Giovedì 13 Maggio 2021 | 02:36

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Questo racconto fa parte del progetto «Gruppo 2020», iniziativa del Teatro di Roma, nato all’interno di Radio India, curato dalle compagnie Industria Indipendente e lacasadiargilla. L’ideazione e la realizzazione di «/bù•io/» sono curate dalla rivista «Scomodo». Scannicchio, giovane autore di origini baresi, ha scritto la storia che qui pubblichiamo.


Mi sono chiuso in camera. Sembra che l’abbia partorito io. Lo sto accudendo ogni giorno. Lo sto allattando. Passo le mattine in bagno, nella doccia, per lavarlo, cambiarlo, mentre ride. Ride perché ogni cosa in casa, partendo dai suoi giocattoli fino alle stanze, ha un colore vivace: rosso, blu notte, verde.

Ora ha bisogno di vestiti nuovi, li prenderò degli stessi colori. Non voglio che prenda i miei di quando ero piccolo. Mio fratello ha iniziato a pesare molto e sono passati pochi mesi dalla sua nascita. Io ho paura di dimagrire perché sono sempre stato gracilino e solo ora mi sto rimettendo in forze.
Papà è un infermiere e mi ha fatto fare tutte le analisi possibili. Analisi del sangue, prova di forza, ECO. Ho visto il mio cuore oggi, sembra una goccia. Le ventose attaccate al petto, mentre corro modellano i muscoli. So che dentro quelle ventose c’è energia per il mio corpo. So come mangiare perchè il sangue, che mi hanno tolto, dice che preferisco il pesce alla carne, il latte di soia a quello normale, il riso alla pasta. Non è meglio così? Ora so di stare bene.

Lo ero anche prima quando ero un legnetto, una spina che ti entra nel dito. I muscoli iniziano a tendersi. Vuol dire che si stanno definendo. Almeno in palestra dicono così. La mia faccia è a poco a poco disegnata da delle linee, che prima non c’erano. Sembra che il poco grasso che ho si sta trasformando in qualcos’altro. La pelle si sta allungando e sta diventando più chiara. Però sono ancora chiuso in camera.

Devo sistemare la culla di Leonardo, che dorme vicino al mio letto. Devo cambiare le lenzuola. Nella stanza ci sono poche cose oltre ai nostri letti. C’è un armadio e uno specchio. Oggi, il pomeriggio ha colori più scuri, si avvicinano quasi al freddo, che porta al silenzio e a cercare il caldo di casa mia. Io lo trovo sudando, mentre mi alleno. La palestra è piena di meccaniche, di pesi. Scendi e trovi la piscina con un blu olimpico, la sauna, l’idromassaggio. E’ una fabbrica e noi ambiamo a diventare i suoi macchinari sia nelle fattezze che nel peso. Dei monoliti. I mei amici hanno dei corpi bellissimi. Quello che ho fatto è osservarli.

Il personal trainer deve essere presente solo all’inizio. Il tuo corpo deve avere tempo di cambiare e di specchiarsi senza un minimo sforzo. Io ho fatto quello che mi sentivo di fare e non c’era più tempo. Ho vent’anni. Ora sbircio fuori di qui: vedo il divano e parte della mano di mia madre, che accarezza il capo di Leonardo. E’ appena rientrato mio padre, chiudo la porta. Sento la voce, che percorre il corridoio e che abbraccia la mamma. Il sorriso di mia madre, quando vede mio padre, è sempre uguale. Apre la bocca e si affacciano i denti, che sono un po’ ingialliti.

Quelle sono le bibite gassate. In frigo ci sono bottiglie di plastica di Coca-Cola. Non riesce a bere altro, a volte decido di berle tutte io così le risparmio altri zuccheri da prendere. Torno nella mia stanza, mamma è seduta sul divano e papà sicuramente la troverà così. Volevo solo un momento per stendermi, non ci riesco. Invece lei non ha fatto niente tutto il pomeriggio. La sua indolenza viene colmata dai pianti del bambino. Mi sto accorgendo che sta invecchiando e forse si comporta così per questo. Ma ora abbiamo un figlio. Sento di dover proteggere sia lui che lei.

Leonardo ha i miei stessi occhi, i capelli fragili della madre che sono colorati di un biondo cenere. Con la pancia rigonfia di latte è sempre sorridente, sempre sull’orlo della risata. Stamattina ho comprato anche gli omogeneizzati. Leonardo è troppo piccolo per avere dei denti o almeno dei denti forti quanto i miei. Mamma ritiene le sue giornate più sacre da quando è nato. Ha lasciato l’unico lavoro precario che aveva per lui. Lavorava come donna delle pulizie in varie case e ha sempre avuto uno stipendio, che sommato a quello di mio padre, non era così misero. Mancano i bicchieri e i piatti per Leonardo. Mangiamo sempre le stesse cose e non riesco a mangiare quello che voglio. E il sangue che mi sono tolto, chi me lo ridà?

