Giovedì 13 Maggio 2021 | 21:49

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È pronto Di già? Avevi fretta di pranzare? No, nessuna, ma ho fatto presto, poi… sarebbe ora.
Una luce bella si diffonde dalla vetrata. Alissa si perde tra le scintille del pulviscolo, piccoli arcobaleni che esplodono nella stanza. È bella la loro nuova casa, molto più luminosa e grande delle precedenti. L’ha scelta Ermanno, ma è stata contenta quando si sono trasferiti lì. Non aveva mai avuto un posto così grande, con gli elettrodomestici di ultima generazione e una vista sull’oceano. Ad Alissa l’acqua piaceva molto. Da sempre. La portava nel nome. Era nata in primavera e suo padre le aveva fatto conoscere il mare ad agosto che aveva solo pochi mesi. Non aveva esitato a lasciarla galleggiare in acqua, incurante delle urla della moglie. Era sua, Alissa, la sua prima figlia, un gomitolo di riccioli neri che galleggiava bene, con una faccetta indecifrabile, come se faticasse a respirare, ma tranquilla.
Il padre voleva che il mare fosse un rifugio per lei. Così fu. Alissa della sua infanzia ricordava soprattutto i giorni in cui suo padre la portava al mare. Salivano insieme sulla lancia, e proprio ai limiti della zona di sicurezza, lei si tuffava. Lui la incitava, perfezionava i suoi gesti goffi, le rivelava segreti sulla respirazione, sul movimento degli arti, su come dovesse imparare a terra la sequenza precisa del tuffo. Un campione, suo padre.
Lo vedeva poco durante il giorno. Usciva presto al mattino e la sera tornava davvero stanco. Lavorava a Taranto, nella fabbrica dell’acciaio più grande della stessa città. Un conglomerato intricato di condutture polverose, brulicante di luci e pieno di alte ciminiere che emettevano fumo denso e sputavano fuoco, fuoco e fiamme. Suo padre amava il mare, perché era nato con quel profumo addosso e non se lo dimenticava nemmeno quando tornava a casa con la tuta rossa di polvere del lavoro di merda che faceva.
Allora vivevano in un paesino lì vicino, San Pietro in Bevagna. La spiaggia era rosa e l’acqua sempre ghiacciata per via delle correnti sotterranee. D’estate e d’inverno suo padre la portava al mare ogni volta che poteva. Alissa li amava entrambi. Poi era cambiato tutto. Per tutti. Non se lo sarebbe mai aspettato. La vita, da piccoli, sembra che debba essere scandita dalle stesse persone, da gesti conosciuti. I luoghi possono essere diversi, ma non si pensa di doversi lasciare tutto alle spalle. Non si immagina che la famiglia, gli amici, gli sprazzi di azzurro o addirittura le onde del mare possano non esserci più.
La vista dalla sua nuova casa era il suo rifugio segreto. Quando tutto intorno faceva rumore, quando suo marito tendeva il silenzio fino ai limiti della sopportazione, quando un niente avrebbe potuto sgretolare quell’equilibrio precario, lei si ritrovava lì, davanti allo scintillio indaco dell’acqua.

