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La 'divina proporzione' e il cielo ingabbiato in un ottagono: tra Fibonacci e mistica

Tra i segreti di Castel del Monte

Carlo si fermò sotto la scalinata, e restò immobile qualche minuto. La mole del castello era davvero imponente, splendida nella giornata luminosa di febbraio: toglieva il fiato la sua compattezza geometrica, che sembrava sfidare l’azzurro del cielo e il verde del prato circostante, svettando verso l’alto con una purezza incredibile di forme. Simbolo di pietra, l’aveva definito qualcuno: ed era proprio così. Le letture che aveva fatto sull’argomento non davano neanche la pallida idea della suggestione che si provava dal vivo, sostando davanti a quell’architettura bianca, forte come una roccia, perfetta come un cristallo, grande come una montagna.
Castel del Monte: mai nome era stato più adatto, riflettè Carlo. L’edificio dominava tutto il territorio circostante, era un riferimento visibile anche a grande distanza, indubbiamente. Qual era il suo significato? L’avrebbe scoperto. Aveva deciso di dedicare un sopralluogo di due giorni a quella visita, e aveva scelto un giorno e un’ora poco affollata dai turisti, per poter apprezzare in tutto il suo splendore la bellezza e la potenza del luogo. In quel momento, in effetti, non c’era nessuno. Nonostante il tepore quasi primaverile, un vento freddo e teso spirava da nord, e gelava la faccia, ma al tempo stesso spazzava le nubi, lasciando il castello nudo e solo alla sua vista, un diamante incastonato nel cielo blu di Puglia.
Bellissimo, sicuramente. Carlo ricordava di esserci stato un’altra volta, molti anni prima, durante una gita organizzata dall’università. In quell’occasione, però, la gran massa di gente che si assiepava ai piedi dell’edificio e nelle sale interne non gli aveva permesso di apprezzare in pieno quello che stava vedendo ora, o forse erano le letture fatte che gli davano quella potente suggestione, come una magìa.
Lo sapeva bene, erano teorie fantastiche, non suffragate dal mondo accademico ufficiale. Ne aveva parlato con il suo amico e collega Beppe, il quale lo aveva affettuosamente rimproverato: - Ma come, proprio tu, Carlo? Eri famoso tra gli studenti per il tuo rigore razionale, per la tua assoluta fedeltà alle fonti… mai una sbavatura, mai una caduta di stile, sempre affidabile e preciso nel citare i riferimenti e le prove di quello che dicevi. E ora ti lasci incantare da queste storie assurde? Stai invecchiando, mio caro, lascia che te lo dica io che ti voglio bene.
Carlo era rimasto un po’ in silenzio, perplesso, poi aveva ribattuto:
- Sì, sto invecchiando, è vero, ma la vecchiaia mi permette di vedere tutto con più lucidità e completezza. E quello che vedo è che non possiamo giudicare il Medioevo con i nostri occhi di oggi, dobbiamo calarci nei panni di un uomo di quel tempo, com’era Dante, com’era Federico. All’epoca ogni cosa era simbolo di qualcos’altro, lo sai anche tu. Prima di parlare dobbiamo essere certi di quello che diciamo.
Appunto, appunto, dobbiamo essere certi. E tu, che certezze hai per affermare quello che dici? Ci sono delle prove? Prove scientifiche, voglio dire.
No, non ci sono prove.
Lo vedi? È tutto un discorso campato in aria. Castelli in aria, Carlo.
È un castello che sta ben piantato nel terreno, Beppe, non è come dici tu. Le fonti non sono soltanto quelle di carta: anche le pietre possono parlare, come e meglio dei documenti. Io ho intenzione di andare a fare un sopralluogo, vuoi venire con me?
Non posso, non in questi giorni. E poi, lì fa troppo freddo. Se ci vai e scopri qualcosa di interessante, poi fammi sapere.
