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Non basta più cambiare colori, ora serve cambiare vita

Il più forte segnale di speranza è rappresentato dal viaggio del Papa in Iraq

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foto Ansa

Questo tempo dominato dal Covid ci mette sempre più di fronte alle nostre contraddizioni. Da oggi cambiano i colori di molte regioni e cambiano tutti in peggio.

L’Italia prova così a contrastare una terza ondata di contagi. Non sarà come la scorsa primavera – dicono gli esperti – perché ora sappiamo di avere i vaccini. Giusto, «sappiamo di avere», nel senso che sono scientificamente pronti, ma non ne possiamo disporre perché non ci sono o, quantomeno, non ci sono per tutti. Il presidente del Consiglio Draghi ha rotto gli indugi e per primo ha applicato la nuova linea Ue di bloccare le esportazioni di vaccini delle case farmaceutiche che non rispettano gli accordi.

Domanda: e bisognava aspettare Draghi? La Ue avrebbe dovuto decidere una misura del genere il giorno dopo che sono cominciati i ritardi e i tagli alle consegne. La Merkel e Macron che fanno sempre i duri e puri hanno lasciato al nostro premier l’imbarazzo di essere il primo. Tanto l’Italia non gode di buona fama, una secchiata di disprezzo in più non cambia la situazione.

Ma in questo tempo che ci proietta verso un’altra Pasqua da barricati in casa, ci sono anche segnali di speranza.

Il più forte è rappresentato dal viaggio del Papa in Iraq. Per la prima volta nella storia un pontefice visita la terra di Abramo. Anche lì imperversa il Covid e per ora di vaccini non se ne parla, mentre tutta la delegazione – giornalisti compresi – sono stati immunizzati. Vedremo se basterà per evitare il virus. Di certo la vaccinazione non può nulla contro i bazooka e le bombe dei terroristi che negli ultimi giorni hanno ripreso i loro folli attacchi. L’Iraq è un Paese tormentato da decenni, divenuto il risiko delle grandi potenze che giocano con le loro ambizioni. Di mezzo ci va la povera gente e la comunità cristiana in particolare, che deve subire angherie anche per la sua fede.
L’altro segnale di speranza, su ben altro piano, è rappresentato dal festival di Sanremo. Almeno così è stato detto. A ben vedere più che la voglia di ricominciare è apparsa la voglia di portare comunque in porto il business. E gli italiani lo hanno capito facendo scendere gli ascolti sin dal primo giorno.

Certo, ci sono altre concause come il progressivo accesso alla tv on demand o gli orari proibitivi per la gente che lavora. Però se proprio si voleva dare un segnale di speranza, senza scadere nell’oltraggio a centomila morti, si poteva fare un festival più sobrio in tre giorni e davvero in prima serata, non con inizio alle 21,45 e chiusura ben dopo l’1. Gli italiani avrebbero capito, apprezzato e premiato in termini di audience. Invece si è preferito il maxi spettacolo come se il Covid non esistesse. Gli stessi conduttori davanti alle poltroncine vuote dell’Ariston riempite con patetici palloncini hanno dovuto ammettere che era stata «una ca…ata», almeno la trovata dei palloncini.

È proprio questa irrazionalità schizofrenica che caratterizza sempre più la vita italiana. Come giudicare altrimenti il pressing per riaprire tutto e gli ospedali che invece tornano in affanno per i troppi ricoverati? L’anno scorso è passato il messaggio sbagliato che il Covid era vinto e ora ne paghiamo le conseguenze. A tutti i livelli, compreso quello politico, visto che dopo lo sfaldamento del Movimento 5Stelle, causa l’arroccamento nella difesa di Conte, ora anche il Pd appare esposto a tutti i venti e le dimissioni di Zingaretti – anche lui strenuo sostenitore di Conte – non si capisce a quale conclusione approderanno. Certo, entrambi i partiti sono stati vittime del logorio interno, di certi leader incolori se non incapaci, delle brame di potere e di denaro. Non c’è dubbio, ma tutte queste situazioni per esplodere avevano bisogno di un innesco e il Covid è stato il detonatore perfetto.

Con il governo Draghi si pensava di aver risolto in qualche modo il problema. In realtà si è solo messo un elegante rattoppo per gestire la situazione prima che diventasse una catastrofe. Ma il vestito nel suo insieme, oltre a essere logoro, appare ogni giorno più inadatto ad affrontare l’era d.C. (dopo Covid). Il terreno di scontro e di confronto per tutti i partiti continua a essere quello del consenso, cioè del potere. La pandemia invece sta insegnando che per uscire dalla tempesta l’unica strada possibile è quella della solidarietà e del servizio. Parole antiche, ma dimenticate dai nostri politici, attratti sempre più dalle sirene della comunicazione.

Occorre tornare al linguaggio dei fatti e delle azioni, come sta dimostrando Draghi che riesce a governare – guarda un po’ – senza conferenze stampa, né social né ufficio stampa. Perché la comunicazione per chi ricopre responsabilità è sì fonte di consensi ma è anche distrazione continua dal lavoro e dagli obiettivi. Sarebbe interessante se uno dei tanti istituti di ricerca italiani calcolasse quanto tempo l’uso di strumenti come Whatsapp sottrae in primo luogo al lavoro e poi alla vita di ciascuno.

Adesso ci rituffiamo nell’Italia dei colori con la prospettiva di finire tutti in un nuovo rigido lockdown, con le solite polemiche e le solite contraddizioni. Immaginare e costruire la nuova vita che il virus impone resta un obiettivo ancora ignorato. Peccato.

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