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E un giorno i giochi si ribellarono...

L'autore racconta racconta la «rivoluzione» e l’armonia di una protesta

E un giorno i giochi si ribellarono...

«Giustizia! Giustizia!», in una giornata che si preannunciava epica, un grido si levò all’unisono da tutti i tavoli verdi e da tutte le postazioni su cui i più svariati giochi venivano consumati come appagante piacere individuale o collettivo. Un’eco che, trasmessa attraverso i canali social, percorse in un battibaleno paralleli e meridiani, diventando virale in ogni angolo del mondo.

Stanco di essere sottomesso e schiavizzato, ogni oggetto di ludica passione aveva deciso di ribellarsi allo strapotere incontrastato di chi ne faceva un abuso spregiudicato.

Venne pertanto concordata un’azione di resistenza attiva verso ogni categoria di giocatore, indipendentemente dal sesso e dall’età di appartenenza, rivendicando come istanze l’inquadramento professionale del ruolo e il rispetto dei diritti sindacali.
Pattuita la data della protesta, alle prime luci di un emisfero e contemporaneamente alle ultime dell’altro, si decise di dare inizio alle ostilità.

I primi a scendere in campo furono gli scacchi che, abbandonate le classiche postazioni frontali, si ammassarono tutti insieme, con i pedoni disposti a protezione delle altre figure, realizzando un trionfo in bianco e nero degno di un capolavoro dell’arte optical.

Le carte da gioco decisero di assemblarsi in postazioni di difesa: arrampicatesi le une sulle altre, edificarono castelli di avvistamento, schierando ai piani bassi i semi di spade e bastoni.

I punti neri, fuggendo dai dadi e dalle tessere del domino per unirsi agli altri rivoltosi, azzerarono le possibilità di somme totali e di associazioni numeriche.

Le icone colorate e le scritte iridescenti sgusciarono via dalle slot-machine annullando qualsiasi possibilità di combinazione vincente. I numeri del lotto, dal canto loro, si rifiutarono di essere estratti e di apparire in sogno agli eventuali fortunati.

Le oche iniziarono uno sciopero ad oltranza e boicottarono il gioco a loro intitolato; nei «Monopoli» venne bloccata la compravendita di lotti e case giustificata dal posizionamento del cartello «lavori in corso» sul tracciato del percorso.

I ragazzi, che si trovarono improvvisamente tra le mani videogiochi trasformati in ammassi di pixel incomprensibili e suoni striduli, cominciarono ad inveire inferociti e ad intasare le linee telefoniche delle aziende produttrici senza però ottenere giustificazioni plausibili.

Anche le categorie più fragili, anziani e bambini, non vennero risparmiati dalla penalizzazione globalizzata.

La «settimana enigmistica», privata delle parole crociate, assunse l’aspetto laconico di un anonimo quaderno bianco, senza più attrattiva; l’accaduto rappresentava per i lettori accaniti l’unico rebus da risolvere.

I giocattoli cercarono dappertutto un nascondiglio sicuro per sottrarsi alle voglie capricciose dei loro piccoli despoti. Così, mentre da un lato i nonni si deprimevano e si abbandonavano a nostalgie malinconiche, dall’altro i nipotini scalciavano e piangevano disperati per riottenere quanto era stato loro sottratto.

Quelli che però diedero più di matto furono gli habitué, coloro che non avrebbero mai rinunciato ai loro sacrosanti momenti di divertimento, specialmente nei luoghi dedicati a questo culto.

Nei casinò di Las Vegas, dopo aver preso atto che le roulette non avevano più palline, i clienti inferociti cominciarono ad accusare i croupier di appropriazione indebita, minacciandoli di passare alle vie di fatto se non le avessero tirate fuori dalle tasche. La situazione precipitò a tal punto che, visto il clima incandescente, i gestori delle case da gioco decisero di raffreddare gli animi spegnendo le mille luci della città del gioco, che improvvisamente assunse l’aspetto di un’oasi buia e inospitale, sperduta in mezzo al deserto.