Cos’è Natale? – ruggisce Ermanno
Non è Natale. È la Pasqua più strana che abbiano mai vissuto. Loro due da soli. Da centosessantanove giorni.
Alissa, quando hanno interrotto le lezioni, ha pensato, come tutti, che le autorità stessero esagerando. È stato un venerdì il suo ultimo giorno di lavoro in Istituto. Aveva riso con i suoi studenti. L’avevano guardata sospesi mentre leggeva il XIII canto dell’Inferno di Dante. «Perché mi schiante» aveva urlato con una voce nodosa che non sembrava la sua. Poi le si erano illuminati gli occhi di lacrime su «Così de la scheggia rotta usciva insieme parole e sangue». Gli studenti non immaginavano che potere evocativo scatenassero in lei quei versi. Erano tutti incollati alla sua voce, finché Nicholas aveva mandato quell’attimo in frantumi con un «Ma lei è pazza, piange per uno che è morto millenni fa!». E il riso se li era divorati.
La sera dopo, il 6 novembre, l’avevano privata di quel chiasso salvifico per due settimane, che poi sarebbero diventate quattro e poi otto e poi chissà.
Allora l’aveva ritenuto eccesso di zelo. Ma erano arrivati i morti, a decine, a centinaia, migliaia, decine di migliaia. La vita di tutti era stata imbottigliata nelle abitazioni. Anche la sua e quella di Ermanno. Nessuna via di fuga. La loro casa era bella e grande e luminosa, con una vetrata sull’oceano. Non era il mare placido delle ore rubate al lavoro di suo padre, in quell’altro mondo. Era l’oceano cupo della nuova capitale, da tempo la loro città.
Aveva già cambiato vita altre volte.
Quando si era iscritta all’Università, era finita a Bari, una città che era lo specchio di suo marito, affascinante e torbida. Affacciata su un mare completamente diverso dal suo. Bella, importante, ricca, meta ambita di turisti. Uno spettacolo. Le era piaciuto subito quel luogo. Era vivo, pieno di ragazzi. L’università era a due passi dal mare, in un palazzo antico con un giardino davanti e una fontana frizzante. Pensava di essere libera lì, non come nel suo paese, dove non poteva fare un passo senza sentirsi controllata.
Aveva subaffittato una stanza doppia in una casa Art Nouveau, al terzo piano. Un palazzo che aveva un ascensore tutto rosso e angusto, per la necessità di stare tra le rampe di scale. Le piaceva tanto quell’ascensore sanguigno. La divertivano le sue compagne di avventura. Adorava il suo professore di letteratura.
Ed era innamorata cotta di uno studente riccio che si stava per laureare in economia. Era energia pura Ermanno. Impetuoso, come lo schianto delle onde sui frangiflutti. Alissa si sentiva in balia di quel ragazzo esuberante. Lo considerava il suo lasciapassare nella vita adulta.
- No, non è Natale, siamo all’epilogo della vita di Cristo – prova a scherzare Alissa. Oh la professoressa, come parla forbito!
Ora, dopo tantissimi anni, è di fronte a lui, paralizzata, con qualche ruga in più e una pirofila di lasagne al forno tra le mani, sorridendo forzatamente della sua stupida facezia sulla contrapposizione tra Natale e Pasqua.
Ha paura. È da lungo tempo che respira l’angoscia dei silenzi duri di Ermanno. A volte basta poco, un sorriso fuori posto, una parola di troppo, una distrazione. L’odore acre della pelle di lui di colpo le investe le narici. Un niente spacca il sorriso e arriva scomposto sul volto, con un suono secco. Ha paura dal giorno in cui ha scelto, Alissa. In cui è entrata, al seguito di Ermanno, in quella cabina, per lasciarsi tutto alle spalle. Per sempre.

Aveva dovuto decidere in fretta. Non sapeva se aveva fatto la scelta giusta. Il mare l’aveva tradita.
Suo padre aveva capito tutto. Da tempo. Tossiva, la polvere rossa si stava mangiando i suoi polmoni, e la voce era ormai bucata. Ma continuava a chiamarla per chiederle quando sarebbe tornata per andare a fare un tuffo insieme. Lui, che non riusciva quasi più a camminare, si voleva tuffare. Le aveva detto una cosa strana però. - Devi fare presto Alissa, che il mare si sta cambiando. - Non ci aveva fatto caso allora, aveva solo registrato l’errore sintattico, da brava studentessa di lettere. Pensava si riferisse a sé stesso, al suo non poter fare più nulla senza l’aria nei polmoni, senza la forza nei muscoli. Non aveva capito il senso profondo delle parole di suo padre. Lui, costretto all’immobilità, aveva percepito che il mare era diverso, e non solo nel colore, proprio nella consistenza.
Le autorità avevano imposto alla fabbrica dell’acciaio di ripulire le acque utilizzando un’alga geneticamente modificata che aveva dato risultati sorprendenti in Giappone. Ma non immaginavano quello che sarebbe accaduto.
All’inizio ebbero problemi per farla attecchire. La modificarono ulteriormente per renderla più resistente e più prolifica. E la cosa funzionò. Anche troppo bene. Sulle prime si notò un velo di mucillagine in superficie, ma il fenomeno non destò preoccupazione. Ignoravano quello che accadeva sui fondali.  L’alga si riprodusse a una velocità inaspettata e si depositò, formando chiazze, di forma globosa, a macchia di leopardo. Si creò una patina spessa e gelatinosa, stratificata in reticoli compatti di materiale molto fine, che sterminò completamente la vita sottomarina.
L’alga, in poco tempo, addensò l’acqua dei due mari, poi l’acqua del golfo, poi l’acqua di tutto il Mediterraneo. Tentarono di bloccare il disastro sbarrando il canale di Suez e il Bosforo e lo stretto di Gibilterra. Era troppo tardi. Il suo mare si trasformò in una grande gelatina giallastra. Ha apparecchiato sul tavolo sospeso davanti alla vista dell’oceano, Alissa. Tovaglia di fiandra, porcellana di Limoges, posate in tecnocarbonio e bicchieri di diamantene. Tutto perfetto, come sempre.
La voce di Ermanno ha un suono rauco.
Allora professoressa, chi ti correva dietro stamattina che sei scappata dal letto, la lasagna?
Ermanno, c’era una bella luce e mi sono svegliata. Tu dormivi… non ti volevo disturbare.
Il respiro di Alissa si è spezzato. È incapace di muoversi, di pensare. Trema. Sono soli da centosessantanove giorni.

