Lunedì 23 Novembre 2020 | 23:52

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L'analisi

Incrocio di poteri senza una direzione

Il momento richiede unità e un tasso zero di polemiche

Governo

Il susseguirsi di Dpcm a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro denota incertezza e difficoltà dell’esecutivo nel fronteggiare le seconda ondata del contagio, preannunciata dagli scienziati ma in qualche modo sottovalutata – se non rimossa – in un’estate vissuta all’insegna del risarcimento della libertà sottratta dal lockdown. Nessuno sa quale sviluppo avrà la recrudescenza del Covid-19, l’unica cosa certa è che il governo cercherà in ogni modo di evitare una chiusura generalizzata per le disastrose conseguenze che (se prolungata) comporterebbe. Interventi mirati, dunque. Gli strumenti adoperati, però, sono piuttosto eterogenei e a volte vaghi o di dubbia applicabilità. Sono stati peraltro presi all’esito di una concertazione assai ampia che, evidentemente, non può che favorire il compromesso.

Sarebbe stato preferibile, davanti ad una situazione che sta assumendo proporzioni non facilmente gestibili, fare scelte più decise e, possibilmente, tempestive. Abbiamo dimenticato, in questo secondo tempo dell’emergenza pandemica, che la Carta fondamentale attribuisce in via esclusiva allo Stato i poteri in materia di profilassi internazionale (art. 117 comma 2 lett. q) Cost.) e che quindi la regia degli interventi di contrasto al Covid-19 non può che essere unica. Altra cosa è, naturalmente, adattare tali interventi alle specificità territoriali. Il governo ha adottato ora una regola del minimo inderogabile, lasciando alle Regioni la possibilità di superare l’asticella. Tuttavia, in tale maniera, si rischia di produrre alcune disparità non sempre comprensibili dall’opinione pubblica. Perché non coordinare i pareri del Comitato Tecnico Scientifico nazionale con quelli degli omologhi organi su base regionale?
Da qui un sovrapporsi di opinioni e decisioni che nasconde spesso maliziosamente divergenze dettate da ragioni altre rispetto a quelle indotte dai dati epidemiologici.

Il Covid-19, infatti, è diventato terreno di lotta politica, con maggioranza e opposizioni che hanno dimenticato i buoni propositi della primavera scorsa per scontrarsi a ogni piè sospinto sulle prescrizioni adottate, sulla loro efficacia piuttosto che sull’inutilità (o, addirittura, dannosità) delle stesse. Vi è un chiaro riflesso di questo rinnovato conflitto nel difficile dialogo tra Stato e Regioni, che diventa contrapposizione, spesso riflettendo il colore politico delle seconde e la sua omogeneità con quello dei partiti di governo. A partire dal tema della scuola, per la quale molti governatori avevano chiesto misure drastiche con il ritorno alla didattica a distanza, seppur in maniera parziale. La risposta del governo è stata un po’ pilatesca, ribadendo la scelta fortemente voluta dal ministro dell’istruzione Lucia Azzolina ma, al contempo, consentendola ove necessario. E mentre Giuseppe Conte conferma che la scuola resta in presenza, Campania e Lombardia chiudono le aule.

Con i Comuni poi – ed è la prima volta nel corso della pandemia – si è rischiata la rottura istituzionale per quel potere attribuito ai sindaci di chiudere alle ventuno strade e piazze fortemente frequentate: uno scaricabile, a detta dei primi cittadini, poi ammorbidito nel testo definitivo del Dpcm in cui manca il riferimento espresso ai sindaci.
E il tema del “coprifuoco” (che dev’essere comunque autorizzato dal governo) – anche se la parola non piace – ha generato ulteriori divisioni tra Regioni che lo ritengono indifferibile e forze politiche che, viceversa, lo considerano una bestemmia costituzionale.

C’è da dire che questa situazione di conflittualità permanente tra centro e periferia non nasce ora, ma se mai oggi acquisisce una visibilità generale che dovrebbe – una volta passata l’emergenza – far riflettere. Non siamo uno Stato federale, anche se riconosciamo le autonomie territoriali. La riforma attuata con la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, certo non aiuta. Un guazzabuglio, il cui effetto principale è stato di moltiplicare i conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni. Ed anche i governatori, come correntemente chiamiamo i presidenti delle Regioni, non sono certo paragonabili ai governatori delle province romane che assommavano nella loro persona pressoché tutti i poteri. Né ai governatori dei vari Stati federati degli USA.

Le vicende che hanno una portata nazionale non possono finire in balia delle onde che lambiscono le coste dello Stivale ma necessitano di una visione comune. Più pesi e più misure possono – anzi, debbono – essere accettati in presenza di situazioni limpidamente disomogenee, non anche quando a fare la differenza è il colore della bandiera. Vi è poi una contraddizione tra l’utilizzo di uno strumento come il Dpcm, di per sé agile ed incisivo, e l’adozione di direttive poco chiare che finiscono per parcellizzare il tutto rinviando ad azioni decentrate dai tempi indeterminati.
Il momento richiede unità e un tasso zero di polemiche. Richiede responsabilità a livello istituzionale e comunicazione intelligente tra le varie espressioni del potere. Un lavoro di squadra è indispensabile, se non si vuole pagare un prezzo davvero troppo alto.

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