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Che errore frenare
la globalizzazione
(ci vuole flessibilità)

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di VITO SPADA

L’ottantesettesimo rapporto della BRI (Banca dei Regolamenti Internazionali), in inglese BIS (Bank for International Settlements), sulla situazione dei mercati mondiali, quest’anno dedica numerose pagine sullo sviluppo della globalizzazione. L’opinione comune, in taluni Paesi poco esposti al commercio mondiale, è che la globalizzazione sia un effetto deleterio per la società. Al contrario la BIS dimostra con numerosi dati, come gli effetti di questo fenomeno siano altamente positivi per lo sviluppo anche se bisogna controllarne taluni aspetti. Con globalizzazione definiamo un processo dove sia il commercio con l’estero che l’integrazione finanziaria con gli altri Paesi aumenta e si consolida. Come si dice nel rapporto in modo efficace ” l’integrazione del commercio non solo si basa , ma genera i rapporti finanziari”. Questi due aspetti vanno di pari passo. E grazie alla loro efficacia la globalizzazione ha permesso di “elevare gli standard di vita aiutando molti Paesi ad uscire dalla povertà”. Secondo la BIS ci sono tre livelli crescenti di globalizzazione.

Il primo è quello semplice del puro commercio estero, il secondo è quello di relazione più complesse nello scambio commerciale ed il terzo, quello più pregnante, riguarda il coinvolgimento delle transazioni finanziare usate principalmente per amministrare le attività e le passività internazionali. Allargare i confini nazionali delle economie non è ovviamente un evento recente. Una prima fase di globalizzazione l’abbiamo osservata prima dello scoppio della prima guerra mondiale , quando il rapporto del commercio estero (import ed export) toccò il 30% circa del Pnl all’inizio del 1900. La seconda fase che è iniziata dopo la seconda guerra mondiale ha superato tutti i record precedenti. L’apertura al commercio estero in pratica si è raddoppiata a partire dagli anni 60 con progressi nel campo dei trasposti, comunicazioni e liberalizzazioni varie. Basti pensare che il totale delle attività detenute all’estero dai vari Paesi è passato dal 36% del PNL a circa il 400% dello stesso nel 2015. In questi ultimi anni le risorse del lavoro e delle competenze sono diventate il volano del fenomeno.

Nel 1960, il cibo rappresentava circa un quarto del totale scambiato sui mercati internazionali. Oggi della percentuale è scesa al 10%. Sono saliti di importanza non solo i servizi finanziari e reali, ma anche il commercio del settore manifatturiero che rappresenta adesso il 50% circa del commercio globale. Si producono manufatti in componenti e sezioni sparsi nei vari Paesi e si cerca di ottimizzare la produzione, che viene poi assemblata altrove , per ottenere prezzi di vendita sempre più accessibili. I vettori di questo sviluppo sono state le società multinazionali che hanno aperto filiali e sussidiarie i molti Paesi.

Qui queste società hanno attivato le loro azioni di prestito dal sistema bancario e di risparmio, insieme alla mole dei loro investimenti dall’estero. Non bisogna dimenticare che gli investimenti dall’estero migliorano la concorrenza , l’efficienza, stimolano una migliore allocazione del capitale e soprattutto facilitano il trasferimento di tecnologia e know how che sono essenziali per lo sviluppo. La crisi del 2008 ha rosicchiato le percentuali di sviluppo della globalizzazione, ma questa non si è fermata. La crisi delle banche ha ridotto le fonti di prestito tradizionali, ma queste sono state sostituite , anche grazie ai bassi tassi di interesse, dalle emissioni obbligazionarie e dalle attività di asset management. Il fenomeno è evidente soprattutto nei Paesi emergenti dove la crescita delle passività rispetto al PNL è cresciuta senza difficoltà. Di fatto, il quadrante che ha perso vigore a causa della crisi finanziaria del 2008 è stato quello europeo, a causa dei problemi delle sue banche e del suo sistema bancocentrico.

Il fenomeno del contenimento delle attività internazionali è solo un aspetto regionale europeo e della debolezza delle sue banche. Come dice la BIS “ senza dubbio, il reddito nazionale, aumenta con il commercio estero”. E’ evidente che il lavoro che produce più valore aggiunto e non quello generico, sarà il principale beneficiario dei mutamenti di prezzo nei sistemi economici.E comunque le produzioni a più basso valore realizzate nei Paesi meno sviluppati, contribuiranno a fare diminuire i prezzi nei sistemi industriali più avanzati. Molti accusano la globalizzazione di essere responsabile della caduta del reddito. Ma il vero imputato non è la globalizzazione, è la tecnologia. Questa cambia radicalmente le prospettive di sviluppo e la nostra vita quotidiana. Dopo tutto anche i lavoratori a più alto valore aggiunto, raggiungono questo risultato grazie ad un uso più intenso e continuo della tecnologia. In definitiva “ la crescita della globalizzazione ha portato negli ultimi 50 anni molti benefici all’economia mondiale (..) con un declino importante della povertà e della diseguaglianza. Non solo per il commercio.

L’apertura finanziaria, accuratamente controllata, può aumentare gli standard di vita attraverso un miglioramento dell’allocazione del capitale e dei trasferimenti di know how”. Certamente i guadagni della globalizzazione non sono stati tutti ben distribuiti a livello nazionale e senza un suo controllo questo può produrre instabilità finanziaria così come succede con liberalizzazioni concepite male. Quindi, “ i tentativi di frenare la globalizzazione sono un errore a questa sfida. (..) la globalizzazione deve essere propriamente governata e gestita (..) con lavori flessibili, apertura ai prodotti, e politiche che migliorino la adattabilità come la formazione”. Se vogliamo progredire dobbiamo essere aperti al cambiamento e quindi alla flessibilità . Questo è tutto.

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