Lunedì 10 Maggio 2021 | 03:46

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Ora so cosa significa essere travolti dalla tempesta. Noi avevamo lasciato il Primo Cerchio e appena travalicato il Secondo, quando scorgemmo davanti a noi l’orribile Minosse. Certo, un essere umano non dovrebbe essere giudicato da una bestia. Ma tant’è. Minosse dopo aver udito le umane miserie emette latrati di cane e attorciglia la coda intorno al corpo tante volte quanti sono i cerchi che il dannato dovrà scendere nella voragine infernale. Io restai a fissare a lungo il rituale osceno di quelle confessioni, ma poi come già era accaduto con il nocchiero Caronte, anche costui mi aggredì a parole non appena mi scorse tra la turba che gli si accalcava intorno. Se possibile, mi parve ancora più terrorizzante, poiché questo mostro univa alla ferocia dell’aspetto un che di insinuante, di infido. Pure stavolta, stravolto com’ero dal timore, non potetti far altro che rifugiarmi dietro il Maestro.

«Dico a te» latrò Minosse, sospendendo uno dei suoi brutali giudizi, «a te che te ne stai pavido in disparte e osservi; sei giunto in questo luogo di dolore e credi forse che ti sarà facile uscirne? E poi, reputi di conoscere a fondo colui che ti accompagna? Lo credi davvero degno della tua fiducia?»
«Smettila, e lascialo passare» Gli rispose di rimando Virgilio, «Tu non puoi impedirgli nulla».
Quello lo ignorava, e continuava a fissarmi con occhi che distillavano ferocia e malignità.
«Guardami negli occhi e rispondimi - continuò - consideri davvero che ti sarà agevole il cammino solo perché ti è stato consentito di entrare?»
«Ti ho detto di finirla! - riprese Virgilio - Costui andrà dove meglio gli aggrada!»
«E chi garantisce della sua incolumità?» Rispose la bestia, e con un gesto rabbioso lacerò l’aria con gli artigli.
«Io sono solo la sua guida, o Minosse - replicò ancora il Maestro - Il viaggio di costui attraverso il regno oscuro è stato deciso là dove si può fare ciò che si vuole. Quindi non chiedere null’altro!»
E a tali parole finalmente si quietò la fiera abnorme, sì da consentirci di passare oltre. Ora però dico che iniziarono per me note dolenti, poiché l’aria si fece scura, un mugghio pauroso salì improvviso dalla terra e violente folate di vento ci sferzavano come fossimo naufragi in balia dell’oceano in furia. Era questa l’eterna bufera infernale con cui ci ammonivano i preti? Inorridii, perché nuovamente udivo grida che esprimevano dolore e orrore, bestemmie a genitori e maledizioni a Dio. Alzando lo sguardo vidi a un tratto lo spettacolo inverosimile e tremendo di uomini e donne che mulinavano nella burrasca, sbattuti su e giù nell’aria, come uccelli stravolti da venti contrari infinitamente più forti delle loro povere ali.
«Maestro - dissi, sconvolto nella mente e nel cuore - cosa hanno mai fatto costoro per essere puniti in quel modo?»
«Essi sono travolti dal vento, così come in vita furono travolti dal peccato di lussuria - rispose Virgilio - non riuscirono a frenare i loro istinti e a contenerli nei limiti di una giusta misura; e per la legge del contrappasso che qui impera, fluttuano senza direzione alcuna, ad arbitrio del caso, senza poter decidere il dove e il quando: ciò è per loro legge divina per l’eternità».
«Per l’eternità» ripetei, seguitando a fissare quei miseri, i cui lamenti li facevano simili alle gru quando raccolte in lunghe scie rigano i bigi cieli soprastanti le paludi.

