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La strafottenza, la superbia di Ibrahimovic e il Lukaku furioso. Il derby di Milano passerà alla storia non certo per la magnifica punizione incastrata sotto l'incrocio dall'oggetto misterioso Eriksen. Quanto per la vergognosa rissa fra il gigante svedese e il gigante belga. La «Scala» del calcio che per alcuni interminabili minuti si trasforma in una sorta di ring a cielo aperto, con parole, opere e omissioni deflagrate anche grazie all'effetto Covid, cioé allo stadio vuoto e alle voci che nitide rimbalzano fra campo e microfoni prima di atterrare nelle case dei tifosi. In prima serata e con tanti ragazzini seduti in prima fila perché il derby di Milano è comunque una partita vera anche in Coppa Italia. Una figuraccia senza limiti e tale sarebbe rimasta pure con l'effetto pubblico. Penosi. Pietosi. Posseduti del pallone, sregolatezza più che genio. Portatori sani di un messaggio distorto e distopico sul calcio. Che mette al primo posto il rispetto per avversari, compagni di squadra e per se stessi.
No, in campo non può valere tutto perché poi, dopo il novantesimo comincia una nuova vita. Il campo non può diventare un luogo dove tutto è consentito, una sorta di «porto franco», una terra «free tax» dove anche l'educazione, il rispetto, i principi fondamentali della vita vengono messi in disparte.

Il campo deve essere l'esatto contrario. Perché il calcio è uno fra i più potenti mezzi di comunicazione esistenti, spontaneamente «calamitoso» per la facilità di guardarlo. Chi non ha una squadra del cuore? Chi non ha il suo «Personal Jesus», per dirla con i Depeche Mode? Se i giocatori chiedono giustamente rispetto al pubblico, rispetto devono restituire. Soprattutto chi è un campione, chi è un simbolo. Il loro spessore tecnico, il loro valore, è inequivocabile. La loro forza, il loro carisma. Lo svedese, in particolare, in una sorta di top ten comparirebbe di diritto. Ecco perché la sceneggiata si amplifica.
La carriera di Ibrahimovic è piena di li liti, gomitate e squalifiche. Carattere focoso, uomo senza peli sulla lingua, uomo degli eccessi. Con i suoi numeri e i suoi gol, con le sue discussioni e le sue occhiatacce provocatorie sostenute da un fisico da granatiere. Quella di Lukaku è una storia più serena, di un ragazzo che ha dovuto fare i conti con i colore della sue pelle. Come nel campionato scorso a Cagliari. Uno che ha combattuto contro i pregiudizi e che supererà anche questa storiaccia. Che, però, lo vede protagonista in negativo per una reazione indegna.
Comunque sia, la sensazione è qiuella di un calcio per sclerati. In un campionato segnato da tamponi e dintorni, è meglio non farsi mancare nulla. Perché nell'album dei ricordi va anche inserito il tentativo di pugno di Papu Gomez a Gasperini. Meglio le «cassanate» del passato. Avevano qualcosa di più genuino e autentico.

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