco i fregi del Partenone, o le statue nei Musei.

Eppure da ragazza, prima di essere per noi in aeternum l’austera fedelissima Penelope (come da serie Tv dell’Odissea nel 1968) e prima di prestare il suo volto scolpito e il suo corpo marmoreo a film di possente impatto politico (vedi A ciascuno il suo di Petri con Volonté nel ‘67 o Z-L’ orgia del potere di Costa Gavras o il più recente, 1987, Cronaca di una morte annunciata di Rosi) ebbene la Papas «da giovane», nella Atene degli anni del dopoguerra esordì, sulle scene come cantante nei night e come ballerina in spettacoli di varietà.

Verve fisica da un lato, sensualità ed eros represso dall’altro non le hanno fatto mai difetto. Con la grande intensità (nello sguardo e nei gesti) che è peraltro la caratteristica delle Dee. Chi non la ricorda come «vedova nera» così cupa e così sensuale in Zorba il greco, il film del ‘64 di Cacoyannis con Anthony Quinn, fra le evoluzioni del sirtaki e le musiche di Teodorakis?

Irene Papas, che pure era scesa dall’ Olimpo degli Dei fin nell’«Actor’s Studio» di New York, accanto alle Medee rigorosamente Made in Hellas e filologiche, date magari nel grande Teatro di Epidauro, aveva anche recitato una Medea contemporanea e moderna ne La lunga notte di Medea di Corrado Alvaro (1989), così come era stata la Contessa Ilse nei Giganti della Montagna di Pirandello con la regia di Mauro Bolognini (1989).

Anche qualche polpettone western o storico-avventuroso nel suo carnet, beninteso, tipo La legge del capestro di Wise (1956) o I cannoni di Navarone del ‘61, ma l’icona immutabile della Irene Papas resta quella della ieratica e mitica figura greca, col suo profilo da medaglia antica, che si staglia su uno sfondo di terre e di mare mediterraneo.

Eppure... eppure... La sua verve e la sua sensualità trovarono momenti di fuga dal cameo immutabile. Nel 1972 (forse per disintossicarsi dal micidiale peplum Le Troiane girato nel ‘71 con Katherine Hepburn!) la divina Papas incise un long-play col gruppo greco alternativo Aphrodite’s Child intitolato 666 (diabolica allusione!): la canzone da lei cantata, Infinity, era tutta una serie di mugolii, di allusioni ed espressioni altamente sexy. Tant’è che il disco fu sequestrato e censurato, e ne fu per un pezzo vietata la diffusione.

Ma è facoltà suprema delle Dee quella di sfidare le comuni regole dei mortali, concedendosi eccessi, brividi di voluttuosa trasgressione, ridendosene delle convenzioni e sfidando addirittura il sommo Giove, o i canoni del mercato dello spettacolo!

Irene Papas è risalita al suo Olimpo luminoso. Ci resta il suo profilo e il suo volto severo e «divino».

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