Mercoledì 30 Settembre 2020 | 23:36

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L'EDITORIALE

I tre rebus dell'autunno e il fantasma dell’opera

Sullo sfondo di questo turbinoso scenario autunnale appare lo spettro di Mario Draghi invocato nelle vesti del «deus ex machina», ovvero del «Salvatore della Patria»

I tre rebus dell'autunno e il fantasma dell’opera

Quello di settembre è sempre stato un mese di fuoco per la politica italiana, dopo il rientro dalle vacanze e la ripresa dell’attività parlamentare. Dal fatidico “autunno caldo” del 1969, segnato dalle lotte sindacali operaie, quanti altri ne abbiamo vissuti fra tensioni, incognite, incertezze? Eppure, dalla travagliata riapertura delle scuole al controverso referendum sul taglio dei parlamentari e all’incognita delle elezioni regionali, questo settembre post-Covid si annuncia incandescente: per il governo giallo-rosso, innanzitutto, ma anche per noi cittadini che rischiamo una crisi politica in aggiunta a quella economica e sociale prodotta dall’emergenza sanitaria per l’epidemia di coronavirus.
Affrontare un passaggio così delicato senza un esecutivo in carica e nella pienezza dei suoi poteri, proprio mentre aspettiamo i finanziamenti europei del Recovery Fund che dovrebbero alimentare la ripresa con 209 miliardi di euro, sarebbe come attraversare l’Oceano su una barca senza motore e senza timone. Cioè, in pratica, andare alla deriva. E quindi, la priorità assoluta per l’equipaggio in questo frangente dovrebbe essere quella di mantenere la rotta e restare il più possibile uniti, per cercare di evitare insieme il naufragio.
Eppure, intorno ai “tre nodi” di questo autunno 2020, sembra che l’opposizione di centrodestra intenda giocare al tanto peggio tanto meglio. Riaprire le scuole o aprire la crisi di governo?  

Rispondere sì o no al “referendum confermativo” sulla riduzione del numero dei parlamentari oppure sì o no alla sopravvivenza dell’esecutivo? Votare per la presidenza delle Regioni in lizza, tra cui la Puglia, o per la futura presidenza del Consiglio?

È del tutto legittimo - ovviamente - che l’opposizione voglia fare il suo mestiere, criticando la maggioranza e cercando di sostituirla alla guida del Paese. Ma qui siamo, per così dire, al filibustering extra-parlamentare. La strumentalizzazione politica dei “tre rebus” autunnali è fin troppo palese ed evidente. Si specula sui ritardi, sulle omissioni e sulle contraddizioni del governo, e in particolare sull’attività di alcuni ministri, non già per contribuire a risolvere in qualche modo le questioni sul tappeto, bensì per destabilizzare l’esecutivo e mandarlo dichiaratamente “a casa”.

Piuttosto che in Parlamento, tutto si svolge nel circuito mediatico delle interviste, delle dichiarazioni estemporanee, delle esternazioni sui social network. Prima si minaccia la rottura fra Stato e Regioni sulla riapertura delle scuole, poi si raggiunge un accordo all’unanimità sui protocolli indicati dall’Istituto superiore di sanità. E così, analogamente, sul fantomatico tasso di “riempimento” dei mezzi pubblici, aumentato alla fine dal 75 all’80 per cento. Poi s’ingaggia un braccio di ferro sull’alternativa fra la data del 14 e quella 24 settembre. Ma forse sarebbe più ragionevole rinviare la ripresa dell’attività scolastica a dopo la tornata delle elezioni regionali e del referendum, anche per consentire un’adeguata sanificazione delle aule in cui verranno allestiti i seggi.

In attesa della consultazione popolare, intanto, chi aveva votato a favore della riforma in Parlamento annuncia ora il voto contrario nelle urne e viceversa. Una metà dei costituzionalisti, guidati dall’ex presidente della Consulta Valerio Onida, sono favorevoli e un’altra metà contrari. Fino al paradosso che all’interno dello stesso Partito democratico due “padri fondatori” come Romano Prodi ed Enrico Letta si pronunciano il primo per il no e il secondo per il sì. Tutto ciò mentre il Pd sollecita a ragione l’approvazione definitiva della nuova legge elettorale.

Quanto alle Regioni, a parte il karakiri di Massimo D’Alema sconfitto nel 2000 dopo aver pronosticato la vittoria del centrosinistra e poi costretto perciò a dimettersi da presidente del Consiglio, s’è sempre detto che un conto sono le elezioni politiche e un altro conto quelle locali, quantomeno per la differenza dei rispettivi sistemi elettori. Ma anche qui il centrodestra si prepara – a cominciare proprio dalla Puglia, dove il voto disgiunto dei Cinquestelle potrebbe giovare al governatore uscente, Michele Emiliano – a disputare una rivincita, come fosse il secondo tempo di una finale di Champions League, senza supplementari e senza rigori. Finirà 4-2 o 2-4, rispetto alle precedenti elezioni? O magari, a parte il caso della Valle d’Aosta, sarà il Var a decidere?

C’è evidentemente un doping propagandistico in tutto questo tourbillon di polemiche, accuse e controaccuse. Ma c’è anche – diciamolo con franchezza - un fondo più o meno inconscio di conservatorismo in una gran parte degli italiani nei confronti delle riforme. Quasi un rigetto, un rifiuto psicologico di cambiare e aggiornare le regole del gioco, per adeguarle alle nuove esigenze dei tempi che viviamo. Una sorta di anoressia collettiva di fronte alla necessità di rendere il nostro sistema democratico più moderno, più rapido e tempestivo.

Sullo sfondo di questo turbinoso scenario autunnale, come nel romanzo “Il fantasma dell’Opera” e nelle sue numerose trasposizioni teatrali e cinematografiche, appare lo spettro di Mario Draghi invocato nelle vesti del “deus ex machina” ovvero del “salvatore della Patria”. Sarebbe senz’altro il premier ideale per un governo di “solidarietà nazionale”, sostenuto da un largo schieramento trasversale. Ma con quale maggioranza parlamentare? È pensabile oggi di rimettere insieme la Lega e i Cinquestelle che, piaccia o meno, sono pur sempre la forza politica maggiore nelle due Camere? E il Partito democratico sarebbe mai disponibile a una tale “ammucchiata”, magari con Forza Italia e Fratelli d’Italia?

Chi conosce la cautela di Draghi, apprezzandone la competenza e l’autorevolezza, deve escludere razionalmente un’ipotesi del genere. Non solo perché fra meno di due anni sarà lui il candidato naturale per il Quirinale e verosimilmente non vuole rischiare di “bruciarsi” anzitempo. Ma soprattutto perché l’ex Governatore della Banca d’Italia ed ex presidente della Bce non è uomo incline alle avventure o agli azzardi. In politica, non si può mai dire mai. Il Capo dello Stato ha già fatto sapere tuttavia che, in caso di una crisi di governo, sarebbe necessario tornare alle urne per formare una nuova maggioranza e un nuovo esecutivo. E non c’è dubbio che questa sarebbe, eventualmente, la soluzione più lineare e trasparente.
 

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