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La riscoperta del vicinato
per superare la pandemia

La riscoperta del vicinato per superare la pandemia

Mentre prendo a scrivere per domani, sono solo in casa. Ieri, sin dal primo, affannoso pomeriggio, Roma è stata interessata a un esodo imponente, mostruoso, di cittadini a bordo di automobili. Sto recandomi al lavoro e il tassista, osserva nello specchietto i miei sguardi interroganti e spiega: «Stanno ad annà tutti fori, ora che diventamo gialli». E ha aggiunto: «Nelle seconde case». Poi, dopo una perfetta pausa teatrale: «C’è chi non ci ha manco la prima, de casa». Poi attacca un monologo sulle norme per fronteggiare la pandemia, compreso il suggerimento di risolvere la diatriba sull’orario di inizio del coprifuoco che vede la politica litigare sull’ora della chiusura serale: le 22 o le 23. Dice: le 22.30. «Pé tené contenti tutti». E io mi spiego il genio politico del romano Andreotti.
Anche nel palazzo dove abito, un condominio di sedici appartamenti, siamo rimasti in pochissimi.Rifletto sul fatto che, a parte la solitudine domestica cui sono abituato, visto che vivo da solo, nessun altro, eccezion fatta per la veneranda professoressa in pensione e per la portiera, è, oggi, presente di tutto il consesso dei casigliani, come direbbe Totò. Quasi tutti hanno la seconda casa e tutti questi che ce l’hanno tentano di convivere con i divieti metropolitani.
Mi allarma il silenzio in cui sonnecchia il caseggiato? Mi preoccupa sapere di non avere a portata di voce o di squillo di campanello, alcuno cui rivolgermi alla necessità o con cui occuparmi del bisogno suo? No, nient’affatto, ci sono abituato. Vivo da trent’anni nel palazzo e non ho stabilito che con pochissimi, relazioni somiglianti, non dico a un’amicizia, ma almeno a una piacevolezza di frequentazione. Anzi, il termine appropriato è «buon vicinato». I vecchi dicevano «meglio un buon vicinato che un cattivo parentato». «Il rapporto di vicinato è antico quanto l’uomo. Una sorta di solidarietà sociale informale, uno scambio continuo, una forma di collaborazione che travalicava i legami affettivi», spiega la sociologia. Superato dai rapporti via Internet e dalla chiusura verso l’interno dell’individuo. Superato senza risolvere il dramma della solitudine, nella variante terribile di solitudine cittadina.
A ben guardare, il vicinato è una forma di sopravvivenza sempre più latente. Di qui la necessità di riproporlo, nel tempo buio del pericolo che minaccia non solo il caseggiato o il quartiere, il paese o la città, ma nazioni e popoli del pianeta e, in qualche maniera, rievocarlo. Anche alla luce della solidarietà umana e non solo nazionale o continentale.
Il «balcone che canta» che segnalò simbolicamente la resistenza all’esordio della maledetta pandemia fu oscurato dal primeggiare di quella paura che oscura i cuori quando ottenebra la ragione. Non dimentichiamo la solidarietà umana intesa come ragione collettiva del cuore e della mente, oggi che è il 25 aprile, giorno segnato sul calendario come giorno della «Liberazione». Da tutte le tirannidi.
Impediamo che scompaia il «vicinato» di antica tradizione o, perlomeno, motiviamolo perché prosegua nella sua trasformazione sociale. Il vicinato va dilatato al quartiere planetario, una Babele di lingue amiche, di canti in un immane coro di 8 miliardi di voci. Sarà un progetto da studiare se si riesce a salvare un residuo di umanità anche nelle città verticali, in queste metropoli impalate dove i vicini ci stanno sopra o sotto oltre che «dirimpetto» come si dice da noi.
A Bitonto, in una casa antica dove abitavamo mio nonno e, sovente, anche noi, figli e nipoti, in tre piani vetusti, s’aveva una coinquilina, affittuaria, che si chiamava Maria e abitava nei «sottani» a piano terra. Costei era la mater familias di una nutrita e pigolante schiera di figlioli. Il marito faceva il pastore e tornava di rado dall’ovile rustico a quello cittadino, per cui Maria era la capofamiglia indiscussa. La mia compagine di zie trovava sempre in questa donna sorridente e faccendiera un appoggio, un consiglio, un aiuto, la cenere per il bucato, una tazza di sale, una «carta di pepe». Era la vicina per eccellenza, la cara presenza fidata, Maria.
Negli anni dell’infanzia fui convinto che il suo cognome fosse «d’abbasso». E già, perché la buona vicina era designata con la collocazione topografica e non con il suo cognome: «Maria D’abbasso». Forse anche lei ricambiava l’uso e chiamava le mie zie «Le signorine di sopra». Non l’ho mai saputo. Di fatto, nelle perticone di cemento in cui abitiamo oggi i «d’abbasso» e i «di sopra» non esistono più e il vicinato riesce a malapena a coagularsi nelle riunioni di condominio che, per indole funzionale, hanno il compito di regolare la vita pratica della comunità degli abitatori e il vicino diventa condomino.
E i condomini non si amano, a malapena, si rispettano. Troppe questioni li dividono, troppi panni stesi che gocciolano li rendono ostili, troppi cani tediano le sieste, troppe auto sono parcheggiate sulla «striscia mia», troppo si paga per l’ascensore pur abitando al secondo piano rispetto «a quei signori del settimo che vanno sempre su e giù», troppo rumore fa la signorina che abita sopra coi tacchi a spillo, quando rientra a tarda ora e sveglia «tutto il palazzo» col ticchettio e, soprattutto, sveglia  «noi che dobbiamo andare a lavorare la mattina dopo». In quest’ultima frase serpeggia un po’ d’invidia mista a malizia. Quei tacchi a spillo, quella signorina che fa le ore piccole… «Non mi faccia parlare, signora mia».
Vorrei avere un vicino anch’io, penso. Come metafora dell’umanità. E, invece, ho solo «altri» che, oggi, spesso, s’infischiano della pandemia e delle norme per frenarla. E, per vicino, intendo una mescolanza di amicizia, solidarietà, complicità, vissuto comune, un vicino che sia un po’ «signora dirimpetto» e un po’ esperto in idraulica per hobby, che sappia cucinare e abbia sempre un po’ di basilico in più, un vicino o vicina che sappia fare le punture e che ami cantare in coro. Anche se è stonato faremo finta tutti, io e gli altri vicini, in tutto il mondo, di non accorgercene, se decidiamo di fare una festa. Planetaria. Perché, allora, la pandemia sarà sconfitta.

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