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Assisi, 42° Convegno giovanile della Cittadella sul tema «Catturati dall’effimero?».
È il 30 dicembre 1987: siamo tutti in attesa della relazione di don Tonino Bello, che, dopo un lungo “corteggiamento”, ha accettato finalmente di essere ad Assisi per chiudere il convegno; a lui viene affidata la relazione che porta il titolo di “Condivisione e gratuità nella società dell’usa-e-getta”.
E’ arrivato da poco nella città di Chiara e Francesco, e nel pomeriggio dovrà tornare a Molfetta perché il giorno dopo partirà per Reggio Calabria, dove si tiene l’annuale Marcia della pace.

Io sono lì per antica amicizia con la “Pro Civitate christiana” e per conto della “Gazzetta” e del mensile “Jesus”, come negli anni precedenti; ho conosciuto personalmente don Tonino per la prima volta nell’estate del 1982, a Tricase, durante un campo-scuola regionale della FUCI (in una tavola-rotonda con me e Giovanni Invitto), poi me ne aveva parlato il mio maestro e filosofo urbinate Italo Mancini, che, come altri personaggi e protagonisti di un mondo cattolico aperto e impegnato del tempo (David Maria Turoldo, Ernesto Balducci, Luigi Bettazzi, per fare qualche nome), era stato invitato una volta da don Tonino sempre a Tricase per una relazione ed era rimasto colpito da questo dinamico sacerdote che, dal Sud dei sud, per dirla con Carmelo Bene, era informato su tutto (aveva vissuto personalmente anche il Concilio Vaticano II, al fianco del suo vescovo mons. Ruotolo) e aveva le sue antenne sempre accese sul mondo, le sue contraddizioni e le sue speranze.
L’avevo seguito “da lontano”, con curiosità e meraviglia, da quando era diventato vescovo di Molfetta, alla fine del 1982, ed era riuscito ad essere presto una figura che si proiettava su uno scenario più ampio, un testimone autorevole e fuori dagli schemi di un cristianesimo impegnato con i poveri e a favore della pace.

Ma non mi consideravo, come si direbbe, un suo “fan”, come è successo a molti; desideravo soltanto conoscerlo meglio, per poter penetrare, con timore e tremore, nel mistero della sua fede ardente, e magari anche per discutere un po’ con lui sul tema della pace, dal momento che, appassionato com’ero di Mounier, di Weil, di Quinzio, di Dostoevskij e di altri pensatori “irregolari”, nella linea di un cristianesimo tragico e agonico, guardavo criticamente al pacifismo perché mi sembrava sacrificasse altri valori importanti della coscienza religiosa e civile.Ed torniamo finalmente all’incontro di Assisi.

Don Tonino guadagna il suo posto sul podio e avverte che non farà una relazione vera e propria, forse troppo noiosa per i tanti giovani obbligati a sentirla: ha chiesto, dice, un’idea a Giuseppe, lo sposo di Maria e ha immaginato di essere ospite per mezz’ora della bottega di Nazareth, cambiando, così, genere letterario.

Lo ascoltiamo, dunque, con stupore e in assoluto silenzio; il suo dialogo con Giuseppe si materializza e pur esprimendosi verbalmente attraverso un’unica voce, sembra perdere immediatamente il carattere proprio della comunicazione epistolare, che comporta per sua natura l’esistenza di un tempo e di uno spazio diversi fra l’emittente e il destinatario, per trasformarsi in vero e proprio incontro.

Sembra anche a noi di ritrovarci nella bottega di Giuseppe, in mezzo ai trucioli che profumano di resine, che assume lo spessore e i contorni della realtà: il personaggio che don Tonino ha di fronte non è un semplice interlocutore, destinatario fittizio della sua lettera: Giuseppe ascolta, dialoga con il suo silenzio, risponde con l’eloquenza dei gesti o con espressioni di tristezza, stupore, comprensione, compassione.

Noi siamo come rapiti dal racconto che don Tonino ci sta offrendo; lui sembra diventare, così, mediatore fra noi e il padre di Gesù, dando voce ai molteplici interrogativi che si susseguono in modo incalzante nel nostro cuore e dando suono alle parole di risposta consegnate alla profondità del silenzio di Giuseppe.
Alla fine, una selva interminabile di applausi saluta don Tonino; molti sono commossi e vorrebbero ancora ascoltare la sua parola, e anch’io cerco, ma senza successo, di avvicinarmi a lui.

