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La riflessione

Odessa, l’immaginario, il cuore. Ricordatevi dell’umano nei giorni dell’intransigenza

Odessa, l’immaginario, il cuore. Ricordatevi dell’umano nei giorni dell’intransigenza

"La guerra fa anche questo: impone di dire chiaro da che parte si sta, di essere coerenti con le proprie convinzioni e visioni del mondo"

16 Marzo 2022

Lisa Ginzburg

Il mio nonno paterno Leone Ginzburg era nato a Odessa e la lasciò bambino, senza mai più rivederla. Odessa è sempre stato un luogo mitico dell’immaginario familiare, una radice / non radice sognata come può accadere nel caso di geografie fantasticate e mai raggiunte per chi come me abbia un’identità diasporica. Può essere che questa ideale immedesimazione con la città di Odessa, questo elemento biografico personale, abbia amplificato l’angoscia che come è per tutti serra il mio animo dallo scorso 24 febbraio, quando Putin ha invaso l’Ucraina. Può essere, ma non mi pare granché importante; sono del resto moltissime le convergenze personali che ciascuno di noi trova con l’Ucraina, la Russia e le loro rispettive popolazioni, tanto da sentire questa guerra come angosciosamente vicina, e le sorti delle persone che ne sono le vittime come dolorosamente a noi contigue. Si è colpevoli di sentire guerre e esodi di profughi più vicini di altre e altri? Non credo. Per chi si ritenga pacifista, per chi tenti di mantenere sulla vita un paradigma di lettura all’insegna dell’umano, di ciò che è e deve rimanere umano, c’è qualcosa di biasimevole nel sentire un coinvolgimento umano totale (più totale che di fronte ad altre catastrofi, altri frangenti) di fronte a una tensione internazionale che ci accade accanto? Nemmeno lo credo.
Quel che sconvolge l’Europa nelle ultime tre settimane è un evento storico di portata capitale, un fallimento antropologico subito poi che geopolitico delle basi stesse sulle quali l’occidente del dopoguerra si è costruito. Che in queste settimane apprensione e angoscia regnino sovrane e opprimano i nostri animi, mi sembra conseguenza ovvia del frangente storico che attraversiamo: sarebbe sconcertante che fosse diverso da così. E anche succede che questa angoscia ci renda intransigenti, categoricamente ancorati ai nostri valori e le nostre convinzioni; divisivi, pronti a litigi e rotture anche gravi nei nostri rapporti interpersonali. La guerra fa anche questo: impone di dire chiaro da che parte si sta, di essere coerenti con le proprie convinzioni e visioni del mondo. Una intransigenza necessaria: non fosse che sopraggiunge dopo due anni durante i quali già ci è accaduto di trovarci a discutere, e sentire gli altri vicini o invece distanti anni luce su un altro tema, quello pure «umanissimo», ovvero circa l’opportunità o meno della vaccinazione obbligatoria contro il virus del Covid. Abbiamo litigato sui vaccini, con chi era no-vax e loro, i no-vax, con i moltissimi di noi che erano e sono pro-vax: e nel mentre ci sentivamo lontani anni luce da chi la pensava in modo diverso dal nostro, sentivamo di trovarci di fronte a un dissenso di portata gigantesca, che riguardava il modo di pensare gli altri, la collettività, l’umanità intesa come senso del vivere insieme nella miglior forma possibile.
Il dissenso in merito a questa guerra è, se possibile, ancora più divisivo; anche perché la nostra angoscia, riguardo al futuro delle nostre vite, nostre e dei nostri figli, in queste settimane si è amplificata. Durante la pandemia, anche per via dei ripetuti lockdown, il tempo è stato come sospeso, e pensare al futuro e prefigurarsi scenari apocalittici ci riempiva di ansia, ma un’ansia disseminata di irrealtà. Con l’invasione dell’Ucraina e lo scatenarsi di questo terribile conflitto, invece il tempo non solo si è rimesso a correre, anche a tornare indietro, facendoci ripiombare in atmosfere cupamente già note, analoghe ad altre del nostro passato collettivo, di europei. Un cortocircuito psichico che ci ha tutti sconvolti; e gli scenari futuri sono se possibile più allarmanti ancora. Così discussioni, dissensi, litigi e possibili rotture nei nostri rapporti interpersonali sono in queste settimane ancora più possibili e minacciosamente separatori. Vediamo con chiarezza chi la pensa davvero come noi e solo con quelli abbiamo voglia di parlare, confrontarci, stare. La guerra è anche questo: genera intransigenza e in qualche modo la esige, perché chiede un’interezza del pensiero, grande lucidità, massima comprensione umana dell’umano. Dove non si è d’accordo, litigare e anche rompere è quanto mai possibile. Restando focalizzati sui rapporti umani (personalmente non posso non farlo, curando per questo giornale una rubrica intitolata «Un posto al cuore»), anche a questo va prestata attenzione, in questi giorni così tesi, dolorosi, e potenzialmente divisivi.

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