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«Uè crrreeetino…» disse facendo schioccare rumorosamente la lingua, per sfogare la rabbia sulla «r» e soffermandosi a lungo sulla «e» di «cretino».
«A chi cretino, a chi?» ritorse l’altro, raddoppiando la «c» del primo «chi» e passando dal tono vistosamente acuto della prima «a» a quello grave e vagamente minaccioso del secondo «chi».
«Numero uno, non hai messo la freccia; numero due, non mi hai dato la precedenza a destra…» riprese il primo, che rafforzò l’elenco portando le mani davanti al viso, sollevando con la destra il pollice della sinistra e scegliendo un tono alto e squillante della voce in corrispondenza di «numero uno». Poi, in corrispondenza di «numero due», tirò su l’indice e diede alla voce un tono più grave per lasciare intendere che avrebbe potuto continuare.
«Laa pree-cee-dee-nzaa?» domandò stupito e udibilmente contrariato il secondo, accentuando i movimenti della bocca e stirando orizzontalmente le labbra mentre allungava a dismisura tutte le vocali che conteneva la parola, quasi per darsi il tempo di abbassare il finestrino e lasciar oscillare, attraverso di esso, avanti e indietro l’avambraccio con la mano chiusa a carciofo. «Moo’, e sono iiio il cree-tii-no…» aggiunse, proseguendo con l’allungamento delle vocali e toccando un acuto vertiginoso sull’«io». «E lo stooop, non lo veeedi quant’è grooosso?» continuò, sporgendo il braccio dal finestrino e tendendolo in direzione del segnale a cui aveva fatto cenno.
«Ssì, lo stop» ricominciò il primo, con un lungo sibilo della «s» di «sì», e pronunciando la «i» quasi fosse una «e». Tra «sì» e «lo» aveva posto uno schiocco della lingua contro il palato, inclinando la testa a sinistra e tracciando dei cerchi nell’aria con la mano destra. «Mica mi posso fermare ventiquattr’ore per far passare tutti quelli che attraversano il passaggio a livello… tu, poi, hai accelerato mentre io stavo già cominciando a passare! Lo hai fatto apposta!», proseguì il primo tutto d’un fiato.
«Uagliò, ma so’ ccose dell’altro mondo… che significa l’hai fatto apposta… io mi sono preso la precedenza, perché ho visto che tu non avevi ‘manco rallentato… altro che apposta! E non ho capito…», ribatté il secondo, alternando toni acuti quando si rivolgeva all’altro, e toni più gravi quando faceva dei commenti tra sé. Il rumore della macchina cessò a un tratto. «Io non riesco a capire… e non lo so! Non riesco a capire…» aggiunse, facendo scattare la leva dello sportello e uscendo dalla macchina; «anzi, fammi capire tu: c’è o non c’è lo stop, là, dimmelo tu!» e sfidò l’altro a fare quanto aveva detto con dei colpetti in avanti del mento.
Anche il motore della macchina del primo smise di rombare e la sua voce cessò d’essere attutita dall’abitacolo. Le due autovetture erano ferme sui binari. «Lo stop c’è, lo stop c’è» ammise il primo molto lentamente, quasi stesse cominciando una cantilena; uscì, poi, dalla macchina, si voltò e indicò col braccio il segnale in questione. «Ma ti ho detto che stavo a due metri, duu-ee meee-tri dai binari quando tu hai accelerato!» ribadì con la stessa lentezza e con l’andamento cantilenante di prima, sventolando in aria il numero due con l’indice e il medio della mano destra, che girava velocemente a scatti verso destra e sinistra. «Inso’, io lo stop lo avevo già superato quando ti ho visto e tu hai accelerato, ma io stavo già a due metri dal passaggio a livello» e si voltò di nuovo a indicare il punto esatto con il braccio e la mano tesa, enfatizzando ancor più la cantilena, con il tono di chi si è stufato di ripetere la stessa cosa.
«Io non lo so… questo o non capisce o non vuole capire» bofonchiò tra sé il secondo, guardando verso l’alto e stringendo i pugni verso il basso. «Ma che significa, mma-ccche-sssigggnifica che lo stop lo avevi già superato!?! Ma nooon esiiiste, e non lo so, nooon esiiiste, lo stop è stop, e ti devi fermaaare, e basta!» lo rimproverò alzando il tono della voce, ricominciando ad allungare le vocali e oscillando su e giù le mani davanti al viso, con il palmo e le dita dell’una contro quelli dell’altra. «Poi dice che uuno, di fronte a uno come teee, non deve fare quello che ho fatto iiio, poi dice che uuno non si deve preeendere la precedenza…».
«Nossignore, non è così…, tu per prenderti la precedenza ti sei buttato addosso a me…» disse e schioccò la lingua contro i denti per terminare.
«Madòò, meglio che mi metto in macchina e me ne vado, sennò non lo so, non lo so che cosa può succedere… so’ cose dell’altro mondo» urlò furibondo il secondo e di scatto volse la testa verso la macchina, si piegò e vi entrò. La portiera sbatté contro l’abitacolo; il motore cominciò istantaneamente a rombare e le ruote, dopo aver raschiato per l’attrito sull’asfalto, disegnarono rapidamente un semicerchio ad evitare l’altra autovettura e corsero via svoltando a sinistra.
«So’ cose da pazzi… vedi come porta la macchina» chiosò il primo, seguendo col capo l’uscita di scena dell’altro. Poi rientrò in macchina e proseguì dritto.

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