Martedì 26 Marzo 2019 | 00:49

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di GIUSEPPE DE TOMASO

Ci risiamo. Tutte le volte che la magistratura scopre nuove trame di corruzione e di malversazione del pubblico denaro, scatta la solita reazione: «Tangentopoli non è mai morta, anzi è più viva che mai. Bisogna agire senza pietà. Servono norme ancora più dure per contrastare l’illegalità diffusa e sanzionare i colpevoli». Ultimo caso in ordine di tempo: l’inchiesta sulle tangenti alle case popolari di Bari, che ha portato all’arresto del direttore generale dell’Arca (ex Iacp) e di altre quattro persone.
Ma siamo sicuri che la corruzione vada combattuta (solo) a colpi di editti draconiani e di pene sempre più rigorose?

L’esperienza dimostra il contrario, e cioè che l’inasprimento delle sanzioni non frena la corsa ai traffici illeciti, non foss’altro perché chi delinque è convinto, quasi sempre, di poter beffare restrizioni e controlli vari con la disinvoltura di un Arsenio Lupin.

In sostanza, chi sgarra è arcisicuro di farla franca.

La vicenda delle case popolari di Bari, invece, conferma la miopia del Legislatore di fronte al fenomeno tangentizio. Tanto da sollevare un dubbio: si vuole davvero affrontare alla radice il problema o si vuole affrontarlo a colpi di dichiarazioni altisonanti e di provvedimenti eclatanti buoni soprattutto per il circo mediatico? L’impressione è che prevalga la seconda impostazione e che l’approccio demagogico alla questione oscuri e allontani ogni altra soluzione.

Gli istituti autonomi delle case popolari hanno dato, nel tempo, più lavoro ai magistrati che alle stesse imprese impegnate nella costruzione degli alloggi. Non si contano le inchieste giudiziarie che, nei decenni, sono state avviate in tutti gli angoli del Paese. E la catena processuale è destinata ad allungarsi vieppiù, visto che la classe politica non intende cambiare copione sui rimedi all’emergenza abitativa.

Un approccio pragmatico, non ideologico e interessato, sulle case per i bisognosi, consiglierebbe di imboccare altre strade. Una a esempio: il sostegno economico diretto a tutti coloro che risultano indigenti. Toccherebbe a quest’ultimi spendere autonomamente la somma, scegliendo l’abitazione dove risiedere, ovviamente nella zona ritenuta più congeniale alle proprie esigenze. Questo capovolgimento di linea comporterebbe non pochi benefìci. Vediamo: lo stop agli enti creati «ad hoc», spesso carrozzoni eteroguidati dalla politica da cui non provengono prove di buona gestione; lo stop ai consigli di amministrazione che servono per distribuire gettoni e incarichi dissipando quattrini su quattrini; lo stop alle graduatorie di accesso alle abitazioni, graduatorie che quasi sempre vengono aggirate con gli argomenti della forza e del denaro; lo stop a ogni potere discrezionale che si nasconde anche dietro l’ordinamento più protocollare; lo stop ad ogni tentazione tesa favorire questa o quell’impresa nella realizzazione delle opere; lo stop alle morosità degli inquilini che mandano in tilt i bilanci degli enti; lo stop al pressing della criminalità che vuole dire l’ultima parola sull’assegnazione delle case; lo stop alla spirale clientelare che ribalta precedenze acquisite e diritti maturati. E ci fermiamo qui.

Dunque. Il mezzo per raggiungere questi traguardi ci sarebbe e sarebbe pure a costo zero: assegnare ad ogni famiglia povera la somma necessaria per prendere in fitto sul mercato la casa dove abitare. La cifra complessiva, per lo Stato, sarebbe di gran lunga inferiore alla montagna di soldi che serve per pagare l’intero giro di persone e appalti che ruota attorno ai programmi di costruzione e manutenzione dell’edilizia popolare. Non solo. L’assegnazione di un bonus utile a pagare l’affitto nel quartiere in cui si sceglie di vivere, comporta un beneficio incalcolabile: l’integrazione tra tutti i ceti sociali di una comunità, il profondo rispetto delle persone cui la comunità intende prestare aiuto.

Invece, finora la politica adottata per le abitazioni popolari ha prodotto, oltre alle abituali vicende di malgoverno e corruzione che si ripetono a oltranza, anche una pianificazione classista e reazionaria in campo urbanistico. I ricchi da una parte, i poveri dall’altra. Impedendo ai più sfortunati di scegliere in autonomia la zona in cui risiedere, e costruendo, invece, quartieri di edilizia popolare nelle periferie delle città, il potere pubblico non ha fatto altro che alimentare quella ghettizzazione, quell’emarginazione sociale che a parole diceva e dice di voler contrastare. Il che ha esasperato il disagio esistenziale, contribuendo ad aggravare, fra l’altro, quei fenomeni di tipo criminale che mettono a repentaglio la sicurezza dei cittadini.

La corruzione per le case popolari si combatte attraverso la fine dello Stato costruttore e l’inizio dello Stato finanziatore (diretto) dei senzatetto. Altro che insistere nell’indurimento di pene e condanne. Invece al potere pubblico, cioè alla classe politica, fa comodo mantenere lo status quo.

Anche sulla trasparenza dei pagamenti della pubblica amministrazione si potrebbe intervenire alla radice: utilizzando, ad esempio, il pagamento elettronico. Invece, permane la resistenza alle novità, agli automatismi, alla tracciabilità del denaro. Si preferisce preservare il contatto umano agevolando spinte e spintarelle di dubbia legittimità (eufemismo).

La corruzione è nata con l’uomo. Impossibile sradicarla. È possibile però ridurne il giro e il fatturato agendo sulle cause prima che sugli effetti, eliminando le occasioni che fanno l’uomo ladro, prima che colpire le degenerazioni che ne derivano. Ma si tende a fare il contrario, aggravando il problema con una sequela di norme che stupirebbero pure l’azzeccagarbugli manzoniano.

Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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