Carlo aveva annuito, pensieroso. Certo le teorie esoteriche su Castel del Monte erano azzardate, almeno quanto quelle, analoghe, formulate su Dante. Beppe diceva il vero quando parlava del suo rigore filologico, dello scrupolo e della cura che aveva sempre messo nelle spiegazioni fatte agli studenti durante tutto l’arco dell’insegnamento universitario. Però, però… beh, qualche dubbio gli era venuto. Stava diventando un vecchio rimbambito che si faceva condizionare dalle teorie più fantastiche e astruse, un credulone pronto a farsi imbrogliare dai ciarlatani di turno? Sì, anche questo poteva essere. Ma, come sempre aveva fatto nel corso della sua vita, sentiva il bisogno di verificare. E l’avrebbe fatto anche in quella giornata fredda e luminosa di febbraio, davanti a quelle pietre bianche squadrate in forma perfetta.
Lentamente, iniziò a salire. Il castello sembrava venirgli incontro, pronto a farsi abbracciare, sempre più vicino e incombente. Mentre procedeva, Carlo ripassò mentalmente la geometria dell’edificio: pianta ottagonale, otto torri anch’esse ottagonali, un cortile interno – manco a dirlo – ottagonale. Il numero otto: una vera ossessione, ripetuta come un ritornello architettonico. Qual era il significato di tutto questo? Ma soprattutto, c’era un significato? Prima di entrare, si soffermò a guardare i due leoni, disposti simmetricamente: aveva letto che guardavano uno in direzione del solstizio d’inverno, l’altro verso il solstizio d’estate. A lui sembravano un simbolo di potenza, di fierezza, così come l’ottagono gli ricordava la corona imperiale. E che dire dell’imponenza del portale? Metteva soggezione solo a guardarlo, con le sue proporzioni perfette: c’era lo zampino della sezione aurea, la «divina proporzione» utilizzata anche da Leonardo da Vinci. Il castello però era stato costruito tre secoli prima di Leonardo, o giù di lì… sicuro, la proporzione aurea era stata esaltata da un altro Leonardo, il matematico Fibonacci, che era stato alla corte di Federico II, suo confidente e amico.
Carlo aggrottò la fronte. Tutta quella matematica, quella precisione numerica, quell’indigestione di astronomia e di sapienza antica lo inquietava, gli faceva venire il mal di testa. Ma allora, perché era lì? Cosa sperava di scoprire? Entrò nel cortile e si guardò intorno, quasi alla ricerca di indizi, di tracce rivelatrici. Il cortile era nudo, spoglio, non c’era proprio niente che potesse far pensare a un tempio, a un luogo iniziatico. Sì, certo, si raccontava di una vasca ottagonale posta al centro, forse una fontana o un pozzo, ma non ce n’era più segno, se mai era esistita. Scrollò le spalle, deluso: erano tutte chiacchiere, fantasie. Quasi conveniva tornare indietro, non poteva essere che uno spazio così limitato racchiudesse chissà quali segreti. Alzò distrattamente lo sguardo verso l’alto, e sentì un brivido percorrergli la schiena.
Sopra di lui, un ottagono di cielo, azzurro, limpido, assoluto nella sua purezza. Com’era possibile? Gli architetti di Federico erano riusciti a ingabbiare il cielo in un perimetro geometrico, a renderlo misurabile e comprensibile. Non sapeva se fosse la pietra a circoscrivere quel ritaglio di cielo, o l’infinito ad entrare nel castello, attraverso una figura matematica tracciata dall’uomo: ciò che sapeva, con certezza, era che la dialettica tra terra e cielo era perfetta, una sintesi di armonia, che spingeva ad innalzarsi pur restando con i piedi piantati nel terreno. L’infinito! Come mai non gli era venuto in mente prima d’allora? L’infinito, certo: simboleggiato dal numero otto, nella sua ossessiva ripetizione, secondo una logica ricorsiva. Otto sale interne al primo piano, otto sale al secondo piano; otto fregi decorativi sui capitelli delle colonne, otto quadrifogli incisi nella pietra sulle cornici del portale d’ingresso, otto foglie sulle chiavi di volta delle sale, otto di ogni cosa. 1, 3, 5, 8… la successione di Fibonacci. Perfino un letterato come lui poteva capirlo, di fronte a quella visione del cielo ottagonale i brividi lungo la schiena erano più potenti di qualunque spiegazione matematica.
