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«Il problema centrale, mio caro Claudio, è solo uno: siamo nuvole o orologi?».
«Come, professore? Non riesco a seguirla».
«Certo, certo. Ora ti farò un esempio che ti aiuterà a capire. Guarda quella nuvola là fuori - ed indicò con un vago gesto della mano il cielo, oltre la finestra intelaiata del bar. – Riesci a vederla?».
«Sì. Intende quella grande, sfumata, che è sopra il campanile della chiesa?».
«Naturalmente. Osserva i suoi contorni: sono instabili, mutano ad ogni secondo, si muovono seguendo il vento. La nuvola cambia forma continuamente, è così bizzarra, capricciosa, inaffidabile… non possiamo mai prevedere il suo movimento».
«E allora?».
«Adesso guarda questo».
Il professore sfilò dal polso il suo pesante orologio, lo posò delicatamente sul tavolino ribaltandolo con tocco leggero ed esperto: sotto il quadrante trasparente, erano ben visibili i meccanismi e gli ingranaggi interni.
«Guarda: ogni movimento è calcolato, studiato, programmato. Questo è il bilanciere, che dà l’impulso alle ruote: osserva la perfezione dei dentini. Niente è affidato al caso, qua. Capisci cosa voglio dire?».
«A dir la verità non proprio».
«Ma è così semplice! Riflettici un attimo – disse spostando il busto in avanti, mentre gli occhi gli si accendevano di una luce entusiasta».
Claudio lo guardò con un misto di ammirazione e di incertezza. Il professor De Grecis, figura mitica dei suoi anni di liceo, manteneva intatta tutta la sua forza e l’energia intellettuale, trattenuta nel magnetismo dello sguardo, nella voce intensa e profonda, nei gesti ampi e calibrati. Invecchiando i suoi baffi erano diventati bianchi, la pelle del viso si era un po’ avvizzita e le rughe erano diventate più profonde, ma la potenza del suo fascino era ancora la stessa che un tempo incatenava i ragazzi ai banchi, ammaliati dal suo eloquio, dalla potenza delle sue parole e dalla teatralità delle sue spiegazioni. Claudio continuava a cercarlo a intervalli regolari, a richiedere il suo parere quando aveva dei dubbi sulle scelte da fare, e il professore non si negava, arrivava compiaciuto agli appuntamenti che lui stesso fissava in quel vecchio bar demodè, dai tavolini di legno anni Trenta, fornendo consigli ed aiuto. Ora, però, Claudio non riusciva a capire cosa gli stesse dicendo, e si sentiva smarrito come quando al liceo lo beccava impreparato. Il professore lo fissava con occhi sorridenti, scrutando il suo turbamento e la sua perplessità, accarezzando con lo sguardo il suo volto di giovane uomo inesperto.
«Vedi, Claudio, ti ricordi di quando vi parlavo della casualità e della causalità?».
«Sì, sì, questo lo ricordo. Basta spostare la posizione della U… e tutto cambia».
«Esattamente. La nuvola è il caso, o, se preferisci, il caos (è l’anagramma di caso, anche qua basta invertire la lettera), l’orologio è la causa, il tic-tac che si ripete in modo prevedibile e ordinato: causa, effetto, causa, effetto…».
«La legge della causalità, sì… Hume, Kant«.
«Bene, bene. Sei stato uno studente molto brillante, me lo ricordo nitidamente. Potevi studiare filosofia, invece di buttarti sull’informatica».
«Professore, anche l’informatica mi piaceva tanto. Volevo entrare nei meccanismi del computer come lei ci insegnava ad entrare nelle parole della filosofia».
«Ma certo, lo so. E ci sei entrato bene, a quanto pare… un genio della programmazione».
«Un genio, beh… diciamo che me la cavo abbastanza. Ma tornando al consiglio che le ho chiesto prima, cosa mi dice? Cosa devo fare secondo lei? Sa, io non so con chi parlarne».
«Il fatto è, caro Claudio, che se tu pensi di essere una nuvola devi lasciarti trasportare dal vento, cioè da quello che accade».
«E se fossi un orologio? Anche in questo caso, professore, mi sento come un dentino dell’ingranaggio: non ho possibilità di scegliere».
«Sì che ce l’hai. E’ il libero arbitrio, che va al di là del determinismo, perché vedi caro ragazzo, non tutto è meccanico, quindi…».
«Professore, la prego. Questo me lo spiega un’altra volta».
«Ma sì, hai ragione. Tu vieni qua perché hai bisogno di un aiuto e io ti faccio perdere tempo con i miei assurdi discorsi filosofici. Io però penso che tu abbia già scelto, vuoi da me solo un incoraggiamento. Questo nuovo lavoro ti attrae, ti fa sentire importante: è così, non è vero?».
«E’ vero. Però ne ho anche paura».
«Paura dell’ignoto! Buttati pure, ragazzo mio. Ma dì un po’ – soggiunse improvvisamente sospettoso, dopo una breve pausa – non starai diventando per caso un pericoloso criminale, uno di quei, com’è che si chiamano? hacker?».
«Il confine tra ciò che si può e ciò che non si può fare è molto labile… me l’ha insegnato lei, professore».
«Allora è vero? Sei un pirata informatico?».
«Sono pagato per entrare nei codici, nei linguaggi di programmazione. Anche quelli segreti, ma solo per smascherarne i possibili pericoli. Lo so, le sembrerà immorale, ma è così».
«Io non giudico mai. Però, sta’ attento, figliolo. Dove girano troppi soldi ci sono anche troppi imbrogli».
«Professore! Non mi dica così, so quel che faccio. Piuttosto: la storia delle nuvole e degli orologi, l’ha inventata lei?».
Il professor De Grecis ridacchiò: «Mi piacerebbe poterti rispondere di sì, caro figliolo. Ma tu lo sai, sono povero ma onesto, non potrei mai appropriarmi di qualcosa che non è mio… insomma, si tratta di Popper».
«Karl Popper? Quello della teoria della falsificazione?».
«Complimenti, complimenti, ragazzo mio. Sono molto colpito, lo sapevo che eri uno dei miei migliori studenti. Potevi studiare filosofia… peccato».

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