Martedì 26 Gennaio 2021 | 13:00

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I giovani protagonisti della della crescita economica italiana, per fare sì che dopo il Covid si torni a una normalità

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Economia o edonismo? La crisi innescata dal Covid rivela che l’Italia ha basato la crescita non più su grandi progetti bensì sul consumo e sull’effimero. Non a caso, i decreti più incisivi del governo per sostenere la nazione devastata dalla pandemia si chiamano ristori. Questo perché gli ambiti che più risentono del lockdown sono legati alla ristorazione e all’indotto del tempo libero serale.

Si tratta di un’imprenditoria dipesa non tanto dalle scelte di chi ha creduto di investire in paninoteche, pizzerie e locali di varia offerta enogastronomica, quanto dal contrarsi della grande produzione industriale, dovuto alla globalizzazione.

Se per risparmiare sui costi del lavoro si delocalizza la manifattura, non rimane che inventarsi attività di sostentamento svincolate dalla catena di montaggio e incentrate piuttosto sull’immediato.

A questo si è aggiunto il cosmopolitismo della generazione Erasmus, che ha avuto modo di vivere le articolazioni della vita europea nei Paesi del nord, o emigrandovi in pianta stabile o importandone certi modelli. Si prenda il pub. È l’abbreviazione di public house, che nei territori del Regno Unito e derivati indica un pubblico esercizio dalle funzioni polivalenti. Serve soprattutto da mescita di alcolici, birra in primis, ma anche da bar, trattoria e circolo di intrattenimento.

Nella realtà, il tipico pub inglese o irlandese o scozzese che sia ha poco a che vedere con il suo equivalente giovanile, con colonna sonora rock a molti decibel e cocktail, oltre alla birra. Un circuito che ha avuto l’importante funzione di procurare una redditività adesso del tutto azzerata.

Lo stesso per tutta la costellazione di luoghi d’incontro che hanno trasformato anche sul piano architettonico i centri storici. Peraltro, i loro destinatari fin dall’inizio non erano rimasti circoscritti alla fascia giovanile. Uscire a tarda ora era diventato di tendenza anche per le persone mature, considerato che il benefico prolungarsi della durata media della vita ha creato una sorta di appendice perpetua della giovinezza.

Il discorso potrebbe estendersi anche all’agriturismo, agli alimenti biologici, all’artigianato per turisti, alle eccellenze vitivinicole e a tutta la galassia di un fatturato che prometteva e permetteva una metamorfosi sostanziale del prodotto interno lordo.

Il Covid ne ha dimostrato la fragilità. Si continua a ripetere che non è la peste. Si può essere d’accordo, sotto il profilo sanitario. Ma evoca pericolosamente la peste come metafora proposta dal drammaturgo francese Antonin Artaud, cui si deve il “teatro della crudeltà”. La sua peste, prima di quella di Albert Camus, è uno stato di catastrofe che inficia tutte le presunte sicurezze. Gli effetti della malattia passano dal corpo alla struttura della società. E Artaud attingeva alla Storia. La peste di Atene scoppiò all’incirca nel 430 a. C., durante la seconda guerra del Peloponneso, e tornò ad intervalli altre due volte, nel 429 e nell’inverno 427-426 a. C. Anticipando dal vero la filosofia nichilista di Artaud e lo sguardo angosciato di Camus, il morbo stravolse la struttura civile, religiosa ed economica della città-stato. Gli ateniesi non rispettavano più le leggi, disertavano le cerimonie religiose e spendevano tutto il denaro, sentendosi braccati da una morte che toglieva loro ogni prospettiva di esistenza normale.

A questo punto andrebbero rivisti tutti i parametri della crescita economica italiana, per fare sì che dopo il Covid si torni a una normalità già auspicata da un politico come Zingaretti come diversa da quella precedente. I protagonisti dovrebbero essere i giovani. Ai quali comunque il retaggio su cui basarsi andrebbe trasmesso dagli adulti. Specialmente per via di una pericolosa perdita di memoria storica favorita dall’invadenza digitale. Gli elementi costitutivi vanno ripescati nel senso di quello che Vittorio Gassman definì nel titolo della sua autobiografia «un grande avvenire dietro le spalle».

L’Italia del boom e del miracolo economico scaturì da enormi capacità progettuali, dall’espansionismo della qualità merceologica, dall’affidabilità delle professioni, dei mestieri, dell’artigianato funzionale e non esibizionistico.

Il giovane italiano dei decenni post-Covid dovrebbe puntare a un’affermazione individuale che si rifletta in un’economia di pianificazione, compimento, ritorno e trionfo nell’agone geopolitico, che è nelle mani di competitor catapultati dal sottosviluppo al turbocapitalismo senza passare per la civiltà avanzata.

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