Un pensiero, comunque, si è impossessato di me: quello che ho ascoltato e che mi risuona ancora dentro è ricco di antica sapienza anche omiletica, possiede anche un’andatura e una qualità, come dire?, sceniche e drammatiche, appartiene a quel genere letterario epistolare che recupera le cadenze e le forme autentiche, pur attualizzate nello stile e nella lingua, della Chiesa delle origini.
Sarà possibile farne oggetto, in futuro, di una lettura “recitante”, una sorta di azione poetico-liturgica?
Qualche tempo dopo, incontro don Tonino in episcopio.
Parliamo a lungo, e io gli chiedo alla fine l’autorizzazione a leggere la sua Carezza di Dio (così sarà intitolata la sua “lettera” a Giuseppe) in una piccola e periferica chiesa a Bari.

Lui si mostra dubbioso, mi dice che non è il caso; ma è incuriosito e sa della mia esperienza teatrale. A me sembra, però, e lo constaterò anche in seguito, che abbia perfino paura di questa metamorfosi della parola, del dono che il Signore gli ha concesso di parlare profeticamente per parabole suadenti, docili alla magia delle associazioni fantastiche e analogiche; ha timore, forse, che il suo fiato, il soffio della sua anima fanciullescamente estatica ed eversiva, si raggrumi in pericopi di compiacenza retorica e in artificiosità.

Gli assicuro che ne farò una lettura semplice e rispettosa, senza lenocinii attoriali, magari arricchendo la scena con una brocca d’acqua e un otre di vino, di una forma di pane (e sono gli elementi che sono presenti nel testo) e, insieme, con qualche attrezzo di falegname, assi e legno.

La carezza di Dio, così, “debutta” l’anno successivo nella chiesa di S. Enrico; ed è presente anche il critico Pasquale Bellini, che noterà quella vena drammaturgica nello stile di don Tonino e nell’uso originale e quasi magico della metafora. Riferisco, poi, a don Tonino del successo che ha ottenuto la serata, seguita da persone semplici che senza difficoltà sono “entrate” in quella bottega di Nazareth.

Nel 1988 don Tonino sarà invitato nuovamente a chiudere il convegno giovanile della Cittadella assisana (il tema era: “Voglia di trasparenza”); e anche questa volta ricorrerà all’immaginazione, “incontrando” Maria di Nazareth, icona di trasparenza e di bellezza: attraverso il suo linguaggio oracolare e particolarmente lirico in questa occasione, realizzerà l’arduo tentativo di cogliere e unificare due estremi, quello del sacro e della storia, del mistero e dell’evidenza, della suggestione e della ragione, della poesia e della profezia. La “lettera” verrà poi pubblicata col titolo di Quella notte a Efeso.

“Naturalmente”, vincendo le riserve di don Tonino, la portai in scena, e in più chiese; a Giovinazzo lui, senza avvisare nessuno, finalmente venne a sentirmi di nascosto…Infine, nel 1989, il fascino della trilogia ebbe il suo peso; invitato ancora una volta ad Assisi (il tema era: “Quando vivere è convivere”), don Tonino immaginò, nella sua terza epistola, di incontrare Gesù nel deserto.

Nelle vene della storia, così il titolo scelto poi per la pubblicazione, è, forse, il testo più ricco e vibrante dal punto di vista biblico e teologico rispetto agli altri due. Personalmente ci sono particolarmente affezionato: andai a trovare don Tonino qualche tempo prima e lui mi confidò che aveva un po’ di difficoltà, questa volta, a “inventare” il contesto e le forme in cui affrontare (e parlare con) Gesù, e poi perché il compito gli sembrava molto delicato; io gli suggerii qualcosa insieme al mio desiderio di veder espresso da lui, in quella futura relazione, un’istanza della fede che incontrasse anche la domanda sul “ritorno” messianico di Gesù sulla terra, insieme all’invocazione e alla speranza del regno .

Quando, più tardi, ad Assisi, lo ascoltai, un brivido di commozione mi attraversò: verso la fine di quel suo fascinoso “dialogo” c’erano proprio un’espressione e un’immagine che gli avevo ricordato… Lo fece per me? Non credo, e non gliel’ho mai domandato. Anche per Nelle vene della storia ci furono diverse repliche da parte mia, in contesti non teatrali.

Don Tonino e l’editore Renato Brucoli decisero, poi, di realizzare delle audiocassette dei tre testi, che furono registrate, in maniera artigianale, con singolare commento musicale al sintetizzatore da parte di Antonio Piangiolino, nel 1990: il testo su s. Giuseppe fu letto da lui, mentre gli altri due da me, nel corso di una lunga e avventurosa seduta notturna di registrazione.

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