«Vedi quella donna lassù?» riprese il Maestro, indicandomi un’anima che vorticava nei nostri pressi. «Quella è Semiramide, regina d’Assiria, colei che per non essere più oppressa dai giudizi moralistici dei suoi sudditi, decretò per legge la liceità di tutte le perversioni carnali, compreso l’incesto. Quella che la segue poco lontano è Didone, la quale anziché la fedeltà alla memoria di Sicheo, suo marito, scelse di darsi la morte perché non corrisposta da Enea. E poi ancora: guarda Cleopatra e più in là Elena, entrambe per i loro vizi causa di lutti e rovine; e laggiù è il grande Achille, ucciso in un tranello per colpa di un amore; e poi ancora vedi Paride e Tristano; anch’essi non seppero trattenere le loro passioni».
«Maestro - dissi a un tratto io, interrompendolo - se mi fosse possibile, parlerei volentieri a quei due giovani lassù che sembrano così leggeri mentre, tanto teneramente abbracciati, sono portati via dal vento».
«Sia come vuoi - acconsentì Virgilio - fa quindi in modo che ti raccontino la loro storia non appena si avvicineranno a noi».
«Voi due, ascoltatemi - chiesi allora, non appena ebbi la possibilità che quelli mi udissero - se non vi reco disturbo; se la mia richiesta non è per voi motivo di imbarazzo; se nessun impedimento vi proibisce di intrattenervi con un estraneo, vi prego di dirmi chi siete e quale nefasta vicenda è stata causa di questo vostro amaro destino».
«Straniero - rispose allora la donna - se godessimo ancora della grazia dell’Onnipotente, saremmo felici di pregarlo di riservare ogni bene a te che vai ramingo in questo luogo di tenebre, e che mostri di avere pietà del nostro stato».
«Allora fermatevi presso di noi, e ditemi i vostri nomi» insistetti io, mentre la tormenta che ci vorticava intorno, come per incanto, sembrò concedere tregua.
«Costui che mi è accanto - riprese lei a dire - è Paolo della famiglia Malatesta; io sono Francesca, figlia di Guido Minore, Signore di Ravenna; la nostra storia è tinta di sangue, poiché ambedue amanti, finimmo straziati dal ferro di colui che fu mio marito, e che ora, come più in là forse potrai appurare, è giù a languire nella Cerchia infame dei traditori, qui denominata Caina».

«Dimmi, Francesca; ti prego dimmi» Soggiunsi allora facendomi forza per non lasciarmi vincere dallo smarrimento che mi procuravano quegli occhi lucidi di pianto, «come può accadere che si sia tanto ottenebrati dalla passione da infrangere il vincolo sacro del matrimonio; come ci si dimentica, insomma, di ogni remora, di ogni codice morale, di ogni rispetto e considerazione per sé e i propri parenti?».
«Ci si dimentica per quella passione chiamata Amore, straniero - rispose lei - e l’Amore ti si attacca rapido addosso, senza che tu abbia il tempo di chiederti come e quando è potuto accadere; non si ha scampo dall’Amore, soprattutto se hai cuore tenero, predisposizione gentile, sensibilità da fanciullo. Nessuno che sia stato amato può impedirsi a sua volta di amare, e noi due siamo innamorati al punto da non riuscire a staccarci l’uno dall’altro, neppure il tempo d’un battito d’ali, uno schiudere di ciglia, il fugare d’un sospiro».

La donna tacque, ed io avrei voluto ribattere che ella errava, obiettarle che vi era qualcosa di ingiusto, di profondamente distorto nelle sue parole, poiché qualcosa di sbagliato doveva pur esserci, visto che su entrambi pesava l’ignominia del peccato, e che erano stati condannati per i secoli dei secoli fino alla consunzione dei tempi. Guardai Virgilio, per cercare conferma a questi miei pensieri; ma egli sfuggiva stranamente al mio sguardo, come colui che svia gli occhi perché imbarazzato dall’incertezza, dal dubbio, forse dal rimorso.
«Francesca, ascoltami» ripresi allora a dire alla donna, e certo non per esternarle una riprovazione che mi sarebbe riuscita odiosa, falsa, «la vostra sorte mi procura profonda amarezza; ma spiegami come è stato, come è potuto succedere che tu e il tuo amante vi lasciaste vincere dai sensi? Quando e come vi siete accorti, di essere folli l’uno dell’altro?».
«Oh, non turbarmi ulteriormente con queste domande, amico straniero... - rispose lei - perché non vi è maggiore strazio nel tempo del dolore che rinvangare i giorni in cui siamo stati felici; e questo tu dovresti ben saperlo, e certo lo sa anche colui che ti accompagna tra questi aspri sentieri». E smise di parlare per un momento, e io mi girai a guardare Virgilio, che manteneva gli occhi bassi.

«Però ti basti sapere - continuò Francesca - che sovente ci capitava di restar soli nella mia grande casa, e che il nostro innocente diletto, noi che eravamo privi di malizia, consisteva nel leggere del cavaliere Lancillotto, di come egli si lasciasse vincere dall’amore per Ginevra, la bella moglie di Artù. Fu mentre leggevamo dei loro baci che un giorno impallidimmo all’improvviso, ed evitammo di guardarci per tema di rivelare l’uno all’altro il sentimento che ci mordeva il cuore, fino a quando non ci baciammo sulla bocca, tutti e due tremanti di quell’amore così lungamente trattenuto».
E ciò detto, tacque; e a quel punto il suo compagno iniziò così sommessamente a piangere che ne fui straziato. Restammo un poco con loro, sopraffatti dalla pietà. Poi il nostro tempo si esaurì, e li vidi disperdersi nuovamente nell’aria cupa che riprese a vorticare. Non potevo far nulla per loro, perché nulla che fosse nelle mie umane facoltà poteva attenuare l’angoscia degli spiriti lussuriosi che girano senza tregua nel vento. Mi sentii inutile e vuoto, avvertendo come non mai la miserabile condizione nostra di piccoli, fragili scriccioli perduti nella tormenta.

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