La conflittualità cominciò a serpeggiare anche tra le storiche e affiatate coppie di giocatori di carte: annullati partite e tornei passarono in breve agli insulti, accusandosi reciprocamente dell’accaduto, per poi giungere all’inevitabile divorzio.

In pratica il genere umano, senza più trastulli a disposizione, provava per la prima volta nella sua storia la sensazione inquietante di mancanza della sua essenza; il che avvalorava la riflessione di Friedrich Schiller, secondo cui: «L’uomo è veramente uomo soltanto quando gioca».

Messi infine alle strette, i giocatori acconsentirono a parlamentare con i giochi. La delegazione umana, selezionata tra i componenti dei circoli più blasonati, si sarebbe confrontata con un re bianco e uno nero appartenenti alle più antiche dinastie di scacchi.

Le trattative, complesse e articolate, rischiarono più volte il fallimento per la rigidità delle parti in causa. Sembrava che le due fazioni, che si affrontavano al centro di una megascacchiera, più che trovare un accordo cercassero di darsi scacco matto.

I media seguivano col fiato sospeso l’andamento dell’incontro, trasmettendo al mondo intero una sensazione di tensione crescente, rafforzata dai «No comment!» dei diretti interessati che si negavano in maniera tassativa a qualsiasi tipo d’intervista.

A notte fonda, dopo una giornata snervante di strategie atte a tenere in piedi un equilibrio fragile, prevalse nei giocatori la saggia decisione di scendere a patti e di pareggiare la partita, accettando il pacchetto di proposte formulate dai giochi.

Le seguenti clausole, a fatica approvate, segnarono difatti l’inizio di un nuovo rapporto tra i contendenti: le carte da gioco e i dadi non avrebbero più subito ingiurie né maltrattamenti da parte dei perdenti di turno; nel corso di partite dalla lunghezza estenuante gli scacchi avrebbero goduto di pause sufficienti a riprendersi dalla stanchezza; le slot machine non sarebbero state più tempestate da pugni in mancanza di combinazioni vincenti; i videogiochi non avrebbero più lavorato fino allo spasimo, 24 ore su 24; i giocattoli non avrebbero più subito mutilazioni, ustioni, aggressioni di ogni tipo da parte delle piccole pesti; le parole crociate non sarebbero state più scarabocchiate, manomesse o strappate se gli utenti non fossero stati in grado di risolverle correttamente.

L’accordo fu siglato da strette di mano, espressioni di circostanza e sorrisi a favore di giornalisti e telecamere.

Dopo questa guerra lampo lentamente ognuno ritornò alle proprie incombenze e riprese il proprio ruolo.
I bambini tornarono a divertirsi prestando un occhio di riguardo ai loro inanimati compagni di gioco, che emisero versi e suoni assimilabili ad espressioni di gioia.

Sugli schermi dei videogiochi riapparvero le corse mozzafiato, le battaglie più assurde, le sfide infernali che appagavano il senso di competizione delle giovani generazioni e non solo.

Sulle panchine dei giardini pubblici gli anziani ripresero a giocare a scopone, nei salotti buoni le signore a sfidarsi a burraco, nei circoli esclusivi gli esperti ad affrontare rivali altrettanto validi nelle strategie del bridge.

Ricominciarono i tornei di scacchi e i «pezzi» bianchi e neri si affrontarono fingendo la solita ostilità, che in realtà apparteneva solo a chi li muoveva.
La strip di Las Vegas s’illuminò di nuovo a giorno pavoneggiandosi con le insegne scintillanti ed invitanti dei numerosi casinò.
Nella quiete delle loro case, gli anziani, accomodati sui divani con un occhio distratto alla Tv, ripresero in mano gli amati cruciverba. Temperate le matite e scappucciate le penne, si concentravano sulle risposte da dare alle definizioni, mentre gioivano di quelle ritrovate abitudini, consci di apprezzare quanto è scontato solo quando viene a mancare. Così, al quesito del 9 verticale (7 lettere) «Concordia di sentimenti», la risoluzione istintiva fu «Armonia», perché il mondo aveva trovato un equilibrio piacevole nella convivenza e una nuova, imprevista bellezza.

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