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La riflessione

La politica italiana tra «ammuina» qualunquismo e sacrifici

La politica italiana tra «ammuina» qualunquismo e sacrifici

Certo, Mario Draghi almeno un merito lo ha: dribblando leader di partito e peones del parlamento, ha miracolosamente mantenuto in vita un Paese altrimenti già cadavere

18 Maggio 2022

Roberto Calpista

Berlusconi difende Putin, sorprendendo i governisti-atlantisti di Forza Italia, poi smentisce. Conte si scaglia contro Draghi sull’invio di nuove armi all’Ucraina, ma oggi in serata pare ci vada a cena accompagnato da Enrico Letta, segretario del Pd. Nel frattempo in Sardegna si fanno le prove di guerra con i marines che sbarcano tra i primi fortunati e incuriositi bagnanti e Luigi Di Maio è nominato «ministro dal comportamento impeccabile» dal deputato dem Andrea Romano. E Salvini che fa? Va a Palazzo Chigi e chiarisce - qualcuno dirà, finalmente - che la Lega è un po’ meno di governo un po’ più di lotta e che, di conseguenza «ulteriori invii di armi a Kiev non sono la soluzione giusta» per la pace.

In tutto questo, il fondatore e garante dei 5Stelle, Beppe Grillo «cannoneggia» Roma dal suo blog: «Italia vassalla di Usa e Nato» e i meloniani di Fratelli d’Italia, gli unici finora graziati dai sondaggi, riscoprendosi «occidentalisti di ferro», rianimano i diretti concorrenti Salvini e Conte. Mentre a sinistra-sinistra si scannano tra pro Battaglione Azov, filo Cremlino e gli immancabili né Nato né Russia, al massimo Urss.

«All'ordine facite ammuina, tutti coloro che stanno a prua vadano a poppa e quelli a poppa vadano a prua; quelli a dritta vadano a sinistra e quelli a sinistra vadano a dritta; tutti quelli sottocoperta salgano sul ponte, e quelli sul ponte scendano sottocoperta, passando tutti per lo stesso boccaporto; chi non ha niente da fare, si dia da fare qua e là»: la frase - tradotta dal napoletano -, sarebbe un falso storico attribuito a un comando contenuto in un regolamento da impiegare a bordo dei legni e dei bastimenti della Real Marina del Regno delle Due Sicilie del 1841. Oggi è straordinariamente attuale.

Certo, Mario Draghi almeno un merito lo ha: dribblando leader di partito e peones del parlamento, ha miracolosamente mantenuto in vita un Paese altrimenti già cadavere. E lo ha fatto ben sapendo di tenere tutti alla canna del gas almeno per due motivi: al di là delle dichiarazioni ufficiali, con il taglio del numero dei parlamentari pochi potranno sperare di essere ancora eletti. A questo si aggiunge il pragmatismo della pensione che scatta dopo 4 anni, 6 mesi e un giorno, quindi a fine legislatura. Sarà qualunquismo ma con il portafogli non si scherza. Ogni parlamentare ha versato circa 50 mila euro di contributi che, in caso di voto anticipato, andrebbero persi. Ergo, fino al 24 settembre prossimo, quando i deputati e i senatori al primo mandato matureranno il diritto alla pensione, è umanamente (in)comprensibile che non ci sarà né crisi, né scioglimento delle Camere. In questa categoria rientrano il 68 per cento dei deputati e il 73 per cento dei senatori. E nel caso questo periodo minimo non venga raggiunto, i contributi sociali sono persi completamente, perché non possono essere riagganciati a quelli relativi ad altre attività lavorative. Questo sistema è punitivo rispetto a quello spettante ai cittadini, i cui contributi di norma sopravvivonio al cambiamento di attività, ma per gli eletti resta il vantaggio per cui non si applica il vincolo di contribuzione ventennale che è invece necessario ai mortali per ricevere la pecunia all’età del pensionamento.

Poi c’è l’incubo dei grillini, che alle ultime politiche del 2018 hanno fatto il pieno con 112 senatori e 226 deputati, poi scesi complessivamente a 228. Poiché infatti i 5Stelle una delle poche promesse che hanno mantenuto è stata quella sul taglio dei parlamentari, con i sondaggi di oggi (13%) si ritroverebbero con solo una settantina di rappresentanti tra Palazzo Madama e Montecitorio.

Una prima strage cui se ne aggiungerebbe una seconda: la sforbiciata al gruppo parlamentare dovuta alle probabili scelte di Conte che mirerà ad avere uomini e donne strategicamente e ideologicamente più simili a lui e clamorosamente il più distante possibile dal Pd, come dimostrano gli ultimi strattoni romani in materia di termovalorizzatore.

I pentastellati sono ormai oltre il bivio, ammuina a parte, con gli «adattabili» capitanati da Di Maio che cercheranno un posto al sole con i dem e d’altra parte i tradizionalisti, vicini all’ex presidente del Consiglio, che punteranno a fare l’ago della bilancia, nel caso dopo le urne - in realtà è certo - non ci sia alcuna maggioranza solida. Senza escludere a priori, data la situazione e la qualità generale della politica nazionale, clamorosi sviluppi. Con gli italiani in trepida attesa.

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