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Era un giorno di aprile caldo e pieno di sole, ma il Monte Amaro, che svettava possente sulla vasta Conca Peligna, era ancora ricoperto di neve. Lisa aveva appena richiuso le capre nel recinto. Aveva sollevato il secchio pesante, ricolmo di latte appena munto, e si stava incamminando lungo il sentiero che la riportava alla fattoria, dove sua madre l’aspettava per fare il formaggio. Si accorse di lui per caso. Un giovane. Era sdraiato sotto il grosso faggio selvatico, seminascosto dagli arbusti del sottobosco. Lasciò cadere il secchio per lo spavento. Il latte si versò sull’erba bagnata di rugiada. Si avvicinò piano al ragazzo. Sembrava morto. Indossava una giacca militare e portava un fazzoletto rosso al collo. Le sue scarpe erano rotte e consunte. Sicuramente avevano camminato a lungo. La gamba destra del pantalone era intrisa di sangue. Lisa si inginocchiò e con la mano tremante gli toccò la spalla. Era sicura che fosse morto. Il ragazzo aprì gli occhi e, a fatica, riuscì a mala pena a sussurrare: «aiutami, ti prego».
Soltanto la giovane Lisa e le sue sorelle sapevano del partigiano ferito, che avevano trasportato nel pagliaio sotto gli alberi di melo. Era un vecchio pagliaio in disuso, che prima o poi sarebbe stato smantellato. Uno di quei pagliai di cui sono disseminate le vallate abruzzesi. Lisa aveva convinto le sue sorelle a mantenere il segreto. Alla fine, alle ragazze, il giovane aveva fatto pena. Non riusciva ancora a camminare e continuava a perdere sangue dalla ferita. Decisero di prendersi cura di lui, rischiando la loro stessa vita.
A Lisa toccava portargli da mangiare. Ogni giorno.
Pane, formaggio, vino. Roba semplice. Roba buona di quelle montagne d’Abruzzo.
Doveva recarsi al pagliaio due volte al giorno e poi tornare di filato a casa. Così le aveva ordinato severamente sua sorella maggiore, puntandole il dito contro.
E invece Lisa si fermava sempre a parlare col giovane partigiano. Un pochino. Solo un pochino. Sua sorella non se ne sarebbe accorta.
Si chiamava Saverio ed era di Bari. Una città lontana, una città col mare. Saverio le raccontava di come in quella città, dove lui era nato, la gente amasse attardarsi le sere d’estate nei pressi del porto vecchio, illuminato a festa, a mangiare cozze crude e a bere birra ghiacciata. Le raccontava di come i pescatori usassero scrivere il nome della propria donna sulle loro barche. Di come le donne aspettassero trepidanti il rientro degli uomini, nei giorni di mare mosso, affacciate alla muraglia a scrutare l’orizzonte. Lisa lo ascoltava, rapita. Per lei, cresciuta tra le possenti montagne abruzzesi, quei racconti erano affascinanti come un libro di favole.
Saverio diceva anche che le donne della sua città amavano ridere e quando ridevano, diventavano ancora più belle.
Ogni volta che gli portava da mangiare, Lisa gli controllava la ferita e poi si sedeva su un grosso ciocco di legno e gli chiedeva di raccontargli ancora della sua città.
E Saverio le regalava sempre qualche storia… e poi qualche bacio… e poi qualche abbraccio…
«Vorrei che tu non guarissi mai, che non guarissi più», gli confidò lei, un giorno che scoppiò un temporale improvviso. Saverio la strinse a sé e rimasero abbracciati nel fieno, a lungo, ad aspettare che l’acquazzone cessasse. I capelli di Lisa odoravano di pioggia.
Mesi dopo, quando la guerra era ormai finita, il giovane partigiano tornò a casa, nella sua bella città di mare. Lisa, a volte, si sedeva davanti alla finestra della fattoria e scrutava il massiccio del Monte Amaro, meraviglioso e spietato come le montagne della sua terra. Ripensava al partigiano ferito e una morsa di dolore le stringeva la gola. Un giorno, mentre piantava insalata e scarola, lo vide spuntare in fondo al frutteto, quello oltre il pagliaio sotto i meli.
Mio zio Saverio, fratello più grande di mio padre, era tornato a prenderla.
Zia Lisa, ancora oggi, quando mi racconta questa storia, ha la voce che le trema. Ha novant’anni, ma gli occhi sono quelli di una ragazzina per sempre innamorata del suo partigiano.

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