Mercoledì 25 Novembre 2020 | 12:39

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Se sono a rischio Natale e San Nicola

E se quest’anno non dovesse esservi sarebbe comunque un altro piccolo pezzo di noi stessi che verrebbe sacrificato sull’altare di questa divinità crudele che si chiama Covid 19

Bari, si accende il Natale: illuminato il maxi albero

Una delle immagini simbolo del lockdown di marzo resta il Papa che celebra la messa di Pasqua in una basilica di San Pietro vuota. Pochi prelati, l’addetto alla liturgia, qualche corista: in tutto una ventina di persone che si perdono nell’immensità della chiesa simbolo della cristianità. Per rendere meno vuoto l’evento che dà senso a tutto, Francesco sceglie di celebrare la messa davanti all’altare decentrato detto della «Cattedra»: a fianco viene posta l’immagine della Madonna Salus populi romani, dietro, l’antico crocifisso di san Marcello al Corso: Madre e Figlio ancora vicini. Sono le due icone davanti alle quali il Papa si rivolge per pregare nei giorni della pandemia ma anche della speranza.

È il rito che conclude una settimana santa vissuta in streaming, senza le processioni e le via crucis che rinsaldano la fede e la pietà popolare. Per trovare un’altra Pasqua così triste bisognerebbe andare indietro di molti anni e tornare ai tempi della guerra, delle messe celebrate quasi di nascosto. Tutto questo sembrava per fortuna passato e da maggio i fedeli, sia pure seguendo rigidi protocolli, sono potuti tornare nelle chiese. Sono riprese anche cresime, prime comunioni e battesimi, sacramenti rimasti sospesi, un po’ come buona parte della nostra esistenza. Adesso comincia a serpeggiare la paura che anche Natale, l’altra grande solennità del cristianesimo, possa subire la stessa sorte. Sui social si leggono già post allarmati, con fedeli divisi fra l’obbedienza alle prescrizioni sanitarie e il diritto a esercitare la libertà di fede. Due linee che sembrano essere presenti anche nella Conferenza episcopale italiana. Da un lato i vescovi non vogliono contribuire a diffondere i contagi, ma dall’altro non vogliono neppure che le chiese siano di nuove chiuse, soprattutto che restino chiuse nella notte magica in cui in ogni angolo del mondo cristiano si canta «Tu scendi dalle stelle».

Così come gli affari, i commerci, lo studio anche la pratica religiosa in questi mesi è stata messa a dura prova dalla pandemia. Meno fedeli alle messe, ma anche meno matrimoni, comunioni e cresime. Solo i funerali sono tristemente aumentati. Tutto questo ha influito sulla fede dei credenti italiani? Difficile dirlo, perché per fortuna la fede non si misura con le statistiche né con qualche indice di Borsa. La fede è un dono è sta dentro ciascuno, a volte silente per una vita e poi pronta a manifestarsi all’improvviso. La fede è un mistero come mistero è l’esistenza di ciascuno. E quando il mistero si sottrae alla razionalità umana, piuttosto che riconoscere il proprio limite, prende il sopravvento l’antica hybris e si nega tutto: la fede, la presenza di Dio, l’esistenza dell’aldilà.

Ma la fede ha comunque bisogno di essere alimentata, curata, sostenuta. A questo serve o dovrebbe servire quella pratica religiosa che il Covid sta mettendo nuovamente in discussione. Non si tratta solo del venir meno di una ritualità, delle celebrazioni per l’Immacolata, della novena di Natale e della stessa Notte Santa. C’è il rischio di prosciugare le sorgenti più profonde della dimensione religiosa di ciascuno. Per restare in ambito natalizio si pensi a quello che rappresenta per Bari la festa liturgica di San Nicola del 6 dicembre, che anche sul piano più laico apre al tempo di Natale. Allo stesso modo di quello che rappresenta S. Ambrogio (7 dicembre) per la città di Milano. Con la differenza che San Nicola è il santo dei bambini, è l’antesignano del Babbo Natale creato dalla Coca Cola. Quanta gente potrà partecipare – se si potrà celebrare – alla messa dell’alba, quella che tiene sveglia per tutta la notte la città vecchia e che si conclude nel grande rito collettivo e consumistico della cioccolata calda?

Certo, si dirà la fede in Dio e in San Nicola non si risolve nell’assenza di una bevuta all’alba. Può darsi, ma è pur vero che quella tradizione gretta, materiale e popolare è legata a un santo e a un rito religioso. È un frammento comunque dell’esistenza di chi vi prende parte che non può essere disconosciuto. E se quest’anno non dovesse esservi sarebbe comunque un altro piccolo pezzo di noi stessi che verrebbe sacrificato sull’altare di questa divinità crudele che si chiama Covid 19. Mai come ora è il tempo di aver fede e di fare di tutto perché i sacrifici e le durezze di oggi ci consentano qualche gioia domani. Di poterci scambiare finalmente gli auguri stringendoci la mano e non mandandoci degli insulsi messaggi via social o sui telefonini. Natale è la festa del calore umano che si fonde con quello divino. E mai come in questo momento c’è un popolo stanco che ha bisogno di una carezza e di un caldo abbraccio.

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