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Una Lega corsara quel tanto che basta; i referendum sulla giustizia; la federazione dei partiti di governo del centrodestra. Il faccia a faccia di ieri pomeriggio tra il premier e Matteo Salvini, è servito anche a dare rassicurazioni all’inquilino di Palazzo Chigi sui tre nuovi fronti aperti dal capo del Carroccio e portati in dote al presidente del Consiglio. E poco conta, per ora almeno, che la proposta di Matteo, accolta prima con entusiasmo e poi con prudenza dal Cavaliere, abbia fatto tremare il sismografo azzurro più di un terremoto devastante. Poi, è quasi ovvio, sul piatto dell’incontro c’erano la proroga del blocco dei licenziamenti, il Pnrr, il decreto Sostegni bis, il fisco. Temi centrali eppure periferici nei nuovi equilibri che si stanno disegnando.
«Agli altri leader di centrodestra ho detto: continuiamo a rimanere divisi o vale la pena mettere insieme in Italia e in Europa, idee e proposte di legge? Non vale la pena avere una sola posizione comune su fisco, burocrazia, giustizia? Sarebbe utile anche a Draghi e al Paese avere una voce sola, mantenendo ciascuno la sua identità.

«Uniti si vince» si sgola Salvini da quando questa idea ha preso a balenargli per la testa probabilmente su suggerimento dei suoi fedelissimi più moderati.
Naturalmente sono state lasciate le porte aperte a Giorgia Meloni, «che è una amica». Ma l’amica per il momento ha declinato, specificando sì che «la federazione è un'operazione intelligente», però mettendo un secondo dopo paletti grandi come una sequoia: «Non posso partecipare se questo è un tentativo di rafforzarsi al governo» dal momento che «io faccio un altro lavoro». E sull'ipotesi che si arrivi a una fusione fra Lega e Fi, Meloni ha chiuso: «È una scelta loro».

Di fatto il confronto a distanza, tra gli «amici» sembra senza fine. Una tensione sottile ma infinita che sta minando la scelta dei candidati alle amministrative d’autunno nelle grandi città. In gioco, sondaggi sempre a portata di mano, c’è soprattutto la leadership che alle prossime elezioni politiche con ogni probabilità aprirà le porte di Palazzo Chigi al centrodestra.
Salvini era nella palude ma sembra aver imparato l’arte del non ficcarsi continuamente nei guai, si è ammorbidito, guarda a confini più ampi e pur se non rinuncia alle battaglie che parlano alla pancia del Paese, getta ponti a Bruxelles.
E anche sui sei referendum sulla giustizia promossi con il Partito Radicale, ha ribadito che affrontano temi estranei alla riforma Cartabia sull'ordinamento giudiziario e che quindi non la frenano. Tuttavia, toccando due temi divisivi come la separazione delle carriere e la responsabilità civile dei magistrati, rischia oggettivamente di creare tensioni nel governo. Di qui l’ulteriore precisazione: «Se il Parlamento riuscirà a fare quello che non ha fatto per 30 anni noi saremo contenti. Se invece il Parlamento continuerà a parlare e non farà nulla, sicuramente in primavera gli italiani decideranno». Una tesi rafforzata dallo stratega Giancarlo Giorgetti che ha definito «un tassello fondamentale della nuova Italia» la riforma a cui sta lavorando la Guardasigilli, facendosi garante, quale ministro dello Sviluppo economico, della serietà dell’impegno della Lega.
Sta di fatto che Draghi al momento non può che osservare le grandi manovre in atto a destra (e in maniera più confusa a sinistra), con le turbolenze dentro Forza Italia e i primi screzi con Coraggio Italia che si è invece tirata fuori.

Sono passati quattordici anni da quel 18 novembre 2007, quando Silvio Berlusconi nel corso di una manifestazione a Milano in Piazza San Babila, annunciò dal predellino dell’auto la federazione dei partiti che in seguito diedero vita al progetto unitario del Pdl. Oggi il Cav è stanco, minato nella salute e alle prese con un’emorragia azzurra verso lidi più rassicuranti. E sul predellino ci sale allora Salvini per un percorso a ritroso.
Antonio Tajani ha ribadito che non ci sarà alcuna «annessione» e che il simbolo di FI rimarrà. Altri esponenti parlano di «coordinamento» ma non di «fusione a freddo tra gruppi parlamentari». Nettamente contrari altri deputati e anche big come Carfagna e Gelmini. Il timore è che Berlusconi abbia passato il testimone a Salvini, suo erede politico e per di più forte della consacrazione elettorale mancata ai vari Fini o Alfano. Invita a guardare in prospettiva anche Giorgetti per il quale una operazione che si limiti «a un cartello elettorale avrebbe poco senso» dovendo semmai ragionare in tempi più lunghi circa un unico soggetto saldamente ancorato all’Europa.
Nel frattempo la coalizione è alle prese con molti nodi irrisolti anche per il continuo duello tra Salvini e la Meloni. Amici? Quando la settimana scorsa Giorgia ha incontrato Draghi per parlare di economia e riaperture, Matteo ha fatto spallucce: «Il premier io l’ho già visto ieri».

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