Martedì 19 Gennaio 2021 | 23:35

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La battaglia persa fra libertà e pandemia

foto Tony Vece (repertorio)

Fra i tanti concetti che la pandemia ci ha imposto di rivedere spicca quello di libertà. Quando si parla di libertà ci si muove su un territorio compreso fra ideologia, utopia e vita quotidiana. Ecco perché si preferisce dire che si comprende bene cosa sia la libertà quando essa manca o è fortemente ridotta.
Esiste un catalogo molto ampio di libertà, da quelle più banali a quelle più sofisticate. L’emergenza Covid le ha rimesse tutte in discussione: dalla libertà di spritz a quella di voto, dal prendere un caffè al bar a una cena in casa con gli amici. Ovunque ci sia un rapporto sociale si nasconde il pericolo pandemia, ma il problema è che ogni libertà si realizza nella vita sociale. Così come l’eremita non ha bisogno di mascherina né di orari di negozi per difendersi dal virus, allo stesso modo non subisce alcuna limitazione se non può viaggiare o andare in pizzeria. La pandemia ci ha spinti verso una globale condizione di eremitaggio, che non si realizza vivendo nella spelonca di una sperduta montagna, ma stando in casa davanti a un computer per lavorare, ordinare pasti, fare shopping e taluni anche per fare l’amore.

Si discute molto in questi giorni su possibili allentamenti delle restrizioni in vista delle festività. Sono in ballo forti interessi commerciali ma anche affetti, tradizioni, abitudini, credo religioso che fanno sì che nel mondo occidentale Natale sia la festa più importante e più celebrata. È giusto occuparsene e preoccuparsene anche andando a modificare l’orario della messa nella notte della vigilia, scelta finora fatta senza problemi da ogni parroco. Oggi è diventata questione di Stato da affrontarsi in tavoli di trattativa fra Governo e Conferenza episcopale. Una esagerazione? No, è in gioco una delle libertà fondamentali riconosciute dalla Costituzione: la libertà di religione.

Torna quindi la questione iniziale: la pandemia come nemica delle libertà e fonte di legittimazione dell’autoritarismo. Guardiamo tutti alla Cina, dove il virus è nato e ha fatto strage, ma dove non c’è stata una seconda ondata. L’isolamento varato in primavera da Pechino è stato rigidissimo, nessuno – su centinaia di milioni di abitanti coinvolti – si è azzardato a discutere e men che meno a violare le disposizioni governative e oggi c’è una vita normale, senza divieti né mascherine. Il regime autoritario ha vinto la battaglia sanitaria e può anche mettere sul piatto una straordinaria ripresa economica, all’opposto del profondo rosso segnato dalle economie dei paesi democratici.

Ora si prospetta un altro spinoso conflitto. Sin dalla primavera scorsa abbiamo invocato un vaccino per proteggerci dal virus malefico che, fra le altre cose, ci ha resi cosi cinici da non battere ciglio di fronte alla strage quotidiana di 7-800 morti. Siamo assuefatti alla morte per Covid: la storia più straziante non ci emoziona più della possibilità che sia allungata di un’ora l’apertura del supermercato. Questo siamo diventati, senza accorgercene. Bene, ora abbiamo il vaccino, anzi i vaccini, e tra qualche settimana potremo cominciare ad arrestare i contagi senza più comprimere le libertà. È proprio così? No, anzi, è il contrario. Perché il vaccino abbia effetti apprezzabili è necessario che sia inoculato almeno al 75 per cento della popolazione al fine di raggiungere la cosiddetta «immunità di gregge». Fino all’anno scorso, per esempio, solo il 18,8 per cento degli italiani si è vaccinato contro l’influenza stagionale, con una netta prevalenza (54,6%) di anziani e soggetti a rischio. Risultato, si sono ammalati 7,6 milioni di italiani e circa ottomila, considerando effetti diretti e indiretti, sono state le vittime.

È chiaro quindi che affinché la campagna vaccinale anti-Covid riesca a riportarci a una vita normale dovranno essere immunizzate non meno di 45 milioni di persone e nel più breve tempo possibile. Al di là delle difficoltà organizzative pratiche, come si farà a convincere un numero così alto di cittadini a sottoporsi volontariamente alla vaccinazione? Se si prende a esempio l’App Immuni, che doveva essere l’arma tecnologica per evitare la seconda ondata del virus, solo 10 milioni di italiani l’hanno scaricata, nonostante non comportasse tutte le paure e i rischi – reali o virtuali – legati a un vaccino. Ecco allora il nuovo bivio: rendere obbligatoria la profilassi anti Covid, con tutto l’ovvio corollario di divieti e di sanzioni, oppure affidarsi al senso di responsabilità. Il premier Conte si è già schierato per la linea della moral suasion, ma è difficile dire se di fronte ai dati reali riuscirà a mantenerla. Fra l’altro il dilemma è duplice, perché accanto alla libertà di non vaccinarsi esiste il dovere di non minacciare altri con i propri comportamenti ovvero il diritto a vivere in una società «sicura». Per cui chi non si vaccina mette a repentaglio la possibilità che riaprano bar, ristoranti, negozi e cinema e che si torni a viaggiare. Sarebbe un prezzo troppo alto per non comprimere, ancora una volta, una libertà.

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