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Elia che custodì le ossa del Santo

Il saggio abate pacificò gli anni dopo l'arrivo delle reliquie e diventò vescovo della città

Elia che custodì le ossa del Santo

foto Luca Turi

Ancora una volta l’arrivo a Bari delle sacre reliquie di San Nicola sarà raccontato con uno spettacolo, senza pubblico, a causa della pandemia. Una scelta dolorosa, ma obbligatoria in linea con le regole anti Covid. Oggetto dello spettacolo, come annunciato nel corso della conferenza stampa sul sagrato della Basilica, l’adattamento della commedia “Nicolaus venne dal mare”, un testo ormai famoso, di Vito Maurogiovanni che esprime al massimo la baresità di una devozione intensa e secolare per il Santo venuto da Myra. Lo spettacolo, regista Nicola Valenzano, sarà trasmesso da Telenorba (regia televisiva di Vito Capuano) con inizio alle 21,20 di oggi.
Protagonista principale del racconto è l’abate Elia che in quel lontano maggio1087 seppe gestire con saggezza diplomatica e con fermezza decisionale, un evento destinato a scrivere una importante pagina della nostra Storia. Vogliamo ricordarlo, questo beato vescovo di cui non si parla abbastanza.
I fatto sono noti. All’arrivo a Bari delle sacre spoglie, sorse il problema della scelta del sito per la loro custodia in attesa dell’erezione del grande tempio dedicato al santo come da voto fatto dai marinai al momento del viaggio verso l’avventuroso furto. Come prevedibile, sorsero forti contrasti sfociati addirittura in scontri che, secondo alcuni cronisti coevi provocarono due morti e alcuni feriti.
Ad accendere gli animi fu il vescovo metropolitano di Bari Ursone che in quel giorno era a Trani in procinto di imbarcarsi per Gerusalemme. Rientrato precipitosamente a Bari, ordinò che le spoglie del Santo fossero trasferite nella Cattedrale. Apriti cielo! Insorsero i marinai che avevano compiuto l’impresa, sostenuti da gran parte dei cittadini. Si delinearono due fronti: da una parte il vescovo Ursone con la nobiltà in gran parte legata al regime bizantino; dall’altra i marinai, i mercanti, i monaci benedettini che simpatizzavano con i Normanni. Lo scontro fu inevitabile.
A questo punto interviene l’abate Elia, un monaco pio, dotato di grande spirito di iniziativa. All’epoca era rettore del convento benedettino, incarico al quale era stato destinato dall’abate Leucio in un momento particolarmente difficile per la comunità barese e quindi per quella monastica di San Benedetto. Correva l’anno 1071 e Bari (ce lo ricorda con dovizia di particolari lo storico Vito Antonio Melchiorre) era assediata da circa quattro anni dalle truppe di Roberto il Guiscardo deciso a strappare la città al dominio bizantino. Una situazione vissuta con particolare angustia nel monastero retto appunto dall’abate Leucio, molto avanti negli anni e malato per cui si poneva il problema della successione. Non riusciva a individuare un successore degno ed era angustiato dal pensiero che dopo la sua morte, si sarebbe scatenata una lotta tra i confratelli.
Ma ebbe una illuminazione: l’altro convento barese, quello di S. Marta, era retto dall’abate Elia il quale godeva fama di grande erudizione e notevole capacità nel gestire sia le questioni religiose, sia i rapporti con le istituzioni. Convocò i confratelli ai quali comunicò l’intenzione di nominare Elia suo successore. Ottenuta l’unanime approvazione, fece visita all’abate Elia pregandolo di accollarsi l’onere di amministrare il vasto territorio benedettino. In presenza di autorevoli testimoni consegnò all’abate Elia, assistito dall’avvocato Giaquinto, con il rituale dell’arboscello spezzato (per fustem), il monastero di S. Benedetto di Bari, quello modugnese di S. Arcangelo, di S. Marco a Taranto, le chiese di S. Felice e S. Pietro a Bari, di S. Cosma e Damiano, fuori le mura, di S. Marco a Ceglie, di S. Benedetto a Maliano, del Salvatore a Gioia, insieme con un’altra serie di compiti e attribuzioni.
Tornando ai burrascosi giorni che seguirono al 9 maggio 1087, dopo ampia discussione, le sacre ossa di Nicola furono affidate all’abate Elia e deposte nella chiesa di S. Eustazio nell’antica corte del Catapano messa a disposizione del duca Ruggero Borsa in attesa dell’adempimento del voto per la costruzione del grande tempio. Si pose subito mano ai lavori e nel 1089 era già pronta la cripta che avrebbe accolto la sacre reliquie. E così il 30 settembre, nel corso della solenne cerimonia presieduta dal papa Urbano II, le ossa di San Nicola furono deposte nel nuovo sepolcro nel quale riposano tuttora.
Il santo pontefice, il giorno dopo consacrò l’altare e il 3 ottobre nominò Elia arcivescovo di Bari, emanando in via del tutto eccezionale, per rispetto a San Nicola, la bolla da Bari anziché, come da consuetudine, da Roma.
Il vescovo Elia fu ovviamente il primo rettore della Basilica e tra le altre cose, si preoccupò di assicurare una confortevole accoglienza ai pellegrini che da ogni regione si recavano a Bari per rendere omaggio al Santo. Nel 1101fondò l’Ospizio del Pellegrini finanziato da donatori. Fu amministrato da persone nominate di anno in anno ed ebbe una vita ricca e fiorente fin o a tutto il XIX secolo.
Elia morì nel 1105. La sua tomba è nella Basilica alla fine della scalinata di destra che porta alla cripta, con questo epitaffio: «Colui che fu grande onore del mondo, qui giace sepolto/ i re sono privi del padre, le leggi del giudice/ È caduto a Bari il diadema delle tue ricchezze/ sappi di essere stata orgogliosa sino a che visse il vescovo Elia/ È chiuso in questo sepolcro quello inclito padre/ che ben ti resse, che ti portò alle stelle/ Fu per tutti un buon patrono della comunità/ per i noti e per gli ignoti per i vicini e per i remoti/ costruì questo tempio risplendente come lampada d’oro/ qui dorme mentre il suo spirito è salito al cielo».
Papa Urbano II nel 1089 tornò a Bari perché proprio nella Basilica di San Nicola volle celebrare il Concilio nel tentativo, non riuscito, di ricomposizione tra la Chiesa d’Oriente e quella d’Occidente. Fu il primo atto che segnò poi la missione ecumenica alla quale assolve ancora oggi la Basilica nicolaiana. Padre Gerardo Cioffari, autorevole storico e studioso di San Nicola, a proposito di quel tumultuoso Concilio, annota che Urbano II prese posto sulla sedia vescovile di Elia posta dietro il ciborio della basilica. Si tratta di un vero e proprio monumento in solida pietra: il sedile – scrive Vito Maurogiovanni (Un gran Santo – Levante Editori Bari) «è retto da un drammatico gruppo di cariatidi: due leoni intenti a sbranare teste umane e tre uomini, anzi tre volgari schiavi, fra i quali spicca una strana figura che guarda verso l’alto e che, appoggiandosi a un bastone –classico simbolo del pellegrino errante – pare sostenga con la mano il grosso peso del sedile».

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