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La recensione

Sempre meno uomini e sempre più digitali

Sempre meno uomini e sempre più digitali

Nel libro di De Kerckhove e Ciccarese si indaga sulle relazioni uomo-macchina e sui rischi connessi

18 Settembre 2022

Lino Patruno

Nudi in un parco. O eremiti. Lontani da ogni mezzo elettronico come se fosse la peste. Solo così in un futuro già iniziato potremo (possiamo) evitare di farci denudare di tutti i nostri segreti. Perché, se la domanda è Siamo uomini o digitali?, la risposta è: siamo sempre meno uomini e sempre più digitali. Domanda che è il titolo di un libro appena uscito (Castelvecchi ed., pag. 114, euro 14) e firmato da Derrick De Kerckhove e da Dionisio Ciccarese. Libro inquietante, necessario, illuminante. I cui autori sono il belga-canadese-italiano fra i maggiori esperti di digitale e di comunicazione oggi al mondo, allievo del grande sociologo Marshall McLuhan. E un giornalista che lo incrociò nel 2017 a Lector in fabula di Conversano in una empatia di stima e competenza che si tradusse in un libro da scrivere insieme. Dove le domande orientano risposte aprendo scenari altrimenti inesplorati. E risposte che portano a ulteriori domande. Un dialogo.

Siamo nell’era in cui i dati su ciascuno di noi sono non meno preziosi di un conto in banca. L’era dei Big Data, appunto. L’era della Datacrazia, la potenziale nuova forma di dittatura antitesi della Democrazia. L’era degli algoritmi che decidono per noi più di un cervello. E l’era in cui siamo come balene, che riescono a parlare fra loro a centinaia di chilometri di distanza perché l’acqua tramette il riverbero del suono: come avviene per noi con lo spazio digitale planetario.

Manco a dirlo che protagonista assoluto sia il nostro cellulare. Il quale più che un cellulare è diventato una protesi che sta cambiando il nostro modo di pensare, relazionarci, vivere. Nel cellulare conserviamo vita, memoria, conoscenza, intimità, pudore. Tutto ciò che di noi si può sapere ma anche tutto ciò che non si dovrebbe sapere e che tanti vogliono sapere. Tanto più trasparenti quanto più vulnerabili da ogni potere esterno.

Figuriamoci che Bingo per il Grande Fratello che tutto vede e a tutto provvede. Diciamo che stiamo esternalizzando il nostro interno, il nostro sé. Insomma esportiamo noi stessi, ci mettiamo a disposizione di chi vuole spiarci, tracciare un nostro profilo, usarci. Non solo col cellulare, ma con i social, con Internet, con ogni traccia elettronica dalla carta di credito al badge. Con i 175 miliardi di messaggi ogni giorno, i 370 milioni di mail, il miliardo di siti web.

Il fatto è che al digitale non interessiamo come donne e uomini. Per alcuni interessiamo come consumatori dei quali, più si sa, più gli si spingono gli acquisti. Per altri interessiamo per un controllo sociale che può diventare politico, come in Cina e a Singapore. Sostituendo alla nostra coscienza un algoritmo che di coscienza non ha neanche un nanogrammo. E che può affiancarci nel bene con una ricchezza di informazioni senza pari nella storia umana, possibilità di fare quasi tutto da ogni luogo. Ma sempre più nel male. Valutati, puniti o ricompensati con una sorveglianza non lontana da nuovi fascismi elettronici. Vedi le fake news, declino cognitivo e incapacità di distinguere il vero dal falso. Cosa che possono fare (e hanno fatto) leader pericolosi anche di Paesi importanti (vero, signor Trump?).

De Kerckhove e Ciccarese sanno bene che oggi la mancanza di connessione («il cellulare non prende») è un’Alzheimer digitale. E sanno anche bene, e ce lo dicono mai così bene, che la Rete può favorire la coesione sociale globale. Ma i Big Data sono a nostra disposizione quanto noi siamo a disposizione loro. E ogni nuovo strumento del linguaggio influisce sul comportamento e sul pensiero. C’è una perdita di senso ogni volta che una macchina ci dice cosa dobbiamo fare perché alle macchine («on line») affidiamo anche un licenziamento o una terapia. Saremo governati dalle macchine? Ed è possibile che la scuola non si occupi di questo epocale cambiamento secondo solo all’introduzione dell’alfabeto? Della rivoluzione più estesa e radicale mai avvenuta? Ed è possibile che una regolamentazione di questa rivoluzione non entri in Costituzione?

Ciascuno di noi ha il suo «gemello digitale», tutto il «noi» man mano accumulato, dai dati sulla salute alla cultura alle abitudini. Il rischio, dicono gli autori, è che questo «gemello», questa riproduzione della nostra vita, sia tanto migliore di noi. E che magari sfugga a ogni nostro controllo, fino a influenzare i nostri comportamenti e a dominarci. Con la complicità degli algoritmi che contribuiscono a formarlo imitando i neuroni e il nostro pensiero in base a 175 miliardi di parametri e di combinazioni statistiche. Un ordine etico e morale esterno che minacci libero arbitrio, autonomia, reputazione.

Riusciremo a salvare la Democrazia dalla Datacrazia? Riusciremo a salvare la coscienza dalle macchine? Riusciremo a capire se le macchine potranno pensare o no? Se diventeranno «selfware, sentient», cioè si riprodurranno da sé? Riusciremo a salvare l’Intelligenza dall’Intelligenza Artificiale? De Kerckhove e Ciccarese si affidano all’Europa come baluardo verso i Big Data, i detentori di questo nuovo potere. Occorre una Pet: Politica, Educazione, Tecnologia. Ma anche, udite udite, si affidano alla carta rispetto al video, alla lettura che mantiene sveglio il senso critico rispetto all’immagine che crea dipendenza.

Questo libro ha risposte per tutti gli interrogativi quotidiani della nostra nuova incertezza. Ha risposte per il «cosa ci sta capitando» e per il «dove andremo a finire». Una guida a nomadi in cerca di rifugio nel mondo che corre troppo, in cui tutto è istantaneo, nella «dittatura dell’urgenza che ci toglie il respiro». Con un avvertimento finale: «Più si dà all’automatizzazione, più si perde autonomia. La grande battaglia è già ora quella per l’autonomizzazione».

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