Martedì 19 Gennaio 2021 | 23:37

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Fattore scuola e rischio di ignoranza di gregge

Il governo rompa gli indugi e faccia chiarezza sulla scuola

vaccino

Già prima della pandemia, la questione istruzione in Italia costituiva una grave emergenza nazionale. Basti pensare alle posizioni di bassa classifica occupate dalle scuole italiane nelle classifiche internazionali; alla crisi di apprendimento degli studenti italiani svelata dai test Invalsi; al modesto indice di lettura di libri e giornali presso la maggioranza della popolazione. E potremmo continuare.

Figuriamoci quale sarà la fotografia dell’istruzione italiana nei prossimi anni, all’indomani della devastazione prodotta dal flagello partito dalla Cina. Sarà uno spaccato da brividi, visto che la competizione globale richiederà professionalità sempre più adeguate, mentre il Belpaese avrà accumulato altri deficit nel sapere e nella vicenda culturale in genere.
L’Italia non cresce da decenni. Sta ferma non solo perché la classe politica è quella che è, la burocrazia frena le iniziative, la spesa pubblica genera aspettative assistenzialistiche di dubbia necessità e trasparenza. L’Italia non cresce, anche o soprattutto, perché non legge e non studia. E se un Paese non legge e non studia, o legge poco e studia poco, non può ambire ad alcun balzo in avanti, dal momento che il sapere e il produrre sono quasi sinonimi in economia. Né può consolarci il fatto che il Belpaese rimane una palestra di fuoriclasse in molte branche.

Troppo pochi, però, risultano gli eccellenti perché si possa determinare un effetto traino in grado di trascinare l’intera comunità nazionale verso la vetta dell’hit parade globale. E fino a quando il sapere resterà un’esclusiva di pochi volenterosi e responsabili, non ci sarà governo che tenga. Nemmeno un club formato dai migliori statisti della storia riuscirebbe a raddrizzare il legno storto made in Italy, che, nella Penisola, si rivela più sorto che altrove.
Eppure, nonostante le prestazioni poco straordinarie della scuola italiana nel campionato mondiale dell’istruzione, la questione dell’apprendimento giovanile viene affrontata con una leggerezza che grida vendetta al cielo. Nessuno, o quasi, sembra rendersi conto che lo Stivale si sta giocando il futuro in questi mesi. Un futuro che rischia di fare più danni di una guerra militare persa, dal momento che a rimetterci sarebbero tutte le fasce sociali e anagrafiche. Un Paese ancora più ignorante è destinato a impoverirsi ulteriormente e a diventare strutturalmente disuguale. Un Paese ancora più povero non potrà consentirsi di sopportare il carico previdenziale per gli anziani, che si candideranno a diventare sempre più numerosi e indigenti. Insomma, un Paese illetterato è un Paese destinato a non avere scampo. Hai voglia a discutere di liberismo e keynesismo, di ricette economiche più o meno prodigiose per strappare una nazione dal torpore in cui è precipitata. Senza il sapere, senza il propellente primario per la crescita, non vi è speranza.

Non è un caso che tutte le altre nazioni europee non si siano fatte sedurre dalla tentazione di chiudere le scuole e di optare per la didattica a distanza erga omnes. Non si sono lasciate sedurre da questa facile tecnosoluzione nonostante dispongano di una rete digitale di sicuro più efficiente ed capillare di quella italiana. Segno che tuttora, all’estero, giudicano le lezioni in presenza assai più efficaci e penentranti degli insegnamenti in video.
In Italia si ragiona diversamente. In Italia si considera la scuola come fabbrica di consenso politico-elettorale. Mai deludere quelle famiglie permissive che, per i loro figli, aspirano più al diploma che alla preparazione. Mai ostacolare la banalizzazione dello studio, utilizzando in modo capzioso il giusto principio dell’inclusività, che viene sbandierato anche laddove è fuori posto.

La ribellione giovanile sfociata nel Sessantotto partiva da basi fondate: svecchiare la scuola, debaronizzare alcune cattedre, adeguare l’insegnamento a un mondo in vorticosa evoluzione. Poi, però, una contestazione originata da esigenze condivise è degenerata, sull’onda dell’estremismo ideologico, fino al punto da assestare un duro colpo alla qualità degli studi e alla professionalità dei futuri laureati e diplomati. Tanto da far calare sull’istruzione elargita in quel periodo e in quello successivo un giudizio (a volte frettoloso) assai poco commendevole e gratificante.
La trama potrebbe riproporsi, già nell’immediato avvenire, a proposito dell’istruzione nella stagione Covid post-Covid, che rischia di essere bollata, segnata, da un deficit di rendimento (scolastico) e da un successivo surplus di riprovazione (sociale).

Cosicché alla bistrattata scuola del post-Sessantotto potrebbe aggiungersi la bistrattata scuola del post-Covid, quella dell’ignoranza di gregge. Così, tanto per non farci mancare nulla nella sfida mondiale per la crescita collettiva e l’affermazione individuale.

Finale. Il governo rompa gli indugi e faccia chiarezza sulla scuola. Una volta per tutte. Nessun Recovery Plan equivale a un piano di studio serio e profondo. Forse col tempo la tecnologia farà in modo che la produttività-redditività della scuola a distanza raggiungerà gli standard della scuola in presenza. Per ora, non è così. Ergo, tutti a scuola. Per non compromettere il domani di tutti.

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