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Son trascorsi una ventina d’anni. Io e Lorena avevamo lasciato le strade di New York con il gelo di dicembre e le mille meravigliose luci natalizie ed eravamo volati verso Ovest, verso il tepore naturale di San Francisco. Ci accoglieva una splendida giornata di sole, una luce molto simile a quella che avevamo lasciato a Bari, sentirsi a casa è stato naturale e ritrovarsi a passeggiare a North Beach, nella zona «italiana» della città ci ha messo ancora più a nostro agio. In un giardino pubblico un gruppo di anziani intenti a praticare il Tai Chi, la ginnastica meditativa orientale, un poliziotto nella sua divisa nera a giocare con il suo manganello, sull’orlo di un marciapiede, attento ad osservare un traffico in realtà molto regolare e tranquillo. Ad un angolo un bar angusto ma luminoso ha attirato la nostra attenzione. Quando ci siamo accomodati ed ordinato delle ciambelle ed un caffè lungo è bastato uno sguardo intorno a noi per scoprire di essere in un mondo che si muoveva senza soluzione di continuità tra l’interno e l’esterno del locale. Una ballerina russa vestita di calzamaglia nera e tutù celeste completamente bagnata dal sole, accanto un poeta con baffoni d’ordinanza e stivaloni texani sotto un jeans con un enorme cinturone. Ho l’abitudine (barese, come mi ricorda spesso la mia compagna d’origine salentina) di parlare a voce alta e non è stato difficile per i presenti identificare la nostra origine italiana; si è presentato un signore anziano, le sembianze di un italo-americano. E con quello slang a metà strada tra il brookolino e l’italiano si è qualificato come il signor Giotta, putignanese d’origine e proprietario del bar. Subito avido di notizie dalla Puglia (non era ancora iniziata l’era Vendola e di noi si parlava molto poco in giro) ci ha poi raccontato della sua vita, del suo arrivo negli Stati Uniti, la moglie che non c’era più, i figli, la decisione di fermarsi a «Frisco», la storia di milioni italiani sbarcati per cercar fortuna . Pochi minuti e abbiamo dimenticato il gelo di New York, l’albergo arredato da Philippe Starck, enorme ma con stanze minuscole, a due passi dal Central Park...eravamo a casa, nel tepore di quella città e della sua gente. Ma perché fossimo ancora di più a nostro agio il signor Giotta ha voluto presentarci ai suoi amici, abituali frequentatori del bar. Ed ecco avvicinarsi il cow-boy con i baffoni che appena saputo che arrivavamo da Bari ci ha chiesto di salutarci una sua cara amica barese, poetessa , che lo aveva ospitato tempo addietro in una sua casa in via Argiro. Pochissime parole in italiano, per il resto un largo sorriso accompagnato da effluvi di parole in un americano sguaiatissimo, quello che mi fa ricordare i suoni gutturali del mio dialetto. È stato allora che si è affacciato nel bar un anziano signore, nella luce della mattinata spiccavano i suoi capelli e la sua barba bianchissimi e i suoi occhi, occhi che, come dice mia moglie, solo i libri possono mantenere così vivi. Cappellaccio di feltro un tempo bianco, una busta di plastica appesa al braccio, quell’uomo era trasandato e pure elegantissimo, quell’eleganza che solo gli anziani sicuri di sé conservano. Il signor Giotta ha richiamato la sua attenzione e ce lo ha presentato come il suo amico Lorenzo. Ho avuto subito un presentimento accompagnato da un tuffo al cuore. Poco prima di entrare nel bar ci eravamo affacciati nella Avenue alle spalle, la Cristoforo Colombo, nella speranza di trovare aperta la libreria compagna di tanti racconti e sogni giovanili, la City Lights, ma l’avevamo trovata chiusa. L’amico del signor Giotta si è accomodato al nostro tavolo e ne ho avuto la certezza: il signor Lorenzo era Lawrence Ferlinghetti, il titolare di quella piccola libreria, cenacolo di mille avventure diffuse in tutto il mondo per illuminare un’intera generazione, la mia.. Ecco, in quei momenti comprendi che quando un mito è uno così, di quelli che ti mettono a proprio agio continuando a far sorridere quegli occhietti di novantenne sbocconcellando una ciambella, è come essere nel salotto di casa. Confesso, ho perso la parola, quel signore che apriva la sua mitica libreria mentre io venivo alla luce e che aveva coccolato Kerouac, Dylan, Ginsberg, Pivano, Corso, Burroughs era lì con me a San Francisco in un bar di un signore di origine putignanese. La mia bella e adorabile moglie, più giovane di me e nata a ridosso della beat generation, da giornalista di razza qual è lo ha interrogato; io non ascoltavo, mi appariva solo come un angelo caduto dal cielo. Dopo qualche minuto, così come era apparso, si è allontanato con un leggero inchino di saluto. Ripensare a quell’incontro in questi giorni, in occasione della sua scomparsa da questa Terra dopo 101 anni, ha aggiunto emozione ad una giornata già carica di sentimenti d’ogni genere. È successo nello stesso giorno in cui ci ha lasciati Franco Cassano. Ecco, è stato come salutare due persone perbene, amiche senza che ti abbiano mai concesso la loro confidenza, ed è stato come se beat generation e pensiero meridiano si fossero fusi lungo un percorso che è fatto di pensieri lunghi e di frenesie gettate alle spalle.

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