Quando si imbarcarono, sapevano che il viaggio sarebbe stato lungo e pericoloso. Non potevano immaginare quanto però. Lasciavano una catastrofe e partivano verso l’ignoto. Ermanno era eccitato da quella novità. Alissa si era quasi sentita costretta. Le faceva male lasciare suo padre ma Ermanno si era mostrato razionale. - È malato, non ha scampo, è inutile che parta con noi. - Non lo avrebbero lasciato partire comunque, Alissa ne era certa. Suo padre era un operaio, non era per nulla qualificato per quel viaggio. A lei avevano concesso un posto, solo perché Ermanno si era adoperato per formalizzare velocemente la loro unione. Considerava Alissa roba sua, non l’avrebbe lasciata lì, a nessuno. Nemmeno a suo padre.
Del viaggio non ricordavano quasi nulla. Solo il freddo. Il torpore neutro di un sonno senza sogni. La paura di non sapere come ci si sarebbe svegliati. Se ci si sarebbe svegliati.
Si erano svegliati. Alcuni non erano sopravvissuti, altri erano in coma catatonico. Ma loro erano sani e salvi, e da non crederci, con la stessa faccia, lo stesso corpo, la stessa età di quando erano partiti, moltissimi anni prima. Giovani e felici con tutta la vita davanti, in un posto nuovo, pieno d’acqua. Ed era l’unica cosa che contava.

Alissa, durante la reclusione forzata dovuta all’emergenza, ha riempito le giornate riprogrammando le sue attività. Fino ad allora aveva utilizzato poco le oloproiezioni per la didattica, perché non era come avere i ragazzi di fronte. L’Istituto aveva dei dispositivi antiquati, ma era l’unica maniera per restare in contatto con loro. È diventata subito un’esperta, si è resa disponibile per fare da tutor ai colleghi. Ha riempito le giornate di ER-meeting. Non si è data un attimo di tregua. Mai.
Quel tempo denso era un antidoto alla paura del vuoto che la assaliva durante il giorno in quella casa immensa, che divideva con suo marito. Loro due da soli. Ascoltava i suoi passi andare da una stanza all’altra, percepiva il respiro di Ermanno, i suoi occhi sempre addosso, come se non la riconoscesse. Si sentiva un’aliena.
Trovarsi totalmente da soli aveva assottigliato i margini di qualsiasi inibizione. Ogni discorso, anche un minimo contatto, deflagrava. Si è accorta, improvvisamente, di essere impreparata a tutto ciò.