Dopo un ultimo sguardo al cielo, entrò dalla porta del piano terra e iniziò a salire: le scale erano in senso antiorario, dunque non erano previsti possibili assalitori che con la spada sguainata nella mano destra attentassero alla sicurezza degli abitanti del castello. Perché? Anche in questo caso, sembrava di entrare in un mondo alla rovescia. Forse, gli immaginari nemici potevano provenire dall’alto, invece che dal basso. Quali nemici? Chi erano gli abituali frequentatori di quello strano luogo? Nessuno avrebbe mai saputo rispondere, pensò Carlo scuotendo il capo, mentre continuava a salire per la stretta scala.
Al piano superiore, la successione delle stanze gli dette un vago senso di stordimento. Le sale erano bizzarre, a forma di trapezio, piuttosto buie. Bisognava camminare e seguire un percorso, come in un itinerario prestabilito. Molto più piacevole era la visita del secondo piano, illuminato da finestre grandi e fornite di panche per sedersi. Affacciandosi da una delle finestre, Carlo si ritrovò a pensare, come preso da un sogno, a Federico II, a Dante Alighieri, a Fibonacci, agli uomini del Duecento e del Trecento che dovevano aver percorso le sale, forse con le armi pendenti sui fianchi, gli scudi, le armature. Gli sembrò di sentire nella testa le parole di Beppe: - Cosa c’entra Dante, con tutto questo?
La verità era che non lo sapeva, però gli sembrava che un filo invisibile unisse tra loro il padre della letteratura italiana e il puer Apuliae. In fondo, Dante aveva nominato Federico ben cinque volte, nella Divina Commedia, poteva essere un caso? No, in Dante nulla era scritto per caso, ci doveva essere un motivo ben preciso. Bene, Carlo era a Castel del Monte proprio per tentare di scoprire questo motivo, il filo d’unione tra i due, si trattava forse dell’appartenenza ai Fedeli d’Amore? Una cosa era certa: ad unirli era, quant’anche non ci fosse stato tra loro un legame ideologico o filosofico – non potevano essersi conosciuti, Federico era morto prima della nascita di Dante – la potenza dei simboli che usavano. I simboli di pietra di Federico erano possenti, alzavano messaggi misteriosi fino al cielo; quelli di Dante, scritti nella carta, si potevano ascoltare e meditare in modo più sottile, ma ugualmente elevato, capace di penetrare ovunque. Il simbolo: nel significato originario, un contrassegno spezzato in due, che restava privo di senso finchè le due parti non si accostavano tra loro, riunificandosi nell’unità perduta.
Mentre guardava gli spigoli delle torri ottagonali, Carlo pensava anche a Umberto Eco, al suo libro, Il nome della rosa. Anche in questo caso, troppi riferimenti convergevano. Un fine studioso del Medioevo come Eco aveva probabilmente inserito nel testo riferimenti enigmatici, aspetti da decifrare, com’era tipico nell’età medievale, lasciando poi al lettore il compito, e il gusto, di scoprire l’arcano. La biblioteca dell’abbazia, a pianta ottagonale, non era forse un riferimento a Castel del Monte? E la Rosa presente nel titolo, non poteva alludere alla donna amata dagli stilnovisti, dai Fedeli d’Amore? D’altra parte, la stessa planimetria del castello sembrava simile alla delicata geometria di una rosa: un fiore di pietra aperto verso l’infinito, verso la conoscenza, la filosofia, la sapienza vera, sotto l’egida della corona imperiale, in armonia con i movimenti astronomici del sole e delle stelle.

Questo racconto è uno stralcio del romanzo «Le cantine della Divina Commedia» (Il cammino cade nel viale di Dante).

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