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L'ANALISI

Quando l'ammalato è importante e famoso

Quando l'ammalato è importante e famoso

Il Covid non va preso sottogamba, sia da chi è ricco e famoso sia da chi non ha né soldi né notorietà

11 Settembre 2020

Roberto Calpista

L’hanno ribattezzato Co-vip. È la variante del virus che, approfittando della spocchia italica diffusa tanto tra i comuni mortali, che tra i very important person, sta mietendo positivi a destra e a manca.

Ultimo, ma non ultimo, Aurelio De Laurentiis, produttore cinematografico, presidente del Napoli calcio, cavalcatore di rotocalchi rosa.  

Nonostante i sintomi riconducibili al morbo ha partecipato all'assemblea dei club di serie A. Dalla cronaca: «Una volta arrivato a Milano ha giustificato il suo malessere con un'indigestione da ostriche. A sera, dopo avere appreso della propria positività, ha provato la temperatura e poi avvisato gli altri partecipanti». Presidenti e manager che si sono riuniti al chiuso con lui per diverse ore dovranno sottostare al protocollo: test ed eventuale isolamento in caso di positività.

Senza nulla togliere al rispetto e alla comprensibile preoccupazione per lo stato di salute di ogni persona, «comune» o famosa che sia, sta di fatto che in queste ultime settimane vacanziere, il numero di personaggi noti legati al virus sta aumentando.

Negli ultimi dieci giorni ne sono stati «infilzati» tre di peso: Flavio Briatore, Silvio Berlusconi e, appunto, De Laurentiis.

Una lista che comprende sportivi, politici e protagonisti del mondo dello spettacolo, lunghissima non solo in Italia ma anche nel mondo. Hanno contratto il Covid-19, anche Madonna, Tom Hanks, Plácido Domingo, Novak Djokovic, Aida Yespica, Pink, Paulo Dybala, Miralem Pjanic, Neymar, Icardi, Victoria e David Beckham, Boris Johnson, Bolsonaro, Alberto II di Monaco, il Principe Carlo, Antonio Banderas. Tra i nostri: Nicola Zingaretti, Guido Bertolaso, Andrea Bocelli, Giacomo Poretti, Alba Parietti, Piero Chiambretti, Andrea Orlando, Alberto Cirio, Pier Paolo Sileri, Anna Ascani, Luca Lotti, Nicola Porro.

Perché tanti? Probabilmente sono maggiormente sottoposti a controlli e ai tamponi, quindi emergono a differenza di tantissima altra gente comune che è positiva, asintomatica e inconsapevole di avere il virus e di continuare a diffonderlo involontariamente. Oltretutto, per «lavoro», sono costretti a entrare spesso in contatto con staff, collaboratori, conoscenti, volano da un capo all’altro del mondo, partecipano a riunioni, cene e convegni. A loro si aggiunge poi il vippame che intende la malattia non come un serio rischio di lasciarci la pelle, ma quale opportunità per scalare posizioni nel social rank e crescere con i follower. Si riconoscono perché salutano con il gomito. Anche questo è il Belpaese.

Certo il virus di settembre fa meno paura di quello di marzo e la paura è la principale fonte di ispirazione dei comportamenti umani, insieme, però, alla mancanza di buon senso.

Il Covid non va preso sottogamba, sia da chi è ricco e famoso sia da chi non ha né soldi né notorietà. È pur vero che nel sistema sanitario più bello del mondo, tutti siamo - dovremmo essere - curati allo stesso modo, ma è anche vero che la pandemia ha provocato lutti e sofferenze atroci. Sebbene l’irrazionale non può essere espulso per decreto dalla nostra testa: e cosa c’è di più irrazionale, chi c’è di più irrazionale di chi se ne infischia, per ruolo, immagine o banale sciagurataggine?

Del resto, oggettivamente, il potente ammalato fa umanamente meno pena del pensionato di Bergamo che soffre dimenticato dal mondo e isolato dai cari. Ma nonostante tutto, chi esulta - solitamente su quegli agglomerati di cretinovirus che sono i social - mostra l’impalpabile confine che separa un umano da un grumo di rabbia, da un ultras del contagio quando toglie di mezzo i cattivi. Lo hanno già scritto ma è bene ripeterlo: l’odio ha questo di orribile, riesce a renderci peggiori di coloro che odiamo. 

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