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La pandemia come metafora delle fake news globali

La mancanza di regole condivise e di autorità vigilanti stanno trasformando un’opportunità epocale, quella della informazione pulviscolare e diffusa in una violenza potenzialmente devastante

fake news

Sono, siamo, ossessionati, dal flusso continuo dei media e dei social con la loro spasmodica ossessività e la caotica presunzione di onniscienza, già in tempi, diciamo «normali». La pandemia ha attivato uno scalpore planetario che nuoce alla nostra tempra vacillante di fruitori, prima ancora che alla verità. Dal coacervo di brusii, messaggerie lancinanti, anonimati velenosi e pettegolezzi planetari non si ricava una sola regola scientifica, figuriamoci, poi, quanto sarà grave il danno alla verità.

E è un peccato: la mancanza di regole condivise, di autorità vigilanti, di un vero e proprio galateo etico e culturale stanno trasformando un’opportunità epocale, quella della informazione pulviscolare e diffusa a ogni singolo abitante del pianeta, in una violenza sordida e potenzialmente devastante. Le democrazie sono consapevoli che il rischio è grande?

I «si dice» connessi con «Ho letto da qualche parte» e con il brulicare di chiacchiere che sostituiscono l’informazione legittima e severamente razionale e scientifica attiva un immane pettegolezzo che sostituisce la sobria documentazione culturale e la maestà del metodo galileiano.
Perché, se, prima, la scrittura si è si è solo lasciata affiancare dai nuovi media e la lettura si fa assecondare da essi e, di invenzione in invenzione, si è giunti alla fondazione di un villaggio globale, oggi si rischia la pirateria sistematica e anonima: i nuovo corsari che scorrono i mari della comunicazione non hanno bandiere, sono dediti solo all’egoismo sistematico, al lucro economico e all’ansia di autoaffermazione di una miriade di ego spasmodici e volgari.

La teoria delle transizioni recita che nel mondo della comunicazione nulla sostituisce del tutto il mezzo preesistente, ma tutto si integra e matura, linguaggi, forme, tecniche, arti, rigenerando il comunicare.

Dal 1450, quando Gutenberg, sminuzzò la vecchia e tarlata pratica xilografica in quei mirabili caratteri mobili, invadendo il mondo intero, dei prodotti della stampa, la tentazione di far circolare i libri, a quel punto, strumento pratico ed economico che si rivelò ideale per la circolazione della cultura più che fosse possibile, divenne irresistibile.

I fondamenti dei saperi, dunque, a partire dalla Bibbia, trovarono la strada per raggiungere tutti i possibili e alfabetizzati acquirenti. Non solo i tedeschi ansiosi di scrutinare le scritture a piacer loro, liberi dalle ingiunzioni papaline, ma tutti i popoli evoluti e civili presentirono che il futuro castello avrebbe dovuto annoverare lo spazio della biblioteca. Anche per ospitare opere che predicavano la demolizione del potere del castellano. Ma non solo il palazzo, anche la casa, le abitazioni dei borghesi affluenti dal contado, gli abituri, addirittura, avrebbero ospitato libri.

Presto, l’Europa non solo vide una fioritura di opere stampate che trattarono di saperi condivisi, di saperi da fondare in una confusa, però affascinante fecondità, ma, anche, il repentino e, talora, furioso accendersi di dibattiti e di scontri di idee animati dal subitaneo diffondersi di quei saperi. I pensatori, per così dire, militanti e i professionisti del campo, videro ingrossare le loro file, molti, certo, pronti a subire le debite ingiunzioni del trono o, più spesso, quelle indebite del soglio, ma molti anche spinti dalla voglia, dal piacere, direi di condividere e scambiare idee.

A questi si aggiunsero i lettori, nuova categoria di uomini e, finalmente, di donne che fiorisce come segnale precoce, ma resistente della modernità. E della civiltà. Si può azzardare che la tecnologia che aveva prodotto uno scarto e un balzo in avanti con l’invenzione della stampa, riuscirà a sedare resistibili ascese delle caste chiuse di scribi e sapienti e ad imprimere una forza vitale a scrittori e lettori e donne e uomini. Se questi sono riusciti più facilmente ad assecondare desiderio di apprendere e curiosità intellettuali, i primi si sono sentiti incoraggiati a produrre e comunicare il frutto della produzione.

La scuola di Platone dispone i suoi confini in modo da farli collimare con quelli aperti della città dell’uomo e il peripato aristotelico si spinge a largheggiare nella geografia di quello che si comincia a sospettare essere un pianeta che gira intorno al Sole. Salutare fatica sublime degli uomini di conoscersi a fondo, misurandosi nei saperi. E nel metterli in comune, cioè, come vuole la buona etimologia della parola «comunicazione». E autori e lettori, i primi esonerandosi dall’appartenenza castale, riusciranno a conoscere meglio i secondi, i lettori. Questi diventeranno i nuovi committenti, un popolo che aumenterà e si incrementerà velocemente.

Il fenomeno della propagazione del sapere si verificò con una accelerazione vistosa generata dal successo della stampa generato della massa dei lettori, stante l’accessibilità del «manufatto libro» e la nuova praticità d’uso e di circolazione.

Non mancarono e non mancano gli agguerriti Dulcamara e gli Azzeccagarbugli che li brandivano e brandiscono per confondere i gonzi e per rimediare un paio di capponi per il lesso. Innumerevoli i dotti e i sapienti che imponevano asfissianti tutele sul popolino grazie alle provviste dottrinarie e bibliografiche. Le liti si aprirono, ma, poi venne il tempo dei giornali. Io sto scrivendo per un giornale, strumento insostituibile della cultura diffusa e dell’informazione indispensabile. Giornale ubbidiente alle leggi e alla deontologia professionale. La stampa si è connessa e ha interloquito con la radio, con il cinema che ha dialogato e si è alleato con la televisione. E via, di transizione in transizione. Poi nacquero i social. Utili. Utilissimi, se qualche autorità vigilasse e si comportasse come fa per la stampa. Con leggi e regolamenti e regolarità fiscale. Tanto per cominciare. Non si può essere editori senza controllo e una vigile legislazione.

Da questa confusione gli Azzeccagarbugli e i Dulcamara editori di sé stessi di oggi: spietati e agguerriti dall’impunità, i bugiardi, i delinquenti. I falsari, gli istigatori oscuri: agiscono con la trappola ovvia e prevedibile che ha due artigli: essere bugiardi e ansiogeni. La metafora che rappresenta la situazione è la pandemia: narrata e equivocata in una confusione globale terribile e narrante, nell’ordine che hanno le malefatte. Questa delle fake news è globale.

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