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Non è solo uno che ha giocato a calcio. E non è mai andato in letargo, il dio del pallone con l’oro in Boca. È stato un ascensore mondiale, ha portato in alto tutti, quando tutti erano per terra. Con una overdose di sogni, frustrazioni, glorie e cadute. Ottavio Bianchi, il sergente di ferro che lo ebbe negli anni del Napoli da scudetto, gli ricamato la medaglia più efficace: «Non l’ho mai sentito una volta dare la colpa ai compagni per un errore in campo. Anzi, li tranquillizzava, soprattutto i più giovani. C’erano mezze figure che al primo sbaglio se la prendevano con tutti, lui no. Ogni partita indossava un paio di scarpe nuove. Una domenica decido di far esordire Baiano che veniva dalle giovanili del Napoli. Diego gli regala le sue scarpette. Ciccio non sta nelle pelle e le indossa. Dopo il primo tempo, ha il piede pieno di vesciche e sono costretto a farlo uscire. Diego difendeva sempre i compagni e loro lo rispettavano anche per questo».

Ci vorrebbe un’enciclopedia per ospitare quel che è stato detto e scritto di lui e su di lui. «Quello che ha fatto lui a Napoli, lo hanno fatto solo i Borboni e Masaniello», tuonò Pino Daniele. Di certo ha attraversato il mondo come protagonista, e il mondo gli ha restituito gioie miste a un carico di fardelli che non gli hanno ripulito l’anima e nemmeno fatto riconquistare la salute del corpo.

«Maradona è stato condannato a credersi Maradona, e obbligato a essere la stella di ogni festa, il bebè di ogni battesimo, il morto di ogni funerale»: è così che Edoardo Galeano scandaglia la cornice di un idolo con macchie e colpe, ma che ha recapitato il pallone alla destinazione Paradiso. Commentatore tv, ballerino, uomo di spettacolo anche senza «pelota», divo a Cannes con Kusturica che lo immortala in una pellicola come si fa coi Miti d’Oggi. Spalleggia cortei, rovescia invettive ai politici mandando in bestia pacifisti e premi Nobel. Non si è mai schierato con un’etichetta politica sulla pelle. Gli unici tatuaggi sono quello del «Che», di Fidel Castro e della madre donna Tota, che, lui bambino, simulava mal di pancia quando il cibo in casa non bastava per tutti. A tu per tu con Fidel, stringe un rapporto robusto anche con Hugo Chavez, Nicolas Maduro, leader comunisti dell’America latina. Sostiene i brasiliani Dilma e Lula, ma anche Daniel Ortega in Nicaragua, Cristina Kirchner piuttosto che Mauricio Macri. È buon amico dell’ex presidente della Bolivia, Evo Morales e dell’ex presidente dell’Uruguay Pepe Mujica. E non nasconde la vicinanza alla causa palestinese, specie quando sfiora la chiamata alla guida della della nazionale palestinese. Bussa spesso in Vaticano e Papa Francesco ogni volta lo accoglie da argentino prima ancora che da Pontefice.
Quando nel 2005 partecipa al Summit delle Americhe a Mar del Plata, lo accompagna Emir Kusturica: «L'Argentina ha dignità. Cacciamo Bush» dice alla folla che lo acclama.

Ha ragione Eric Cantona: «So che fra cent’anni se si parlerà di calcio si dovrà parlare di Maradona così come per la poesia si cita Rimbaud e per la musica Mozart». Stavolta il zig zag senza più il piede sinistro d’incanto, non gli è riuscito. Ma il dio di terra lascia sempre una ragione per far parlare di sé. Sprattutto quando il libro della Storia dice che «soltanto un giocatore vinceva le partite da solo: Diego». (Gabriel Omar Batistuta)

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