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L'editoriale

Le «tre guerre» tra palco e realtà

Le «tre guerre» tra palco e realtà

La guerra vera, la guerra social tra immagini e fake news e quella televisiva fatta dai talk show

03 Aprile 2022

Oscar Iarussi

Sono tre le guerre in corso. La prima è quella cominciata con l’occupazione russa dell’Ucraina, un’ingiustificabile aggressione ai danni di uno Stato sovrano che si sente ed è nel corpo vivo dell’Europa. Non a caso l’Unione europea ha espresso unanime solidarietà e i Paesi membri hanno reagito con le sanzioni economiche contro Mosca e l’invio di aiuti militari a Kiev. L’invasione - ribadiamolo - non ha alcuna possibile attenuante geopolitica fra quelle generalmente addotte, che siano le radici del conflitto nel Donbass conteso o le tendenze neo-naziste presenti nel tessuto politico della fragile democrazia ucraina, reduce dallo sfacelo dell’ex impero sovietico. Per non parlare di chi irride il presidente ucraino Volodymyr Zelensky per le origini ebraiche (l’antisemitismo è un orrore sempre in voga) o per il suo passato di attore comico. E dire che Zelensky riscuote diffusa simpatia – pensiamo – giusto in virtù del carattere da «eroe per caso» caro alla tradizione della commedia all’italiana dei Sordi, Gassman, De Sica, da La grande guerra di Monicelli a Il generale Della Rovere di Rossellini, a Tutti a casa di Comencini.

In ogni caso, della guerra autentica, del terrore nei rifugi sotterranei quando risuonano le sirene di allarme, della fame e del freddo patiti dai profughi, in effetti non sappiamo alcunché. Come ebbe a scrivere il filosofo francese Jacques Derrida all’indomani dell’attacco a New York dell’11 settembre 2001, «noi non abbiamo visto quello che è accaduto all’interno delle Torri Gemelle, né ciò che è accaduto negli aerei» utilizzati come missili. Derrida «decostruiva» da par suo il trauma di inizio millennio, segnalando la contraddizione principe del nostro tempo: l’illusione di vedere tutto, reiterata all’infinito sugli schermi della Tv e oggi sui display dei telefonini, quando invece siamo totalmente all’oscuro della realtà.

Un’altra grande intellettuale, l’americana Susan Sontag, dedicò alla rappresentazione della guerra il memorabile saggio Davanti al dolore degli altri, tradotto da Paolo Dilonardo per Mondadori nel 2003 e riproposto l’anno scorso nelle Edizioni Nottetempo. Sontag s’interroga intorno a un dilemma tragico: è possibile una «riproduzione» del dolore? Come si può fotografare o filmare la guerra senza farle perdere verità o produrre voyeurismo? Ancora una volta: quando «diamo per scontato» di capire o vedere tutto, siamo invero ciechi rispetto all’Altro, alla violenza perpetrata sulle vittime. Sono i temi radicali della contemporaneità, suscitati nel corso del ‘900 dagli ultimi «pensatori terribili», fra i quali Carl Schmitt e Michel Foucault, di cui ha parlato il filosofo del diritto Eligio Resta in un’intervista alla «Gazzetta» del 29 marzo.

La «seconda guerra» (virgolette d’obbligo) non risponde ad alcuno dei quesiti suddetti sulla natura dell’immagine bellica, anzi, moltiplica le visioni in una galleria infinita di raccapriccio e di sublime, di vero e di falso indistinguibili fra loro (le fake news), ai fini della propaganda messa in campo da entrambi i belligeranti, russi e ucraini. Ci sono ritratti o addirittura selfie di giovani combattenti diffusi dalle agenzie internazionali che appaiono scatti perfetti per Instagram. E vediamo scorci di paesaggi devastati o di colonne in marcia che «parlano» soprattutto alla memoria dei popoli oggi in lotta. Del resto lo stesso Putin, quando si appella alla necessità di «de-nazificare» il Donbass e la Crimea, punta all’inconscio collettivo dei russi che si opposero strenuamente a Hitler e lo sconfissero. È la guerra dei social, erede della guerra dei cinegiornali di regime del ‘900, ma ben più insidiosa perché propalata dagli utenti della «rete» - noi tutti - indifferenti alle verifiche, al vaglio, al controllo delle fonti propri del giornalismo, che i coraggiosi reporter sulla linea del fuoco continuano a osservare.

C’è infine la «terza guerra», quella degli opinionisti negli studi Tv, chiamati a discettare dei tragici avvenimenti ucraini secondo le regole di un formato «seriale» già collaudato nei due anni trascorsi dall’inizio della pandemia. I talk show sulla guerra (più talk che show) rispondono a un copione preciso persino nella scenografia, come ha annotato la politologa Nadia Urbinati sul quotidiano «Domani» lo scorso 1 aprile: «Gli ospiti in studio sono generalmente messi l’uno di fronte all’altro quasi a voler facilitare la polemica e la “rissa”». Abbiamo così un flusso ininterrotto di polemologi, cioè studiosi della guerra sia riconosciuti sia improvvisati, che amplificano la polemica e la rendono «virale». È una meta-guerra, che trascende gli eventi e statuisce un codice autonomo con i suoi personaggi, cui il pubblico - noi tutti - si affeziona sino a tifare per l’uno o per l’altro. Tali personaggi nutrono i trend degli hashtag sui social e diventano «maschere in commedia», come ha scritto il professor Mario Ricciardi su queste colonne, diremmo quasi «maschere in tragedia». Fra loro non mancano importanti intellettuali pronti a interpretare un ruolo, consapevoli o meno di farlo, che si accusano reciprocamente o puntano l’indice contro questo o quel prezzolato «nemico del popolo». In tale girone, talora grottesco, finiscono per coincidere il mercato mediatico degli ascolti e dei relativi introiti pubblicitari e l’ottundimento delle coscienze tipico della matrice sovietica mai del tutto estirpata.

E le vittime? E il dolore? E la vera guerra? «Restate con noi, torniamo fra pochissimo, dopo la pubblicità...».

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