Si consideravano coloni ma non furono i primi a spingersi fin lì. Facevano parte nella terza ondata. Erano arrivati dopo i pionieri, che avevano installato le infrastrutture essenziali per l’espansione della colonia, in attesa del vero e proprio flusso migratorio. Prima ancora c’erano stati gli esploratori, un manipolo ristretto di scienziati e ingegneri, avventurieri più che altro, che si erano assicurati dell’abitabilità del territorio e avevano formato il primo insediamento.
Ermanno si era subito galvanizzato per le possibilità che gli venivano offerte in quel posto sconosciuto. Esercitava la sua capacità di adattamento, come un essere mimetico che prende il colore e la forma del luogo, la fa sua, la possiede. La sua spregiudicatezza si era rivelata così utile per l’amministrazione della nuova colonia che il suo ruolo era diventato sempre più importante. Passava in ufficio la maggior parte del suo tempo. L’epidemia aveva compromesso tutto.

Ermanno è rimasto immobile da quando hanno chiuso ogni attività. La vita di tutti è andata in stand by. Ha smesso di pensare al suo lavoro, alle ore frenetiche, ai bilanci, ai progetti, alla sua ambizione, a tutto. Ha abitato la casa. Ha respirato sua moglie, quella ragazzina di paese, dal nome nobile, figlia di un operaio, che fa l’insegnante. Così elegante, empatica, seducente. Sempre impeccabile, con gli studenti, con gli amici, persino con i suoi, che non sono facili da sopportare. Amabile, sì, sua moglie è proprio una donna amabile. Mai che dica di no, mai che sbagli una cosa.
Passare ogni minuto del proprio tempo con lei è stata una progressiva perdita d’aria. Ha cominciato a soffocare e non per colpa del microrganismo, che sta mettendo la colonia in ginocchio.

Quell’incidente gli era sembrato uno scherzo del destino, un macabro gioco dell’oca. Pensavano di averla fatta franca, di essere al sicuro, lontani dal disastro. E invece un altro microorganismo geneticamente modificato, utilizzato nei processori atmosferici, aveva innescato una nuova catena di morte. La pneumopeste, provocata da questo meta-batterio, si propagava con il respiro a velocità impressionante. Tutti ne erano terrorizzati. Si moriva tra dolori atroci. Non c’era possibilità di guarigione se non si interveniva immediatamente. C’era stata confusione i primi tempi e ancora non si riusciva a venirne a capo. Tutti i MediLab erano in tilt, i posti nelle capsule AutoMed, le uniche attrezzature ad avere una qualche efficacia, erano appena sufficienti per il personale indispensabile. L’unico rimedio era l’isolamento totale. Sembrava facile. Vivevano già in un ambiente controllato.

Ermanno aveva immaginato sopportabile quella reclusione. Era certo che non avrebbe avuto nessun problema in quel piccolo paradiso privato che sua moglie aveva arredato così bene, con un giardino d’inverno e tutti i confort della trans-domotica.

Non aveva fatto i conti con lei, Ermanno, con Alissa. La sua voce era ovunque, la sentiva negli angoli più remoti della loro casa. A volte aveva la sensazione che arrivasse dall’esterno, attraversasse l’oceano e gli esplodesse in testa. Il suo profumo tra le lenzuola non lo abbandonava per tutto il giorno, lo seguiva dentro le narici e più su nel cervello. Diventava una fitta, persistente, nel cranio. La vedeva specchiata su ogni superfice riflettente, era un’immagine martellante. Alissa passa silenziosa, Alissa ride con gli studenti, Alissa legge da sola, Alissa prepara la cena, Alissa persa nell’indaco del loro pezzo di oceano. Alissa, Alissa Alissa.
Si sentiva oppresso dalla moglie, dalla ferita mai sanata di averle fatto abbandonare il padre, dalla ossessione della sua perfezione ostentata, dall’amore dei corpi che non li sfiorava più.
Da Alissa.

Che bisogno avevi di fare tutto in fretta, tutto perbene come sempre?
Ermanno, ma…
Così, in un frastuono di voci scomposte e stoviglie frantumate, nella giornata di Pasqua dell’anno 2145, illuminati dal pallido sole di TeegardenB e dalle sue quattro lune, i trecentottanta metri quadri di rifugio sotterraneo con schermo in cristalgrafene immerso nell’oceano della più bella megalopoli della regione mineraria di NuovaItalia, implodono su centosessantanove giorni di vita da reclusi.

L'acqua risplende di azzurro.

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