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La giustizia si riforma «solo» con l’armonia draghiana

Per addivenire ad un punto d’incontro sono stati frequenti nei giorni scorsi i contatti telefonici tra il premier Draghi e il capo politico pentastellato Giuseppe Conte, che sulla Giustizia testa la sua capacità di affermare una leadership operativa

Mario Draghi

Le grandi manovre che si stanno svolgendo in queste ore intorno alla riforma Cartabia della Giustizia non freneranno il processo di modernizzazione in corso, che terrà insieme la necessità di temperare precedenti accelerazioni giustizialiste e quella di dare maggiori certezze al mondo produttivo e imprenditoriale in vista dell’arrivo delle ingenti risorse europee del Pnrr.

La riforma, che ha come cardini fondanti visioni differenti rispetto a quelle del precedente Guardasigilli Alfonso Bonafede, ha riscontrato finora una forte ostilità da parte del M5S, che nei giorni scorsi ha anche minacciato possibili dimissioni dei suoi ministri (su tutti Fabiana Dadone). I grillini chiedono che dal nuovo impianto disegnato dalla Cartabia venga espunto nell’ambito delle norme sulla prescrizione il capitolo dei reati di mafia, nonché si contesta l’incongruità del calcolo sui processi d’appello.

Una mediazione, fino a ieri sera, è andata avanti su una «limatura» che garantisse un punto fermo: nessuna improcedibilità nei giudizi su mafia e terrorismo (per questi reati i 5Stelle auspicano che non valgano i limiti previsti di due anni per l'Appello e uno per la Cassazione).
Per addivenire ad un punto d’incontro sono stati frequenti nei giorni scorsi i contatti telefonici tra il premier Draghi e il capo politico pentastellato Giuseppe Conte, che sulla Giustizia testa la sua capacità di affermare una leadership operativa.

E se la base grillina, insieme a molti parlamentari, è in subbuglio e definisce la riforma Cartabia una «schiforma», gli italiani di buon senso auspicano che lo Stato non abbassi la guardia nei confronti dei mafiosi, ma soprattutto adotti soluzioni per rendere al passo con il trend di efficienza europea l’amministrazione della giustizia: è questo l’obiettivo richiesto dai cittadini, ovvero un superamento dei vulnus strutturali del processo civile e penale, per accelerare e semplificare.
La querelle politica tra governo - con in prima linea il premier - e il partito di maggioranza relativa in parlamento configura ancora una volta il classico scontro tra le ragioni identitarie di un movimento politico (i 5S) e la spinta al realismo che è il vero filo rosso dell’esecutivo dell’ex presidente della Bce. La riforma non è in discussione e ieri un incontro tra Draghi e la Cartabia ha delineato una apertura (a cui guardano con attenzione i grillini governisti) proprio sull'esclusione dal meccanismo dell'improcedibilità dei processi per mafia e terrorismo, mentre il centrodestra (con Lega, Fdi e Fi) ha cercato con un blitz di inserire emendamenti per delimitare l’abuso d’ufficio (una richiesta che trova il sostegno del mondo amplissimo degli amministratori locali).

La riforma, alla fine, passerà nonostante le riserve dei giustizialisti e degli ultragarantisti - non si può escludere nemmeno il ricorso alla fiducia - e sarà un passo in avanti dell’Italia che non amplierà certo gli spazi di impunità per i criminali (rischio paventato dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio). E di sicuro non cadrà il governo. Le minacce di «scendere dalla nave» di Palazzo Chigi, lanciate dai grillini, evaporeranno di fronte alle piccole ma ben concertate concessioni di Draghi e della Cartabia. L’ex premier Conte salverà la faccia con qualche cavillo-emendamento (Renzi dixit) e Draghi consoliderà ancora di più il suo carisma governista di fronte ad un Paese che lo sostiene proprio perché è l’icona dell’armonia costruttiva rispetto alle rivendicazioni partitiche.

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