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IL COMMENTO

In questa estate elettorale tutti quei simboli senza più ideali e progetti

In questa estate elettorale tutti quei simboli senza più ideali e progetti

Le elezioni e il Ferragosto italiano

Per dirla tutta sembra che si stia pensando a un presidenzialismo all’«amatriciana». Del resto cosa chiedere di più quando i candidati li devi scegliere a Ferragosto?

19 Agosto 2022

Michele Partipilo

Il Ferragosto appena passato finirà alla storia per essere stato uno dei più faticosi e impegnativi per i leader politici. Altro che i servizi di «colore» su come e dove passano le vacanze i vip dei partiti, quest’anno quasi tutti al chiuso delle segreterie con l’unica consolazione dell’aria condizionata. I rigidi tempi della campagna elettorale hanno imposto una scadenza ravvicinatissima e – diciamolo – infelice per la formazione delle liste. Che poi è il momento topico per il successo di ogni elezione. È come se un allenatore dovesse decidere su due piedi la squadra per il campionato che, in qualche modo, è già cominciato. Con una bella differenza: in centomila premono in ogni modo per scendere in campo. Vantano meriti, minacciano scissioni, offrono pacchetti di voti, rivendicano il lavoro fatto in passato, contano sulla fedeltà indiscussa al capo.

Nello spazio di poche ore si sono consumati gesti di rispetto e alti tradimenti, atti di stima e vendette a lungo covate. Insomma la strada che porta alla formazione delle liste è lastricata di lacrime, sangue e coltelli tra i denti con in più l’ipocrisia che a cose fatte tutti – tutti quelli rimasti fedeli al partito – giurano che la squadra scelta è la migliore e più competitiva possibile. Le urne, cioè gli italiani, poi diranno la loro con un giudizio inappellabile e che, lo si può già anticipare con certezza, vedrà tutti vincitori grazie a equilibrismi numerici e lessicali che ogni volta fanno morire di curiosità gli osservatori internazionali. La prossima tornata elettorale sarà caratterizzata dai nomi dei leader nei simboli. Letta, Meloni, Calenda, Berlusconi, Di Maio, Mastella, Salvini, De Luca fino a un apocrifo Draghi, già sconfessato da Palazzo Chigi. Peccato per Conte, l’unico dei big rimasto nell’anonimato, ma Grillo oltre alla tagliola dei due mandati gli ha fatto ingoiare anche il simbolo senza nome. I 101 contrassegni depositati assomigliano così più a un elenco delle Pagine gialle che al richiamo di un partito, di un programma, di un ideale (scusate per quest’ultima inopportuna parolaccia). La motivazione è legata ai diktat della comunicazione. In uno spazio pubblico sempre più affollato è necessario che ci sia un’identificazione fra elettore e compagine politica. I vecchi simboli sono logori, privi di stimolo e retaggio di un tempo in cui la comunicazione si fondava su concetti, idee e programmi e non sull’immagine. Un volto diventato noto, non importa perché, è subito riconosciuto e quindi trasforma l’elettore in simpatizzante. Senza contare che se le cose vanno male, si cambia nome sul simbolo e si ricomincia con una nuova verginità. Lo mostrò a suo tempo Berlusconi, sempre all’avanguardia su questi temi, lo copiano oggi tutti gli altri.

Del resto basta guardare al mercato: Giovanni Rana pubblicizza i suoi tortellini; Ennio Doris reclamizzava la sua banca e oggi lo fa il figlio; la famiglia Aldi elogia i suoi supermercati; il cavalier Forte vanta il suo pane di Altamura. Solo per citare i primi che vengono in mente.
Ma se il nome in ditta è scelta per imposizione comunicativa, in politica cela una sottile opera di convincimento, diventa arma subliminale, svela una prospettiva di governo poiché il nome del leader corrisponde di fatto a quello del candidato premier. Nel caso, preconizzato dai sondaggi, di vittoria del centrodestra si porrà certo il problema di quale fra i due principali nomi sui simboli prevarrà, ma questo lo decideranno le urne (dicono) sebbene sia diventato già «il» tema della campagna elettorale.
La prassi generalizzata del nome sul simbolo appare anche una prova generale per il presidenzialismo che si vorrebbe introdurre in Costituzione. Per la verità nessuno precisa di quale forma di presidenzialismo si tratti (le varianti attuate negli altri Paesi sono diverse: da quello più soft alla francese, a quello duro e puro all’americana e nel mezzo tutti gli altri). Né alcuno si addentra in qualche particolare su come rendere compatibile la Costituzione del ’48, fondata sul perfetto equilibrio di poteri garantito da pesi e contrappesi, con un sistema che tende a concentrare i poteri. Si ha la netta sensazione cioè che per la stragrande maggioranza dei proponenti, alla fine il presidenzialismo sia solo l’elezione diretta del Capo dello Stato, lasciando tutto il resto così com’è. Un presidenzialismo populista basato molto non sulla qualità del candidato, quanto sulla sua notorietà e sulla capacità di attirare consensi, grazie soprattutto alle comparsate televisive. La tv in Italia resta infatti il più potente strumento per convogliare gradimenti e non a caso vede nella Rai il quotidiano terreno di scontro fra i partiti. Poi, certo, c’è il web e ci sono i giornali, ma servono ad alimentare il dibattito e le polemiche, non a imporre un volto. Si prenda il caso del prof. Orsini, improvvisamente diventato una star mediatica.

Per dirla tutta sembra che si stia pensando a un presidenzialismo all’amatriciana. Del resto cosa chiedere di più quando i candidati li devi scegliere il giorno di Ferragosto, mentre gli italiani sono davanti alla classica grigliata e a una fetta d’anguria ghiacciata?

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