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Le vergognose violenze perpetrate all’interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere (e, a quanto pare, non solo) ripropongono drammaticamente il tema delle condizioni in cui versano i detenuti

carcere

Le vergognose violenze perpetrate all’interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere (e, a quanto pare, non solo) ripropongono drammaticamente il tema delle condizioni in cui versano i detenuti – condannati con pena definitiva o in attesa di giudizio – negli istituti penitenziari. Condizioni rispetto alle quali troppo spesso, al di là di roboanti dichiarazioni, si preferisce chiudere gli occhi da parte delle istituzioni piuttosto che attivarsi per mettere in atto pur possibili rimedi a situazioni a tratti indecorose, a ristabilire un minimo di vivibilità nell’ambiente carcerario.

Eppure, chiari e ben scanditi principi emergono dalla Costituzione. «Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato», recita l’art. 27 comma 3 Cost., mentre di fatto la sanzione penale detentiva ha un contenuto essenzialmente afflittivo. Si tratta di una di quelle norme della Carta fondamentale nelle quali lo scollamento tra quanto scritto e la sua attuazione è enorme. Ancor prima, si afferma nello stesso comma che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità». Principio ribadito nelle Convenzioni internazionali, indefettibile in una società civile e invece violato dai fatti prima ricordati. Principio che, al di là delle norme, dovrebbe ispirare ciascuno nel suo operare quotidiano. Quasi un imperativo morale.

E invece alla pena legittimamente irrogata dallo Stato si aggiunge un’altra pena, un’afflizione a sua volta penalmente illecita.
Ancora. L’art. 13 comma 4 Cost. dispone che «è punita ogni violenza fisica o morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà». È la norma chiave rispetto ai comportamenti balzati agli onori della cronaca – una norma forse da taluni dimenticata e che marca un significativo ribaltamento della visione autoritaria dei rapporti tra Stato e persona – che pone al di fuori del recinto della Costituzione e nel terreno del sanzionato penalmente i vergognosi ed esecrabili atti che sarebbero stati compiuti negli istituti penitenziari.

Ma occorre andare oltre le responsabilità individuali e guardare alle evidenti inadeguatezze e alle gravi insufficienze del pianeta carcere. Un’istituzione totale, lo definiva Michel Foucault, affermatasi nel corso dei secoli fino a diventare la forma prevalente di esecuzione della pena. Una realtà autosufficiente e chiusa al mondo esterno dove, evidentemente, la violazione delle regole della convivenza sociale è tendenzialmente più facile.

E se il mondo si evolve, in questo caso tuttavia davvero sembra essere passato solo un attimo dagli anni in cui – quasi mezzo secolo fa – il filosofo francese elaborava tale teoria. Le violenze che stanno emergendo in questi giorni appaiono tanti tasselli di un unicum che simboleggia l’immagine più deteriore del carcere. Ben poco sembra essere cambiato, tanto da indurre scetticismo se non rassegnazione. Ma non bisogna arrendersi. A prevalere, viceversa, dev’essere l’intento di umanizzare l’istituzione carceraria, di superare quella concezione di luogo di sorveglianza assoluto sintetizzabile nella nota immagine del Panopticon (1791) che si deve a Jeremy Bentham, un luogo progettato per essere il carcere ideale in cui nessuno è in grado di capire se si è controllati o meno da un unico sorvegliante.

Una struttura penitenziaria del terzo millennio deve avere caratteri di civiltà rapportati ad una società fortemente evoluta, deve garantire umanità – almeno in uno stato democratico – e attuare il succitato principio costituzionale di reinserimento sociale del condannato. Tutto ciò non attenua il vigore della pena irrogata, anzi aggiunge alla sua componente retributiva (chi viola la legge paga un prezzo alla società) la realizzazione di un ulteriore intento, quello di produrre un risultato positivo sull’esistenza di una persona altrimenti destinata a vivere ai margini della società.

Di umanità della pena parlava Aldo Moro, che pure era un moderato in materia di diritto penale, coniugandola a una visione polifunzionale della stessa nella quale rientrava anche «il recupero sociale del soggetto». E in un appello del dicembre 2020, quando la questione carceri non era ancora esplosa nei termini attuali, un gruppo di autorevoli giuristi metteva in guardia sui pericoli derivanti dalla situazione in cui versa il sistema penitenziario italiano quanto a rispetto dei diritti fondamentali. Perché, non lo si dimentichi, nel nostro ordinamento un condannato rimane una persona e non viene privato dei propri diritti.
Dunque, non un obiettivo impossibile. Basta volerlo, magari approfittando della gravità del momento. Uscendo finalmente da un assordante silenzio.

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