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Dialogo Canfora-Borgonovo: ecco la guerra vista dagli eretici

Dialogo Canfora-Borgonovo: ecco la guerra vista dagli eretici

Il dialogo sulla guerra tra Borgonovo e Canfora

Il saggio non allineato dello storico e del giornalista

10 Maggio 2022

Michele De Feudis

Al tempo dell’informazione stretta tra infotainment e propaganda, il dialogo tra il giornalista Francesco Borgonovo e lo storico Luciano Canfora - reazionario il primo, comunista il secondo - indica la via inedita quasi dell’ossimoro per scandagliare le ragioni del conflitto Ucraina-Russia, con una analisi schierata che - condivisibile o meno - rifugge la sloganistica in voga sui media. Da qui nasce il libro «Guerra in Europa. L’Occidente, la Russia e la propaganda», pubblicato dalla casa editrice Oaks, guidata da Luca Gallesi, curatore di un catalogo che unisce Berto Ricci con Mao Zedong, Karl Marx, Lenin di «Stato e Rivoluzione», nonché testi inediti di Ernst von Salomon o Jean Cau.

La missione del libro è sintetizzata così da Borgonovo, vicedirettore della «Verità»: «Gli storici antichi si dividono fra quelli che hanno raccontato le guerre come tali e quelli che hanno cercato di capirne le cause. Per capire le cause della guerra hanno raccontato la storia della pace, vista come incubazione del conflitto. Tanto più è profondo uno storico quanto più sarà in grado di ravvisare nei periodi pacifici i germi dei conflitti successivi». Canfora, introduce il confronto, recuperando il testo di una lezione tenuta al liceo «Orazio Flacco» di Bari nel 1988, conclusa con un richiamo al romanziere Tolstoj che «approdava a una conclusione radicale: estendeva – come è giusto – il moto storico ben oltre le azioni dei “grandi personaggi”, fino a comprendere quel mare immenso e indominabile che è “la somma di tutte le volontà degli uomini”». Per disinnescare la polarizzazione del dibattito pubblico, Borgonovo aggiunge che se la guerra di Putin si configura secondo Mosca come «un attacco a “l’impero delle bugie, cioè gli Stati Uniti d’America”», «una sorta di battaglia di civiltà», resta la colpevole distrazione dei media occidentali sul fuoco bellico che ha portato a oltre 14mila morti nel Donbass, senza dimenticare la strage di Odessa, una delle pagine più feroci della contrapposizione tra nazionalisti ucraini (responsabili dell’eccidio) e autonomisti filorussi. Puntualizza Borgonovo: «Il cattivo Vladimir non è semplicemente un invasore bensì il rappresentante di un universo antico e deprecabile, un ostacolo sulla strada della rivoluzione» e ricorda come «L’Espresso» nel 2021 raccontava di Zelensky nei Pandora Papers, svelando «i tesori nei paradisi fiscali» di Vip e politici.

Canfora, nelle prime battute, respinge i veleni sul suo essere putiniano («Sono accuse assurde. È deplorevole falsare il pensiero altrui, e compilare i cataloghi dei buoni e dei malvagi e la ricerca di un nemico interno è imbarazzante») e biasima l’esperienza turbocapitalista post Urss della Russia ma, allo stesso tempo, rivendica la sua libertà nell’evidenziare «i torti e i rischi della politica Nato». «Il segretario di Stato americano James Baker nel 1990 - aggiunge lo storico - garantì a Gorbaciov che, se l’Urss avesse accettato lo smantellamento dell’Est Europa, la Nato non sarebbe avanzata di un centimetro. Invece si è allargata a Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Romania e Bulgaria... continuo?». E chiosa che l’alleanza “protettiva” ha alimentato guerre «in Jugoslavia, Iraq, Afghanistan... Difficile definirli conflitti difensivi. In più dobbiamo considerare che è difficile immaginare che una potenza, per quanto ammaccata come la Russia, possa accettare missili a 180 chilometri da Mosca e a un tiro di schioppo da San Pietroburgo».

La forza del volume è nel contestualizzare richiami a Versailles come causa del secondo conflitto bellico, riproponendo questo schema per comprendere cosa succede Kiev. E sulla vocazione imperiale del Cremlino Canfora chiarisce che si tratta di una riemersione della «Russia tradizionale. Da una parte c’è la percezione nazionalistica dell’identità slava, dell’essere slavi contro un mondo ostile; dall’altra c’è la religione, ancora estremamente radicata». E con una arguta citazione di Tacito riflette sul limen tra Germania e Russia: «L’autore si chiede quali siano verso Oriente i confini della Germania. E risponde che non esistono: c’è un solo confine, e cioè il mutuus metus, il timore reciproco». Poi c’è spazio per tanti lampi che Canfora unisce al fine di forgiare una informazione differente, citando, per esempio come nel 2014, intervistata dal «Corriere» la Carrère d’Encausse (madre del celebre romanziere Emmanuel Carrère, privata di un genitore ucciso dai russi nella seconda guerra mondiale), si schierava così sul Donbass: «È falso che Putin abbia incominciato lui il conflitto in Ucraina». E se lo studioso barese sembra quasi rimpiangere il coraggio di Kissinger nell’incontrare Mao, appare caustico nel tratteggiare Putin: «È un miscuglio della sua vecchia cultura di funzionario sovietico e della percezione che il nazionalismo russo, con la mobilitazione anche religiosa ortodossa, funziona per muovere le coscienze». Su Biden, invece, ne stigmatizza la propensione agli anatemi, richiamando la necessità di una visione realistica del rapporto tra morale e politica, soprattutto dopo le tante guerre umanitarie di questi anni. La conclusione di Canfora è sulfurea quando ricorda che «la visione parziale di un segmento di realtà, rilanciato da tutte le televisioni e i talk show di questo mondo, forse ci ha dato una impressione totalmente depistante di come stessero andando le cose». La battuta finale è una citazione di Benjamin Constant: «Ma la ricchezza conta più del governo, alla fine sarà la ricchezza a vincere». Forse una premonizione, di sicuro un amaro presagio.

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