Penso che andare in palestra non sia un problema economico così gravoso per noi. Me l’hanno consigliata in ospedale, quando ho fatto i controlli, quindi mio padre sicuramente pagherà di meno. La luce è scomparsa e vengono accesi distrattamente piccoli lumi, che colorano i volti di Leonardo e di mia madre, che sta pensando a cosa fare e cosa dar da mangiare e cosa mangiare. Una piccola luce, che somiglia al segnale di sicurezza in un aereo, in bagno cerca di illuminare invece mio padre che si sta facendo la doccia. La figura è contro luce, è nero pece.

Si insapona e si toglie le gocce dei suoi pazienti e di chi assiste. Le lacrime, le gocce di sangue e lo sporco dei guanti, che ha usato tutto il giorno. Lui è poco più giovane della Mamma. E’ presente, pacato nei modi. Una serenità strana per tutti i momenti che stiamo passando. E’ convinto che il suo stipendio basti, ma non è vero. Da quando è nato Leonardo, ne è ancora più convinto. Durante il parto: mia madre nell’acqua di una piscinetta in camera mia, un’infermiera che bagnava la sua fronte e le urla e i gemiti del bambino e la tapparella a metà per far entrare la giusta quantità di luce, che li rendeva ancora più scuri di quanto siano realmente. Io questa scena me la ricordo come un fotogramma. Il suono a stento perché le mie orecchie riuscivano a sopportare fino a un certo punto. Il mio corpo non aiutava, era febbricitante.

Intanto fuori è improvvisamente notte per le nuvole che hanno coperto tutto, gli uccelli del condominio iniziano a formare un unico vortice. Dalle quattro palazzine iniziano a formarsi continui e martellanti rumori sordi e i piedi delle persone che si muovono tra le stanze. Sembra che si stia per ribaltare tutto. Noi non riusciamo a vedere il cortile interno. Le nostre finestre affacciano solo su un parcheggio pieno di ferraglia. Esco dalla stanza e mia madre aspetta piagnucolante nel salone. E’ caduta una bottiglia di vetro piena d’acqua e sta allagando casa. Mamma lascia Leonardo sul divano e va verso l’ingresso. Anche mio padre si avvicina alla porta. Io prendo Leonardo e guardo loro. Immobili, non sanno che fare. Cerco di uscire e mi dirigo verso il finestrone del corridoio. Mi affaccio all’interno delle nostre palazzine: il tempo è ancora più scuro, i suoni più stridenti e al centro una ragazza giovane con una pelle strana. Mia madre ora è sul ciglio della porta e grida: “Che cosa c’è?!”. Mio padre si dirige verso di me e rimane stranito. Non sappiamo come comportarci. Il corridoio vuoto per l’assenza di condomini rende il tutto più estraniante. Rimaniamo in silenzio e ora sono immobile anche io. La mia pelle è colorata di viola e io non riesco a non vedere i miei muscoli. Vedo le vene. E’ bellissimo.

Attorno non c’è neanche una persona terrorizzata che ci dica cosa provare.
La ragazza ha capelli lunghissimi che coprono il volto. Mi ha guardato? Per mio padre si è alzata, invece è ancora seduta. Mia madre sta ancora piangendo. Ora si è mossa. Chiudo immediatamente la finestra e rientriamo tutti a casa. Mio padre corre verso casa e inizia a cercare qualcosa per murare la porta. Vuole murare ogni cosa. Non deve entrare neanche un minimo di luce.

“Aiutatemi!”, mio padre e io inizio ad aver paura. Non abbiamo niente e mio padre continua a cercare. Mia madre blatera qualcosa. E’ rimasta ferma per tutto il tempo. Io non capisco nulla perché i rumori entrano in testa e non ti lasciano, ti vogliono far svenire. Leonardo inizia ad ammutolirsi e a rimanere calmo. E tutti gli altri? Dove sono? Esco e riguardo il cortile. Non c’è nessuno. E’ così buio che non si vede neanche la ragazza. Si intravede una chiazza sbiadita e sfumata viola, che si muove e striscia tipo un serpente. Ritorno dentro e mio padre mi vede ancora più sconvolto. Mio padre esce e disperato non sa cosa fare. Mi chiede disperatamente e con le lacrime agli occhi:

“ Cos’è? Cosa cazzo è?!”
Io non so niente e per questo motivo sto per scoppiare anche io. Leonardo continua a non parlare, a non piangere, a non ridere. Il suo volto è freddo e lui è silenzioso.

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